Pianificare una nottata osservativa

(quello che segue è un post di argomento astronomico abbastanza tecnico, lo piazzo qui per avere la possibilità, in futuro, di linkarlo senza dovermelo andare a cercare in giro per la rete…)

Come già narrato
, partire per una nottata osservativa sotto un cielo decente è un gran trambusto, significa dover caricare in macchina materiali eterogenei e mettere in conto diverse ore di guida. Si rende quindi necessario ottimizzare tutte le varie fasi, e soprattutto non farsi cogliere alla sprovvista per quanto riguarda gli oggetti da osservare. La cosa peggiore del ritrovarsi sotto un buon cielo è non sapere dove puntare il telescopio.


Per piccoli strumenti è già sufficiente avere sottomano il catalogo di Messier. Compilato sul finire del diciottesimo secolo, vi sono elencati un centinaio di oggetti non stellari (nebulose diffuse, galassie, ammassi stellari ed altro) sparsi irregolarmente nelle costellazioni del cielo settentrionale. Il catalogo raccoglie gli oggetti più belli e vistosi del nostro cielo, nei telescopi di piccolo diametro sono praticamente gli unici che diano qualche soddisfazione.

Ovviamente, passando a strumenti più grossi si spalancano possibilità ulteriori: non solo quello che si vedeva bene con piccoli diametri si vede meglio, ma molto altro che prima era pressoché invisibile diventa decisamente interessante. Agli oggetti del catalogo di Messier si butta un occhio sempre volentieri, ma dopo un po’ li si impara a conoscere tutti come vecchi amici, si sa già dove andarli a trovare, e si comincia a desiderare di esplorare il resto dell’Universo.

Il guaio è che dal centinaio di oggetti "non stellari" del catalogo di Charles Messier si salta direttamente al New General Catalogue di Dreyer, che ne elenca quasi 8.000! Anche ammettendo che siano tutti visibili da cieli bui con un diametro adeguato, la maggior parte saranno minuscole galassie al limite della visibilità e pressoché prive di dettagli. Il problema diventa quindi scremare, in questo mare magno di oggetti non stellari, quelli più interessanti all’interno di una sessione osservativa, e non è esattamente un problema banale.

Esistono a questo proposito imponenti manuali osservativi, in genere in lingua inglese e di difficile reperibilità, come pure software dedicati in grado di stilare liste a partire dall’area di cielo visibile ed imponendo limiti a vari parametri come tipologia degli oggetti, dimensioni o luminosità superficiale, ma anche questi faticano a discriminare le cose interessanti dai succitati "batuffoletti" a spasso nel cielo.

Essendo per mia natura refrattario ai lavori "estemporanei", la preparazione a tavolino delle serate osservative è sempre stata uno dei miei grossi problemi. La soluzione, tuttavia, mi si è parata davanti mentre spulciavo il materiale messo a disposizione per il download dall’astrofilo giapponese Toshimi Taki, autore di un ottimo atlante stellare in 146 mappe adatto all’utilizzo con strumenti amatoriali di medie dimensioni. Dato che l’ho tirato in ballo, l’atlante di Taki merita un breve discorso a sé.

A differenza degli atlanti commerciali, in genere pubblicati in poche copie di alta qualità e necessariamente costosi, Toshimi Taki ha semplicemente elaborato un software in grado di prendere in pasto un database stellare (un elenco di stelle riportante per ognuna la luminosità, le relative coordinate e poche altre informazioni) ed in base a quello disegnare delle mappe di alta qualità nel formato di stampa PDF.

Quindi ha reso scaricabile da internet, gratuitamente, i files PDF così generati in modo che gli astrofili possano stamparsi direttamente le proprie mappe. È quello che ho fatto anch’io, ricavandone un bel librone in formato A4, su carta a doppia grammatura, molto pratico da gestire (anche se va detto che il formato delle mappe è a volte un po’ sacrificato, ed orientarsi rispetto alle stelle di campo non sempre comodissimo)


Oltre alle stelle l’atlante riporta anche quasi tremila oggetti non stellari, presi da diversi cataloghi. In una buona notte osservativa, con un 12", si possono individuare quasi tutti, ma ovviamente non per tutti l’osservazione risulta necessariamente appagante.

Fra i diversi files che Taki mette a disposizione per il download (oltre, va detto en passant, ad un ottimo e senza concorrenti atlante di stelle doppie) vi è anche la lista di oggetti contenuti nelle mappe, rilasciata sotto forma di foglio di calcolo per le suite da ufficio. Una lista non solo facilmente maneggiabile via software, ma anche molto comoda da "scremare".

