L'ossimoro che cammina

Stamattina, sulla strada per un ennesimo convegno/incontro sulla ciclabilità romana, riflettevo sulle mie contraddizioni, sul mio dover necessariamente essere molte cose diverse. Ho smesso di camminare e mi sono messo a scrivere: quattro definizioni.

Poco più in là mi sono dovuto fermare di nuovo, per un "verso singolo", fulminante. Poi ho ripreso ad andare, ero già in ritardo. Ora non saprei più cosa aggiungere, questi due "pezzi sconnessi" mi sembrano già sufficienti e necessari.

Pochi giorni fa b.georg scriveva sul suo blog [falso idillio] proprio in merito all’imprevedibilità con cui la poesia si manifesta. Non so se sia questo uno dei casi, ma tenderei a dargli ragione...

L’ossimoro che cammina

Io sono il guerriero pacifista
Io sono il cristiano ateo
Io sono l’ossimoro che cammina
Io sono le mie contraddizioni

Muovo passi inattesi nella danza del mondo

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Stanchezza

Sicuramente a voi, i quattro lettori di questo piccolo blog, non interesserà più di tanto, ma è passata più di una settimana dal mio ultimo post, ed è per me un traguardo negativo.

Qual’è il fatto? Non ho più molto da dire o semplicemente non mi va? Un po’ tutt’e due le cose. Sono indaffarato in parecchie cose ultimamente, e le porto avanti con determinazione e soddisfazione, per cui non mi viene da aggiungere altro a quanto già scritto fin qui.

O piuttosto trovo utile impiegare il mio tempo altrimenti che non a riempire pagine web delle mie elucubrazioni, spesso solo per rendermi conto che a spiegare più decentemente quello che penso ci vorrebbe forse il quintuplo delle parole (con l’inevitabile effetto di addormentare tutti).

E, se vogliamo, c’è anche il fatto che non so più "con chi sto" comunicando, i lettori che si degnano di interagire si contano sulle dita di una sola mano (davvero non so come ringraziarvi), e temo fortemente che dipenda da quello che scrivo.

Insomma, anche se il numero di contatti quotidiani si è stabilizzato intorno alla quarantina io sospetto che si tratti di una maggioranza di "contatti casuali" che finiscono qui per sbaglio e dopo aver letto poche righe se ne scappano a gambe levate.

Per cui, se vi va di contrastare questo momento di stanca del sottoscritto potete "delurkarvi" temporaneamente e scrivermi nei commenti (procedura del tutto indolore, non richiede neppure l’anestesia locale) che il tempo passato a leggere il "Mammifero" non lo considerate del tutto sprecato.

Nel frattempo continuerò a segnalare nel box "altro da leggere" le notizie e le riflessioni interessanti che pesco in rete. Anche per quello… fatemi sapere se serve a qualcuno/a.

Le parole della Crisi

Si menziona la "crisi" e tutti si preoccupano. "Cala l’occupazione", "contrazione dei consumi", "la crisi finanziaria investe l’economia reale". Le parole governano e veicolano il senso di quanto viene affermato, e sono armi per dirottarne strumentalmente il significato.

Proviamo a fare un esercizio. Sostituiamo "cala l’occupazione" con "aumenta la disponibilità di tempo libero". Messa così non suona tanto male, vero? Eppure mi sembra che nessuno dei mass media, dai giornali cartacei a quelli televisivi, abbia fin qui optato per una chiave di lettura di questo tipo.

Andiamo avanti, sostituiamo "contrazione dei consumi" con "rallentamento dell’esaurimento di materie prime", interessante, no? Sembra quasi una buona cosa. In realtà è una buona cosa. Ma non ce la dicono. Ci raccontano solo il lato negativo di quello che accade.

I motivi di ciò sono diversi, ma tutti descrivibili in termini di inerzia. L’inerzia è, in generale, una forza che oppone resistenza al cambiamento. Non conta se il cambiamento sia positivo o negativo, l’inerzia vi si oppone.

Le "inerzie" in gioco in questo caso sono diverse. C’è in primis un’inerzia economica, che vuole la conservazione dello status quo, di questo folle modello votato ad una divinità pagana che prende il nome di "crescita" e richiede continui sacrifici umani.

C’è poi un’inerzia culturale dei nostri media, che privilegia le notizie drammatiche a scapito di quelle di "ordinaria amministrazione", che enfatizza le tragedie per venire incontro alla curiosità morbosa del pubblico, che elemosina attenzione esibendo mostri e drammi umani, che a sua volta alimenta un’altra creatura mitologica denominata "audience".

C’è, non ultima, un’inerzia tutta politica volta alla perpetuazione di privilegi di casta, acquisiti a spese dei diritti altrui, della giustizia, dell’equità. Una riluttanza al cambiamento che, soprattutto nel nostro paese, ha radici ataviche.

Ma basta cambiare le parole per svelare il trucco. Basta, ad esempio, sostituire "crisi" con "cambiamento", "consumi" con "spreco", "lusso" con "superfluo" ed ecco che ogni cosa appare in una nuova luce. Direi addirittura migliore.

