Coloro cui il male è fatto

Grazie al teatro prima, ed alla segnalazione di Manfred poi, ho potuto scoprire la splendida poesia di W. H. Auden "1 settembre 1939", e ne sono rimasto affascinato. Pochi mesi fa mi successe la stessa cosa per un altro poeta di lingua inglese, T. S. Eliot, con "East Coker", trovata quasi casualmente in un Blog.

Da cosa nasce la fascinazione? Beh, innanzitutto dall’eleganza, dalla sintesi, dalla naturalezza della scrittura, che riesce a "suonare" anche senza forzare la struttura standard della lingua inglese. Quello stesso "suonare" che invece risulta tanto difficile alla lingua italiana, a causa delle troppe sillabe, e di parole eccessivamente lunghe.

È bizzarro come, non essendomi quasi mai interessato alla poesia nei molti anni passati finisca col riscoprirla solo ora, e per di più in una lingua diversa dalla mia. Ma a pensarci bene dei precedenti ci sono stati. Correva infatti l’anno 1986, e in quel di Portogruaro, Veneto, vivevo poco più che ventenne la disarmante esperienza del servizio militare.

Per ovviare alla noia interminabile di quei giorni, tra le tante cose che mi vennero in mente (una delle quali, per inciso, fu la re-invenzione del cicloescursionismo) iniziai ad andare in giro con in tasca un piccolo blocco note sul quale appuntavo le sensazioni che mi colpivano.

Per rendere la cosa più interessante la forma scelta non era semplice scrittura, prosa, dal momento che le frasi erano strutturate in brevi righe e dovevano possedere un ritmo. Ma, d’altro canto, non erano neppure poesia nella sua accezione classica, dal momento che mancavano, per scelta intenzionale, le rime. Decisi di chiamarle "prose ritmiche", e mi ci dedicai occasionalmente, per diversi mesi, con esiti alterni.

Mi affascinava l’idea di sintetizzare emozioni intense usando solo poche parole ed il ritmo prodotto dal loro accostamento. Per farvi capire di cosa sto parlando questo è un esempio di "prosa ritmica" che a tutt’oggi reputo tra le mie più riuscite:

Ombre

Ombre ritornano
Da un passato ormai rimosso
Mi danzano intorno
Si stringono a me.
Ma non c’è luce
Sui loro volti,
Non hanno occhi,
Sono solo ombre
Nel freddo della sera.

Per una miglior comprensione, sebbene molti di noi tendano a sub-vocalizzare mentre leggono, penso che per comprendere una scrittura di questo tipo occorra necessariamente pronunciare effettivamente le parole, rispettando le pause suggerite dalla scansione in righe.

Oggi, a vent’anni di distanza, realizzo che Auden ha scritto "1 settembre 1939" con una tecnica del tutto analoga, e dunque se lui è un poeta, nel mio piccolo lo sono anch’io, o quantomeno lo sono stato. Da ciò ne ricavo due considerazioni.

In primo luogo che nessuna scuola, nei tredici anni che ho speso chino sui banchi, è mai stata capace di insegnarmi realmente il concetto di poesia, ed è, direi, un perfetto riflesso di questa società, dove il preteso "acculturamento di massa" maschera in realtà un’ignoranza massificata persistente ad ogni livello. "L’ Attimo Fuggente", ancora una volta, dobbiamo costruircelo da soli.

In secondo luogo, ho praticamente "inventato" una cosa che esisteva già. Poco male, direi, dal momento che almeno è una cosa bella. E di Auden ed Eliot, non preoccupatevi, avremo a riparlarne più in là.

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Schiavi dei feticci inanimati

Nei giorni scorsi ragionavo sconsolato sulla scarsa volontà che vedo intorno a me in questo periodo. Oggi, se possibile ancor più sconsolato, consideravo una sorta di massima evangelica in negativo (pensare "in negativo" mi è sempre risultato molto semplice): "tutto quello che non farai per qualcuno, qualcun altro non lo farà per te".