In particolare vi sono una serie di colonne a sx della tabella che identificano se gli oggetti fanno parte di cataloghi amatoriali. Di uno di questi, il manuale dell’atlante riporta:

Catalog of deep-sky objects in
"Visual Astronomy of the Deep Sky"
by Roger N. Clark.

This catalog includes 611 deep sky objects.


Roger N. Clark writes:
"This appendix lists the 611 deep-sky objects that, in the author’s opinion, are the most interesting for amateur astronomers. The list represents a search of the literature for objects that are both interesting to observe and also have photographs widely available."


Ecco dunque la conclusione della mia ricerca: un catalogo di 600 tra gli oggetti più belli del cielo osservabili con strumenti amatoriali di medie dimensioni. Un numero congruo e gestibile esaurito il quale (e vi voglio ad esaurirlo…) potrò scegliere se dedicarmi ad oggetti "cavaocchi" o più semplicemente passare ad un telescopio di diametro maggiore e ricominciare tutto da capo.

Estratta la lista di questi 611 oggetti ho lavorato ad ottimizzarla per l’utilizzo osservativo. La prima considerazione è stata di raggruppare gli oggetti in base al periodo di visibilità ottimale, coincidente con la massima altezza sull’orizzonte. Ho quindi suddiviso la volta celeste in dodici "fette" di 2 ore (le coordinate celesti di longitudine, come quelle terrestri, si contano in ore, minuti e secondi) ed ho escluso tutti gli oggetti troppo meridionali per essere osservabili dalle nostre latitudini.

Ognuna di queste "fette" corrisponde al cielo osservabile intorno alla mezzanotte in ognuno dei dodici mesi dell’anno. Per maggior comodità ho indicato, nell’intestazione di ogni sezione, anche le costellazioni più vistose scendendo da nord a sud. In pratica è una sorta di piano osservativo permanente, valido tutto l’anno.

All’interno delle sezioni gli oggetti sono ulteriormente suddivisi per tipologie, in modo da aver immediatamente raggruppate insieme tutte le galassie, tutte le nebulose planetarie, tutti gli ammassi stellari, e potermi dedicare di volta in volta alle tipologie più adatte alla nottata.

In media ogni "fetta" comprende una cinquantina di oggetti, anche se c’è una enorme variabilità tra zone di cielo differenti. Per dire, nella zona tra 22h e 0h si trovano solo quindici oggetti non stellari, mentre quella tra 12h e 14h (corrispondente al Virgo galaxy cluster) ne contiene passa 150, quasi tutte galassie. Paradossalmente proprio quest’ultima è una zona di cielo difficilissima da osservare, in parte a causa dell’instabilità meteorologica primaverile, in parte per via del progressivo allungamento delle giornate che rosicchia ore alla notte.

A questo punto non mi resta, nella miglior tradizione dell’Open Source, che mettere il lavoro fatto a disposizione dei potenziali interessati. Ecco a voi, in tutto il suo splendore, il "Clark’s Deep Sky Catalog (Marcopie’s cut)".

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Il futuro che invecchia (male)

Nei giorni di riposo forzato per l’operazione al dito mi è capitato, dopo molti anni (più di quanti credessi…), di rivedere alcune puntate della “serie classica” di Star Trek.

Per un appassionato di fantascienza come me Star Trek ha rappresentato a lungo una sorta di “frutto proibito“: girata e trasmessa negli USA in 79 episodi sul finire degli anni sessanta non fu praticamente mandata in onda in Italia prima degli anni ’80. Quello che potevano ammirare i miei occhi di fanciullo erano misteriosi oggetti di merchandising legati alla serie che apparivano nelle vetrine dei negozi di giocattoli, come i bizzarri e costosissimi modellini dell’astronave USS-Enterprise.

La tv di stato italiana degli anni ’70 era molto parca di “fiction” fantascientifica. Erano andate in onda (quasi sempre in orari adatti ai ragazzi)  l’ottima produzione inglese “UFO“, quindi “Spazio 1999“, il bizzarro e psichedelico “The Prisoner“, e diversi film degli anni ’50 e ’60 come “La Cosa da un altro mondo” e l’onnipresente “Forbidden Planet“, prima di arrendersi definitivamente alle produzioni animate giapponesi (“Atlas Ufo Robot” et similia).