È questo che ci ci governa, chi controlla quello che pensiamo, non vuol farci vedere: la positività (potenziale) del cambiamento. E lo fa con le armi della propaganda e con la complicità, consapevole o meno, dei mass media. Ma noi possiamo ribellarci, e smetterla di dare ascolto alle "cassandre" mediatiche per riprendere possesso del nostro linguaggio, dei nostri pensieri, delle nostre idee.

Possiamo, o meglio: dobbiamo. Altrimenti ci troveremo esposti ad un cambiamento epocale, come quello che ci attende, e lo affronteremo con strumenti mentali profondamente sbagliati, rendendolo sul serio una tragedia.

I soli di Kabul

Ogni tanto, causa regali di amici e parenti, le mie letture deragliano dai binari usuali (fantascienza e saggistica in testa) per esplorare altri territori letterari. È questo il caso di "Mille splendidi soli", di Khaled Hosseini, che narra le tragiche vicende di due donne afghane, a cavallo degli sconvolgimenti subiti dal paese negli ultimi trent’anni.

Al di là della relativa piattezza della scrittura (il libro si lascia leggere, ma non è certo un’esperienza narrativa sconvolgente) la cosa che più mi ha colpito è l’affresco di un paese che va in pezzi, progressivamente, anno dopo anno, ripercorrendo vicende che da fuori abbiamo vissuto molto distrattamente, veicolate dalle cronache giornalistiche.

L’invasione sovietica, la resistenza dei capi tribali supportata dagli USA, la presa di Kabul, le lotte intestine, l’avvento dei talebani, l’intervento internazionale. Il libro si chiude con la speranza in una ricostruzione che però, di fatto, non è ancora avvenuta, anzi i presidi militari internazionali stanno perdendo terreno di fronte agli eserciti locali foraggiati dal traffico di droga.

L’Afghanistan è oggi un paese ostaggio di pressioni economiche e geopolitiche micidiali, una terra lacerata da volontà di dominio contrapposte, luogo di scontro di ideologie e filosofie inconciliabili, paradossalmente ricchissima per i criminali, che vi coltivano l’oppio, e poverissima in termini di agricoltura tradizionale.

In tutto questo strazio emerge la disastrosa condizione delle donne, che una lettura estremista del Corano vuole ridotte ad oggetti di proprietà dei maschi, siano essi mariti, padri, fratelli, sepolte vive perfino nei propri abiti, quei Burqa azzurri che le nascondono al mondo. Le donne afghane, e i bambini.

E noi, la nostra pretesa "superiore" cultura occidentale, tutte le nostre certezze? Da questo libro escono a pezzi. Non c’è cultura millenaria in grado di resistere ai cannoni, non c’è civiltà che non possa essere sovvertita dalla barbarie, né luogo sicuro al mondo. Abbiamo attraversato il più lungo periodo di pace degli ultimi secoli e l’abbondanza di risorse che lo ha alimentato si va esaurendo.

Nello scivolare lento ed inarrestabile dei personaggi di Hosseini nell’incubo della guerra civile si rispecchiano tutte le mie preoccupazioni sul momento storico attuale.

Anniversari

Quest’anno ricorre il decennale della redazione di un mio lungo articolo intitolato “Bicicletta e trasporto sostenibile” da parte della rivista “Gazzetta Ambiente“, edita dal Poligrafico dello Stato. Una rivista che pochissimi conoscono, essendo rivolta pressoché esclusivamente ai pubblici amministratori.

In quel breve saggio, pubblicato nel gennaio 2000, facevo il punto sulle potenzialità di sviluppo della mobilità ciclistica e sui vantaggi che la crescita dell’utilizzo della bicicletta avrebbe comportato per l’intera collettività, prendendo in considerazione diversi possibili approcci.

L’articolo ebbe una discreta eco soprattutto fra i cicloambientalisti, trovando una sua collocazione più propria e fruibile sul sito della Fiab (Federazione Italiana Amici della Bicicletta Onlus), e successivamente sulle pagine web dell’associazione Ruotalibera-Fiab (di cui ero, all’epoca, presidente).

Di fatto, però, restò lettera morta. Dei molti interventi suggeriti ed auspicati pressoché nessuno venne intrapreso. Da allora dieci anni sono trascorsi inutilmente, e siamo ancora al punto di partenza, mentre realtà culturalmente e socialmente più avanzate, “su al nord“, hanno nel frattempo compiuto passi enormi.

Nonostante questo l’uso della bici è comunque cresciuto, lentamente e dal basso, senza significativi aiuti da parte delle amministrazioni locali e nazionali. Pochi anni dopo la pubblicazione dell’articolo vedrà la luce il fenomeno “Critical Mass” (di cui lo scritto, ovviamente, non fa menzione…) a rilanciare l’utilizzo urbano della bicicletta.