Ma una vocina insistente mi suggeriva: "potrebbe andare peggio, potrebbe piovere!" ed ecco infatti uno sconsolato Luca Sofri dar conto sul suo blog di un recente studio, anticipato dal Washington Post, sulla dipendenza da TV, internet e videogames.

Riassume Sofri:  "La tesi è che gli americani stiano rincoglionendo, diventando più ignoranti e fieri della propria ignoranza, e che si sia diffuso un sistema di esaltazione di questo rincoglionimento a base di antintellettualismo, antirazionalismo e accuse di elitismo retrogrado a chiunque sottolinei il suddetto rincoglionimento."

E aggiunge: "Le considerazioni che suggerisce sono tre: che la Jacoby ha probabilmente ragione, che il processo non riguarda solo gli Stati Uniti, e che non c’è forse niente da fare"

Concordo con tutte e tre le conclusioni e ne aggiungo una mia: questo processo non è né casuale né inevitabile, ma semplicemente il frutto spontaneo dei meccanismi che governano la nostra cultura e tendono a concentrare il potere (potere economico, che poi si trasforma in potere politico) in mano a persone che ad esso scelgono di sacrificare tutto quanto è cultura, relazioni interpersonali, arricchimento umano e spessore etico.

Poi mi sono ricordato di una cosa che avevo scritto molti anni fa, sono andato a cercarla trovandola infine ancora drammaticamente attuale:

Tele-follia

Feticci inanimati esigono
Il nostro tempo.
Gli stolti che li hanno pretesi
Prigionieri della propria follia
Corrotti dal potere dell’avere
Si autoglorificano saggi
E ci instillano la loro dannazione.
Per noi, ingenui e ipnotizzati,
Sterilizzati dei nostri ideali
È sempre più difficile resistere.


P.s.: non tralasciate di leggere l’articolo di Susan Jacoby

Il lungo sonno della volontà

In questo periodo dell’anno mi sento meno reattivo del solito, e ugualmente scopro meno reattive le persone intorno a me. La sensazione è che, come alcune specie animali vanno in letargo, così gli esseri umani, in inverno, cambino le proprie azioni ed abitudini.

Il freddo è fastidioso, invita a stare al chiuso, si va meno in giro e si frequenta meno gente. Questo si riflette anche, più in generale, nella volontà di fare: si propone meno, ed ancor meno si partecipa. Eppure, ed i contadini lo sanno bene, l’inverno è il tempo della semina, in modo da avere poi il raccolto in estate.

La mia "semina" di quest’anno sono il Forum dei Cicloappuntamenti, non ancora "sbocciato" e dal futuro incerto, ed il progetto CicloKidz, acclamato da molti ma frequentato ancora da pochi. Sulla carta sembrano buone idee, ma niente è indipendente dal contesto, e queste fredde giornate invernali non sono certo il periodo migliore per valutarne le potenzialità di riuscita.

Magari è solo la mia fretta di vivere e fare, ma credo mai come quest’anno ho atteso la fine dell’inverno e l’arrivo delle prime giornate tiepide.

Abbiamo camminato sulla Terra come giganti

A volte torno a visitare il “Mammifero” solo per rendermi conto che sono giorni che non inserisco nulla. Poi faccio mente locale e realizzo il motivo di questa “assenza”: stanno accadendo troppe cose contemporaneamente.

La scorsa settimana è scoppiato il bubbone del “Bicycle Mobility Forum” e la gente che partecipa ed anima la CriticalMass romana è salita sulle barricate ottenendo, mercoledì, un incontro con la Città dell’Altra Economia che ha praticamente rimesso in discussione le date, la natura ed anche la collocazione fisica dell’evento.

Ravvedimento tardivo, ma necessario. Ora seguiranno ulteriori passi a garanzia del massimo allargamento e della massima partecipazione e condivisione con tutta la comunità dei ciclisti romani.

