Il lungo inverno caldo della mobilità romana

Almeno in apparenza, situazioni rimaste immobili per decenni hanno finalmente preso a muoversi ed a risucchiare la mia disponibilità di tempo. Cercherò quindi di fare il punto di quanto successo nelle scorse settimane. Non molto dopo lai presentazione dell’analisi di rete ciclabile effettuata in collaborazione col V municipio ho partecipato con altri all’incontro “Bicinomia”, promosso dalla rete delle ciclofficine romane. L’approccio al disegno “dal basso” della rete ciclabile è stato, anche in quella sede, molto apprezzato.

Sono stato quindi coinvolto dl gruppo “Residenti del Quadraro Vecchio” (un quartiere confinante col mio) in un evento su “Zone 30 e moderazione del traffico”, al quale si sono prestati a partecipare anche Paolo “Rota Fixa” Bellino e Aberto Fiorillo, oltre all’assessore alla mobilità del V municipio Giovanni Assogna.

Di questo incontro, svoltosi nella mattinata di sabato 1 marzo, rimane (grazie a Carletto) il video della presentazione che ho messo assieme rimaneggiando ed alleggerendo un po’ di materiale fornitomi dall’impagabile Matteo Dondé (che spero di trascinare a Roma di nuovo a breve).

Tempo di riprender fiato e già il 4 marzo (domani, per chi scrive) si terrà il primo incontro con i ciclisti del V municipio, in cui definiremo l’organizzazione delle pedalate per esplorare e documentare l’ipotesi di rete ciclabile, percorso collettivo da fare “in sella” che inizierà già dal prossimo weekend.

E non è finita qui, perché fra una decina di giorni dovremo illustrare il lavoro svolto nel municipio e le sue modalità direttamente all’assessorato alla mobilità del Comune di Roma, per vedere se tale modello sia esportabile negli altri municipi. Insomma, “quando troppo e quando niente”, come recita un vecchio adagio… Capirete quindi la mia relativa latitanza da queste pagine: “ubi maior, minor cessat”, come dicevano i latini.

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Giovedì 26 dicembre torna il G.S.(S.)A.

Come ormai consuetudine pluriennale (siamo alla terza edizione) il 26 dicembre torna il “Grande Santo Stefano Anulare”, da un’idea partorita nel 2011 da Sergio Trillò: smaltire gli eccessi alimentari delle festività percorrendo il G.S.A. La proposta ha ottenuto un’adesione entusiastica, raggiungendo in poco tempo il centinaio di partecipanti. Qui un video dall’edizione 2012: Prima parteSeconda parte.

L’appuntamento per il 26 è alle ore 9.00 a Piazzale Ostiense, nel giardinetto al centro della piazza, facilmente raggiungibile con treni urbani e metropolitane (caricando la bici)

L’itinerario sarà percorso in senso orario, e presenterà delle significative differenze rispetto alle edizioni precedenti, in particolare nella parte nord-ovest del tracciato.

L’iniziativa è, come al solito, informale, senza organizzazione o gestione dei partecipanti: noi si va, chi vuole si aggrega consapevolmente e responsabilmente. Per partecipare sarà sufficiente presentarsi all’appuntamento, ma sarà gradito se segnalerete la vostra adesione su Facebook o sul forum Cicloappuntamenti.

Jevons, la città e le auto

“If you plan cities for cars and traffic, you get cars and traffic. If you plan for people and places, you get people and places.” (Fred Kent)

Qualche mese fa mi era capitato di menzionare il paradosso di Jevons in riferimento al consumo di risorse, ieri l’ho collegato alla diffusione delle automobili negli spazi urbani. Riducendo la questione all’osso, se gli spazi urbani sono già saturi non si riuscirà a renderli meno affollati col trasferimento modale su altre forme di trasporto, semplicemente perché gli spazi “liberati” saranno nuovamente saturati da altri utenti che prima non trovavano la convenienza di utilizzarli.

In estrema sintesi: le strade si liberano facendo politiche per ridurre il numero di automobili, non pensando di trasferire utenza ad altre modalità di trasporto. Né più né meno quello che hanno fatto in Olanda negli anni ’70. Dopo avere allargato le strade per fare più spazio alle automobili, anche abbattendo edifici, quello che hanno potuto verificare è che più spazi si concedono alle automobili, più automobili finiranno con l’occuparli. Il tutto è descritto in questo bel video, sottotitolato e messo a disposizione dal blog Nuova Mobilità.

Gli olandesi, tuttavia, hanno reagito col pragmatismo che li contraddistingue: una volta verificato che il risultato non era quello desiderato, hanno nuovamente ridotto la sezione delle vie, ricostruendo gli edifici abbattuti e riportando le strade alla loro larghezza originaria. A seguire hanno perseguito l’obiettivo di limitare l’accesso delle auto ai centri città, ed in generale attivato politiche che ne marginalizzassero l’utilizzo.