Ancora più in là sarà la pesante irruzione del “Web 2.0“, con blog, forum e gruppi di discussione, a rendere accessibili progetti, contenuti ed informazioni di varia natura sulla bici ed i suoi possibili utilizzi a moltissimi neo-ciclisti.

Oggi le idee illustrate in quell’articolo sono meno “di nicchia“, direi molto più diffuse ed ormai di patrimonio comune, ma certo dieci anni fa pochissimi erano in grado di sognare un mondo a misura di bicicletta, e di provare a suggerire strategie per realizzarlo. Io ero tra quelli, ma non è che sia servito a molto, altri addirittura non ci sono più.

L’articolo, per chi abbia voglia di leggerlo, è scaricabile da qui in formato PDF.

La Formica nel paese delle Cicale

Lentamente, in sordina, lo stillicidio di notizie sulla crisi dell’economia mondiale filtra attraverso la cappa di ottundimento che i mass media spacciano per informazione. La percezione generale è che ci sia qualcosa che non va, ma probabilmente tutti hanno troppa paura di scoprire esattamente cosa.

È un comportamento che ricorda abbastanza il "nascondere la testa sotto la sabbia": si fa finta di niente, che la crisi sarà passeggera, che tutto tornerà come prima. E d’altro canto la larghissima maggioranza degli abitanti di questo pianeta ha esperienza, nell’arco della propria vita, di un unico "modello", quello della crescita.

Gli altri, i più anziani, hanno ricordi ormai lontani e confusi, offuscati dal pensiero unico della "crescita illimitata" che ha governato le scelte dell’umanità negli ultimi decenni. Ma la crescita non può essere "illimitata", in un mondo finito.

Così scrive Stand sul suo blog "Due Cents", al termine di un lungo excursus sul sistema monetario globale creatosi a seguito della seconda guerra mondiale (pubblicato in tre parti: 1, 2 e 3):

"L’ortodossia economica attuale è giunta al capolinea. La teoria economica assurta a religione non funziona. Non funzionò con Keynes, e non ha funzionato con Hayek e Friedman. La globalizzazione acritica e demente, tutte le balle sul vantaggio competitivo e il concetto di mondo azienda, le delocalizzazioni di massa e l’andirivieni di capitali non han creato ricchezza (se non per pochi speculatori). Hanno solo abbassato il prezzo di una montagna di carabattole superflue e reso il cibo un bene di lusso. Quello di cui hanno paura i banchieri e gli speculatori è che finalmente un po’ di buon senso ritorni e vengano imposti paletti salutari e necessari"

E io mi sento, come da titolo del post, una "formica nel paese delle cicale", fuori luogo e fuori fase. Sono figlio (nipote?) di una cultura contadina che ha sempre valorizzato la parsimonia, la moderazione, la cura degli oggetti ed il riuso, la cultura personale, il buonsenso, in questa "società dello spreco" mi sento, appunto, sprecato.

Tic, in un post molto ispirato sulla perdita di consensi delle rappresentanze politiche della sinistra, punta il dito nella stessa direzione:

"No, perché, insomma… Ve lo confesso, dai: a me è capitato di riconoscermi nel ritratto di chi prova fastidio (è giusto, è giusto: non indignazione, fastidio) per moltissimi dei propri connazionali: quelli che la Maria De Filippi, quelli che il Grande Fratello, quelli che l’Isola dei Famosi, quelli che il calcio, quelli che meno male che Silvio c’è, quelli che Itaaaalia Unooooo!, quelli che ‘sti immigrati bisognerebbe fare come fanno in Spagna che li mitragliano in mare prima che approdino, quelli che ieri erano gli albanesi, oggi sono i rumeni e domani saranno gli eschimesi, quelli che Di Bella aveva sconfitto il cancro ma la Bindi, quelli che l’aviaria, quelli che la sars, quelli che Tremonti aveva previsto tutto, quelli che non sono fannulloni e quindi non hanno niente da temere dal ministro Brunetta, quelli che a mezzanotte va la ronda del piacere, quelli che Padre Pio. Quelli.
(…)
Io (e come me, tantissimi) non ho niente da dire, a quelli là. Non ho proprio niente da spartire, con quelli là.
Perché li detesto. E sono ricambiato di cuore, non ne dubito.
Edmondo Berselli chiama tutto ciò “guerra civile a bassa intensità”.

"Guerra civile" è un termine forte, un’idea "pesante", ma ci consente di applicare strumenti di analisi che altrimenti sarebbero preclusi. Evidentemente è una guerra per l’egemonia "culturale" (in senso lato) del paese, che vede schierati da un lato un potere economico pervasivo e borghese, armato di giornali e tv, dall’altro una "resistenza" formata da un ceto intellettuale impoverito e declinante, che dall’alto di una cultura spesso cattedratica ed obsoleta fatica a mantenere la posizione.

In mezzo c’è la maggioranza del paese, i "civili" tutt’altro che inermi,  piuttosto opportunisti e furbi, che si schierano con chi ha più potere, perdendo via via diritti e potere decisionale. È una strana brutta guerra, su cui mi piacerebbe avere le idee più chiare.