Ieri sera abbiamo raccolto le energie per andare a vedere uno spettacolo teatrale al Piccolo Re di Roma: “L’età dell’ansia”, tratto da W. H. Auden per la regia di Gianluca Bondi. Sarà che è stato nostro insegnante e regista, ma ormai io e Manu ci ritroviamo istintivamente sulla sua stessa lunghezza d’onda, e non possiamo che rimanere affascinati dal suo stile visionario ed onirico, e dall’uso che riesce a fare anche di un piccolo palcoscenico.

Spettacolo straniante ma miracolosamente coinvolgente, con un equilibrio magistrale di testo, gestualità e situazione scenica, racconta una non-storia, attraverso frammenti del romanzo di Auden, restituendo un affresco sulla condizione umana, i suoi drammi e la sua disperata ricerca della felicità. Un lavoro che meriterebbe ben altro successo e ben altra attenzione che la manciata di spettatori di ieri sera… ma purtroppo, come dice Manu, le cose migliori sono per pochi.

Altrettanto pochi erano stamattina all’appuntamento con CicloKidz, nel parco della Caffarella. Nonostante le numerose telefonate, i contatti personali e le assicurazioni di partecipazione, sembra che l’umanità sia stata, in questa settimana, flagellata dalle piaghe bibliche, sicché uno dopo l’altro tutti gli entusiasti sostenitori dell’iniziativa, adducendo motivazioni incontestabili, sono evaporati.

Questo fatto mi ha lasciato un amaro in bocca che invece non voleva proprio “evaporare”. Tra ieri sera e stamattina ho rimuginato sul paradosso in cui tutti mi dicono: “iniziativa geniale, entusiasmante, da portare avanti!”, e nessuno si fa poi carico di essere presente di persona. Un po’ come dire: progetto bellissimo, ma fatelo senza di me.

Poi siamo partiti, e i bambini (tre!) mi hanno ripagato di tutta la fatica nel perorare la causa, hanno esplorato il parco con occhi sgranati, consapevoli dell’avventura cui stavano partecipando, hanno spinto le biciclettine sulle salite e si sono arrampicati sull’antica cisterna, che ho raccontato loro essere un castello.

I loro sorrisi hanno sciolto il mio malumore, ma non la rabbia per tutti quei genitori, zii, parenti ed amici che ad altrettanti bambini hanno negato quest’esperienza. CicloKidz proseguirà, ma per adesso io e Sergio ci prendiamo una pausa di riflessione, e magari i bambini li portiamo a pedalare lo stesso, senza necessariamente perseverare nell’estenuante ed infruttuoso tentativo di coinvolgere altra gente.

Mi sento di condividere con Gianluca Bondi questo destino infausto, spendere sforzi generosi ed inesausti per raccogliere solo le briciole, aggravato nel mio caso dal disastro che a lungo andare produco nel campo dei rapporti umani. Sembrerà paradossale, ma uno dei pensieri fissi della settimana è stato domandarmi come mai dalle persone riesco a tirar fuori il peggio. Un “peggio” che vorrebbe restarsene lì acquattato, nascosto, senza fare troppi danni, e che invece io stano fuori a produrre disastri.

La fotografia del momento attuale si può riassumere nelle due righe di un pensiero che formulai diversi anni fa, di fronte all’ennesimo disarmante sfacelo:

“Abbiamo camminato sulla Terra come Giganti
lasciando dietro di noi solo macerie”

La sindrome del Recinto

Non capisco perché, ma apparentemente tutti quelli che, in un momento della propria vita, si aggregano in associazioni aperte all’esterno, anche informali, finiscono prima o poi prede di quella che ho ormai definito la "sindrome del Recinto".

Si parte con le migliori intenzioni nei confronti di chiunque, e si finisce a circoscrivere la propria cerchia di frequentazioni a pochissime persone "fidate", tagliando fuori emotivamente tutti gli altri. Ho visto verificarsi questo processo ormai troppe volte per non considerarlo tipico delle modalità relazionali umane (o perlomeno italiane).