La serie tv Star Trek arrivò nelle nostre case addirittura dopo la sua prima trasposizione cinematografica, “bruciata” da effetti speciali di grandiosità (e costi…) improponibili dieci anni prima. Ai miei occhi di adolescente apparve già ammantata di una patina “retrò“, ma niente che non potesse essere gestito con un po’ di sana “sospensione dell’incredulità“.

Al di là delle scenografie minimali, degli effetti speciali “poveri“, delle storie spesso un po’ stiracchiate, di Star Trek affascinava l’impianto fantastico complessivo: l’equipaggio “multietnico“, il sogno di una nave in viaggio tra le stelle “alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima“.

Dopo il successo delle trasposizioni cinematografiche e le pressioni degli appassionati alla vecchia serie, negli anni ’80 venne messa in produzione “Star Trek – Next Generation“, ambientata alcuni decenni dopo le avventure di Kirk, Spock & Co. (il futuro del futuro…), e a seguire le altre serie: “Deep Space Nine“, “Voyager” e la conclusiva “Enterprise“, ovvero l’impossibile tentativo di raccontare un “prequel” della serie classica ambientata in un futuro “anteriore“.

Enterprise” è l’unica serie che gli impegni dell’età adulta mi abbiano consentito di seguire con una certa continuità, essendo programmata in orari compatibili con lo svacco serale. In qualche maniera rappresentò la conclusione dell’universo “Trek“. Come già raccontato la produzione decise per un taglio netto col passato, ed un “reboot” dell’intera vicenda. Al cinema, ovviamente, impresa a quanto pare più redditizia delle serie televisive.

La “serie classica” è stata poi oggetto di una “rimasterizzazione digitale“, gli esterni coi modellini di astronavi appesi sopra mappamondi alieni policromi aggiornati ai gusti odierni, e tutto il resto lasciato più o meno com’era in origine. Questi sono gli episodi che stanno andando in onda attualmente nelle fasce pomeridiane.

Come ha retto, dunque, la serie di fantascienza più famosa della storia al passare dei decenni? Male, direi. All’occhio cinico e disincantato di un quarantenne che ha ormai da tempo esaurito le risorse della “sospensione dell’incredulità” le avventure dell’astronave Enterprise appaiono dei fumettoni improbabili realizzati in economia ed intrisi dello spirito dell’epoca.

Le ambientazioni fantascientifiche si reggono grazie all’uso sapiente e straniante di luci colorate improbabili, accompagnate dalle sonorità “spaziali” tipiche di quel periodo, la recitazione è quasi sempre sopra le righe, le tecnologie (per quanto avanzate per l’epoca) appaiono rudimentali e goffe, e perfino le trame dei vari episodi ricalcano storielle per ragazzi.

Salvo scoprire, nel corso degli anni, che il “teletrasporto” fu inserito nella trama per via dei costi eccessivi della simulazione degli atterraggi delle navette, che molti episodi vennero scritti in base alla disponibilità dei costumi di altre produzioni negli studi adiacenti (peplum, medioevali et similia…), e infine si resta stupiti di come, con pochissimi set ed effetti speciali, si riuscì a rendere credibile questa epopea spaziale, almeno per l’epoca in cui fu prodotta.

È però, a tutti gli effetti, un futuro “pop” ormai vecchio più di quarant’anni, che non riusciamo più a far combaciare con le attuali aspettative. E pesa sicuramente anche il fatto che si sia invecchiati noi, aspettando un futuro che è arrivato in forme e modi imprevisti, non rispettando le nostre attese.

Niente astronavi interstellari, niente propulsori iperluce, niente “capitani coraggiosi“. Siamo ancora tutti qui, su questa palla di terra ed acqua sempre più esausta, incapaci anche solo di vederle, le stelle, ormai scomparse dai nostri cieli e dall’immaginario collettivo, annegate nei lucori dell’illuminazione notturna, spazzate via dallo spreco energetico.

Quanto poi “alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà“, appare evidente che non riusciamo a far pace nemmeno tra le nostre, di civiltà (ammesso e non concesso che tali si possano definire), perennemente in lotta per l’egemonia di questo o quel modello economico, o teologico, o per banali dispute etniche.

Viviamo in un futuro arenato, immobile, obbligato dalle leggi della fisica a rinunciare all’esplorazione dell’Universo, incatenato a questo mondo sempre più piccolo ed indifferenziato. Non è un caso che la capacità di sognare se ne sia andata di pari passo con l’acquisizione di questa consapevolezza.