Il processo si struttura in poche e ben definite fasi:

  • si inizia approcciando con le migliori intenzioni un’associazione di perfetti sconosciuti
  • all’inizio si attivano contatti e relazioni indifferenziate più o meno con tutte/i
  • col passare tempo si verificano discussioni e divergenze d’opinione, con le conseguenti spaccature tra fautori dei diversi orientamenti
  • più si va avanti e più ci si lega emotivamente solo a quelli/e che sposano i propri punti di vista, e poco alla volta relazioni e frequentazioni si concentrano su quelle poche persone
  • ad ogni successiva discussione si entra in una dinamica "noi-loro", creando un sottogruppo che si contrappone agli "altri"
  • a lungo andare lo "spirito di gruppo" prevale su qualunque altra considerazione, e si finisce con lo sposare acriticamente le posizioni dei membri del proprio "clan"

Il "recinto", in questo senso, è quello che ci si costruisce intorno. Inizialmente per creare una delimitazione che ci protegga dal mondo, ma che finisce con l’imprigionarci in una rete di ricatti emotivi e psicologici da parte dei nostri "sodali". Più i legami diventano stretti ed esclusivi, più il "gruppo" ci taglia fuori da possibili relazionamenti esterni, assorbendo tutte le nostre attenzioni e la nostra disponibilità.

Per qualche bizzarro motivo io sembro essere immune da questa deriva comportamentale, il risultato è che, non aderendo a logiche di "clan", molto spesso col passare del tempo finisco col ritrovarmi isolato. Subire i recinti altrui che mi tengono fuori non è una condizione piacevole, ma ancora posso sopportarla. Molto peggio sarebbe finire dentro l’uno o l’altro.

Quello che non ho ancora imparato è a rinunciare a provare a tirar fuori le persone dai recinti in cui si sono volontariamente andate a rinchiudere. Quello che ottengo è, in genere, solo di attirarmi le loro ire e la loro aggressività. Però pian pianino sto imparando, e col tempo conto di riuscire a non sprecarci più energie e tempo prezioso.

Cambiamenti

Il ritorno di un amico dalla Germania mi ha messo di fronte ai cambiamenti, anche negativi, avvenuti negli ultimi due anni e mezzo. Stefan ha lasciato Roma e l’associazione Ruotalibera-Fiab nel 2005, anno fatidico del Cicloraduno romano "Veni, Vidi, Bici!"

Ora ha scritto una mail ad un po’ di persone, che all’epoca avevano lavorato a quel progetto, invitandoci ad incontrarlo per andare a cena tutti insieme. Ci aveva lasciati due anni e mezzo fa, amici uniti da un comune progetto, ma nel tempo da allora trascorso molte, troppe cose, sono cambiate, e adesso diverse di quelle persone neppure si parlano più.

Io sono quello che più ha "rotto i ponti", non tanto con l’esperienza di Ruotalibera in sé quanto con le singole persone, mosso da una forma di intransigenza e di non accettazione per le incoerenze e le insufficienze altrui. A volte si è travolti dagli eventi, altre volte dalle proprie scelte.

L’elenco di persone stilato da Stefan mi appare adesso come una vecchia foto ingiallita dal tempo. Un passato lontano e sereno in cui i veleni non erano ancora sgorgati, e le persone riuscivano a rispettarsi reciprocamente. Un tempo che, quasi certamente, non tornerà più.

Cartoline dal Sudafrica

Ho ragionato a lungo sul racconto che avrei fatto del viaggio in Sudafrica, ma alla fine non penso che una qualsiasi cronaca possa render conto di tutte le sensazioni che mi ha dato fare un “salto” dall’altra parte del globo. Probabilmente ci proverò in qualche proiezione di foto, pubblica o privata. I lettori di questo blog dovranno accontentarsi di un po’ di “cartoline”.

(N.b.: per non appesantire troppo la homepage ho “tagliato” il post dopo le prime quattro, per vedere le altre cliccate in fondo sul link “Continua a leggere”)

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Il “mio” Monte Nerone, nelle Marche, fotografato dall’aereoimg_3264
La spiaggia di Hout Bayimg_3371
L’acquario di Cape Townchapman_s_peak
Chapman’s Peak e la vista su Hout Bay

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