Erano sicuramente ingenui i sogni di Star Trek, ma doverne fare a meno non è certo meglio.

Presto, lo stiamo perdendo…

Quando, una settimana dopo la famosa caduta in bici, andai a far vedere il mignolo destro da un ortopedico il responso fu: "classico dito a martello, sei settimane con un tutore e se non va a posto lo operiamo". C’era indubbiamente qualcosa di talmente naturale nel modo sereno e distaccato con cui disse "lo operiamo" da farmi pensare, lì per lì, "ma sì, che sarà mai, un mignolo…". Poche ore fa, in attesa di entrare in sala operatoria, la pensavo ben diversamente.

In realtà l’opzione chirurgica era apparsa inevitabile già diverse settimane fa, quando il dito, rimosso il tutore, nel giro di un paio di giorni era ritornato storto tale e quale a prima. Probabilmente avevo aspettato troppo a mettere il tutore, o forse mi avevano dato un tutore sbagliato in farmacia, fatto sta che mi sono dovuto rassegnare all’idea di farmi aprire e ricucire il dito.

Mi ero quindi prenotato per un "day hospital", l’ortopedico intendeva operarmi al più presto per evitare ulteriori peggioramenti, quindi stamattina sono stato raggiunto da una chiamata in ufficio che mi comunicava l’imminenza dell’intervento: nelle prime ore del pomeriggio. Per un mezzo ipocondriaco come me l’aver avuto poco tempo a disposizione per preoccuparmi è stato decisamente un vantaggio.

Ho raggiunto l’ospedale coi mezzi pubblici immerso nella lettura di un bel libro di divulgazione scientifica nel quale si rivangavano le vicende dei bizzarri scienziati ottocenteschi, la qual cosa mi ha consentito di effettuare interessanti paragoni.

Come si sa sono un appassionato di fantascienza fin dalla più tenera età, e sempre, in quegli anni lontani, mi rammaricavo di non vivere già nel futuro. Oggi mi sono reso conto di viverci, nel futuro, e la cosa mi ha offerto un notevole sollievo. Non è il futuro sognato nei miei anni giovanili, ma è pur sempre un mondo fantascientifico rispetto alle vicende ottocentesche delle quali stavo leggendo.

Quando mi hanno portato in barella in prossimità della sala operatoria, l’infermiera ha iniziato ad infilarmi aghi di flebo (antibiotici) ed il chirurgo, avvisandomi di un probabile momentaneo bruciore, a praticarmi l’anestesia locale, non ho potuto fare a meno di pensare ai feriti di un secolo e mezzo fa, cui venivano praticate amputazioni di arti con la sega a mano e senza anestesia, benedicendo in cuor mio l’epoca in cui vivo.

Col dito anestetizzato ridotto ad una sorta di appendice di legno del tutto insensibile sono stato portato in sala operatoria, dove ho ammirato il soffitto per la mezz’ora scarsa di durata dell’intervento. Non tragga in inganno il concetto di "mezz’ora scarsa", la percezione soggettiva è stata di molto più lunga.

Cercavo, inutilmente di togliermi dalla testa le decine di puntate di serial televisivi su ospedali e pronto soccorso di cui, come ogni ipocondriaco latente, vado particolarmente ghiotto, senza poter fare a meno di paragonare le sale operatorie tenebrose e claustrofobiche dei set televisivi con la situazione luminosa e rilassata in cui mi trovavo. Insomma, per quanto orientato al panico, son riuscito a starmene buono e lasciare che l’intervento seguisse il suo decorso.

Ho anche dubitato, giunto alla fine dell’operazione, che fosse poi una buona idea il "day hospital", mi sentivo stanco e desideroso di una buona notte di sonno nella confortante pancia dell’ospedale, ma dopo un’altra mezz’ora passata a contemplare il soffitto della stanza dove mi avevano "appoggiato" in attesa della dimissione quest’idea era già completamente evaporata.

Con Manu ce ne siamo tornati a casa in bus e metropolitana, lei come al solito più preoccupata di me, io già insofferente alle tinture disinfettanti. E così eccomi qua, come si dice "cotta e mangiata", dito fasciato e iperattività tornata ai normali ritmi, per cena bistecche e gewürztraminer. Meno male che viviamo nel futuro… cerchiamo, per quanto possibile, di farlo durare!

Radunatevi

Dopo aver concluso la lettura di "Infinite Jest" ho temuto che qualunque altro libro avessi letto subito dopo ne sarebbe rimasto schiacciato. Per cercare di mitigare i danni ho scelto un romanzo di Philip K. Dick, autore cui sono particolarmente affezionato e di cui, col tempo, sto cercando di leggere tutto. Purtroppo il risultato non è stato quello sperato.

La scelta è infatti caduta su una delle opere giovanili dello scrittore americano, uno dei romanzi "mainstream" (Dick è diventato famoso come scrittore di fantascienza) che in vita non gli furono mai pubblicati.

Pur essendo un lavoro molto maturo per un ventiduenne "Il paradiso maoista" (in originale "Gather Yourselves Together", ovvero "Radunatevi") soffre l’inesperienza del suo autore.

Dick mette in scena le relazioni di tre personaggi che si trovano temporaneamente isolati dal mondo, in un impianto produttivo abbandonato, in attesa del passaggio di consegne con i nuovi "proprietari" (il partito comunista cinese, uscito vincitore dalla rivoluzione maoista).

Tre personaggi molto diversi ma uniti nell’irresolutezza, nell’indecisione, nell’analizzare e sviscerare ogni minimo gesto in relazione agli altri. Come nelle sue opere della maturità emergono paranoie ed angosce personali, ed il tutto si rivela una grande metafora del passaggio, necessario per quanto doloroso, dall’adolescenza ad una possibile maturità.

Ma quello che manca è proprio il sostegno delle strutture immaginifiche e problematiche tipiche della fantascienza dickiana. Il romanzo si incarta in situazioni poco appassionanti, in vicende minime sviluppate su un arco temporale di pochi giorni in cui i tre protagonisti proiettano disagi sostanzialmente post-adolescenziali.

Da questo micromondo artificiale ed artificioso, popolato di personaggi fortemente immaturi coinvolti in situazioni non di rado pretestuose è veramente difficile appassionarsi e lasciarsi coinvolgere, nonostante l’acerba maestria della scrittura di Dick.

Al Gran Canyon

Da bambino passavo le mie vacanze in un paesino delle Marche di cui era originaria mia madre: Pianello di Cagli. Non che mio padre fosse nato molto lontano, anzi, a dirla tutta, i miei quattro nonni provenivano da paesi e frazioni distanti tra loro al massimo una quindicina di chilometri. Io e mia sorella tornavamo a Pianello, ospitati da mia nonna, e giocavamo coi molti cuginetti nostri coetanei.

Tra le attività preferite, temperatura dell’acqua permettendo, c’era il bagno al fiume. Pianello sorge alla confluenza di due piccoli fiumi, il Bosso e il Certano, molto diversi fra loro. Il Bosso viene dal confine con l’Umbria, attraversa terreni friabili, marna ed arenaria, è più opaco e più caldo. Il Certano scende freddissimo direttamente dal monte Nerone, ha acque trasparenti e cristalline e per questo viene in larga parte captato per portare acqua potabile alle città costiere.

Dapprima, bambini, si faceva il bagno nella “gorga del cinema“, dove l’acqua era meno profonda. Quindi, crescendo, passammo a quelle dei “cestoni“, e dei “prati“, piccole piscine naturali la cui profondità difficilmente superava il metro e mezzo, soggette a svuotarsi e riempirsi di ghiaia con irregolarità durante le piene invernali.

Passavamo moltissimo tempo sul fiume, non solo a fare il bagno ma anche a pescare, a mani nude, piccole trote e barbi che poi rilasciavamo, a risalire a piedi la corrente nelle nostre ciabattine di plastica immaginandoci esploratori, o a cuocerci le pannocchie sgraffignate dai campi su braci improvvisate.

Quando cominciammo a diventare adolescenti, quindi abbastanza grandi da muoverci prima con l’autostop poi coi ciclomotori, i nostri interessi natatori si spostarono più a valle, presso Cagli. Passammo più di un anno a far bagni e tuffi in un punto in prossimità della cappella della “Madonna del Cerbino” e della relativa sorgente.

Lì l’acqua era profonda da due a quattro metri, e le rocce sovrastanti consentivano di tuffarsi da altezze notevoli (almeno per noi), fino a tre/quattro metri sopra il filo dell’acqua. Va detto che c’erano anche dei tuffatori adulti più esperti che si buttavano da altezze ancora maggiori. Ne ricordo uno, coi tipici baffoni anni ’70, che a metà pomeriggio faceva un unico tuffo a volo d’angelo da un punto alto forse sette, otto metri. Da lì il cerchio d’acqua non si vedeva nemmeno.

Io non ero un gran tuffatore. Andar giù di testa mi spaventava. Ma trovavo irresistibile il saltare in acqua da un punto elevato: il senso di pericolo prima di lanciarsi, il momento di sospensione quando si è in aria, l’abbraccio fresco e liquido del fiume. Non ero un gran tuffatore, ma mi piaceva da matti.

Fu così che, un anno in cui le piene riempirono le vasche della “Madonna del Cerbino”, scoprimmo il Gran Canyon.


Il Gran Canyon si trova, in linea d’aria, poche centinaia di metri a monte della “Madonna del Cerbino”, ma non è raggiungibile risalendo il corso d’acqua per via delle pareti molto ripide su entrambi i lati. Arrivando dalla strada si percorre un breve sentiero quindi si scende, abbastanza scomodamente, al fiume, raggiungendo una prima piscina naturale ed una “spiaggia” di rocce sufficientemente pianeggiante da ospitare, in estate, alcune decine di bagnanti.

Ma per il tratto più interessante occorre camminare verso valle, su rocce calcaree aspre e scomode, fino ad arrivare al punto in cui il fiume si insinua in una fessura tra le rocce che, nei punti più stretti, raggiunge a stento il metro di larghezza.


Questo canale naturale infine si allarga e diventa più profondo, riducendo così la velocità dell’acqua e consentendo di nuotare in sicurezza. Ma non c’è una discesa, l’unico modo di entrare è tuffarsi da uno sperone  roccioso sospeso un metro sopra il filo dell’acqua.


Ovviamente anche risalire non è semplice, e se non c’è nessuno/a a dare una mano può talvolta risultare impossibile. Questo è il motivo per cui pochi si arrischiano a nuotare nella parte terminale del canale, ed è un peccato, perché da lì inizia la parte più bella di tutto il fiume.

Poco oltre le pareti rocciose salgono in verticale, ed un tetto di vegetazione copre un ampio tratto dove il fiume forma altre piscine naturali. I colori assumono una tonalità verde smeraldo, ed il movimento incessante della superficie dell’acqua fa sì che la luce si muova sulle tormentate pieghe calcaree creando un effetto di indescrivibile suggestione.


È un paesaggio fiabesco, di quelli che in genere solo il cinema, coi suoi raffinati artifizi, riesce a regalare, ma trovarcisi immersi dentro è tutto un altro discorso. Verso la fine, quando le pareti cominciano di nuovo ad allargarsi, c’è un punto in cui l’acqua sorgiva gocciola da diversi metri di altezza su una piscina naturale, evocando suggestioni esotiche.

Purtroppo di questo punto non ho foto, mancando di una fotocamera subacquea. Come già detto l’unico modo di raggiungerlo è tuffandosi in acqua, e non credo che la mia fotocamera reggerebbe il trattamento…

Dopo tutto questo lungo racconto aggiungerò che ci sono tornato da poco, con un po’ di amici ciclisti di cui solo pochissimi hanno avuto l’incoscienza di avventurarsi con me a scoprire questa meraviglia. Ragionavo, mentre faticosamente mi arrampicavo sulle rocce per uscire, sul fatto che certe esperienze restano forzatamente per pochi.

Ho pensato anche che a questo luogo tanto speciale sono legati dei ricordi indelebili, di me ragazzo, e di me adulto. Il Gran Canyon fa parte di me, di quello che sento di essere, una parte incancellabile.

Ma, inevitabilmente, se da ragazzo tuffarmi in acqua ed arrampicarmi di nuovo fuori era un esercizio semplice, col passare degli anni tutto diventa più complicato. Stavolta ho avuto bisogno di una mano per tornar su. Fra un po’ (sperabilmente parecchi anni!) dovrò anch’io rinunciare.

Che significherà, allora, non poter più godere di questa esperienza, che ritengo una parte di me? Che significherà guardare luoghi dove sono stato giovane e felice pensando che quel tempo non potrà più tornare? Potrò accontentarmi dei ricordi, o quei ricordi mi faranno soffrire?

La verità è che non lo so. Non so cosa la vita potrà riservarmi, né in che modo sarò in grado di accogliere questi cambiamenti. Un po’ ne sono spaventato, e preoccupato, ma uso questi timori come una molla per vivere senza risparmio. La vita non è sempre comoda. Alle volte, per ottenere quello che desideriamo, bisogna trovare il coraggio di tuffarsi.