A questo si ricollega l’intervento di Fabrizio Bottini: “Città: coraggio, fatti ammazzare”, dove la costruzione di autostrade urbane viene paragonata ad un fucile puntato contro i cittadini, pronto ad esplodere e fare vittime innocenti (non ultima la ragazza egiziana, incinta, morta assieme al figlio di quattro anni ed a quello che aveva in grembo).

La città, qualunque città, non funziona come il circuito elettrico con cui ci riassumono le fermate della sotterranea, strisce colorate separate da cui si entra ed esce solo in corrispondenza dei pallini scuri. Un noto urbanista internazionale l’ha pure inconsapevolmente usato poco tempo fa, lo slogan Ville Poreuse, a definire questa organicità metropolitana, del resto già stigmatizzata un secolo fa da Patrick Geddes, e per nulla riconducibile alle scatole incomunicanti del modello modernista.

Ed è notizia di poco fa quella di un convegno all’università Roma Tre sul tema della sicurezza, dal quale già emergono numeri agghiaccianti.

E tanto per capire la gravità della situazione il 10 per cento di tutti gli incidenti stradali italiani avviene a Roma, il 7 per cento a Milano. «E questo dà una misura della sicurezza- conclude Benedetto- anche riguardo quelli mortali: a Roma muoiono per questo motivo mediamente 200 persone l’anno, mentre, ad esempio, a Parigi sono in tutto 35 persone l’anno.

Penso che il quadro che emerge dalla somma di tutte queste informazioni sia abbastanza chiaro. Non possiamo ancora credere nell’efficacia di interventi palliativi senza che il sangue di decine, centinaia di innocenti ricada sulle nostre spalle.

Dobbiamo ripensare la forma città con interventi urbanistici drastici, restituire gli spazi pubblici alle persone togliendoli alle scatole metalliche con cui li abbiamo improvvidamente riempiti, ricucire forme di spostamento leggero tra i quartieri, promuovere il trasporto pubblico a scapito di quello privato a motore, e se necessario ridislocare persone ed attività produttive.

Per fare questo occorre un primo enorme sforzo: guardare negli occhi la mostruosità di asfalto, lamiere e cemento che abbiamo edificato nel corso degli anni e comprendere che va semplicemente abbattuta. Per poi, subito dopo, edificarne una nuova in base a criteri completamente diversi.

Tutti a/r mare

“Insegna ad una persona a viaggiare in bicicletta, ed avrai cambiato
per sempre il modo in cui penserà a sé stesso/a ed al mondo” (M.B.)

La Ciemmona è diventata, per me, nel corso degli anni, uno di quei momenti affatto speciali in cui i nodi di una vita intera appaiono finalmente appartenere ad un’unica rete. Passato, presente e futuro, per una rara coincidenza, si rivelano cuciti insieme.

Come per Paolo sulla via di Damasco, la prima Ciemmona, nel 2004 (quando ancora si chiamava semplicemente “Roma Pedala”), arrivò a sconvolgere tutto quello che credevo di sapere sulla promozione e diffusione dell’uso della bicicletta, e ben presto mi costrinse a rivedere molte radicate convinzioni sui processi umani e sociali correlati.

La storia di come andò è già stata raccontata, e sempre sulla Ciemmona sono tornato a ragionare, a pochi anni di distanza (in un post dal titolo molto simile). Rileggendo quanto scritto tempo addietro posso solo prendere atto della sostanziale attualità di quelle riflessioni. Non molto è cambiato, nemmeno nella città ostile che ci circonda.

L’anno scorso fui costretto a saltare l’appuntamento a causa di un matrimonio, quest’anno ho potuto partecipare a tutti e tre gli appuntamenti, anche se solo parzialmente ai primi due (venerdì e sabato), rientrando per l’ora di cena. La sensazione che ho avuto è quella di una forza gioiosa, ed in quanto tale inarrestabile.

La massa critica si compone di innumerevoli singole identità che, unite insieme, danno vita ad un sovra-organismo. Nessuno sa a priori dove si troverà nel corso della giornata, ed a fare cosa. Man mano che il serpentone di ciclisti procede, spontaneamente si formano le barriere per arginare gli autoveicoli, ci si ferma a dare una mano a chi ha problemi, si collabora e contribuisce alla riuscita dell’evento. Nessuno decide, nessuno ordina, ma tutti si attivano in base alle necessità.

Già da un po’ speravo di poter coinvolgere in quest’esperienza i miei nipoti, ma per tutta una serie di coincidenze solo quest’anno sono riuscito a coronare il mio sogno. Purtroppo la pioggia ha impedito che partecipassero al giro di sabato, ma la domenica siamo riusciti a portarli al mare. O meglio, ad accompagnarli, visto che al mare ci sono arrivati da soli, pedalando per più di 30km.

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Tra le moltissime persone incontrate in quest’occasione diverse appartengono al lontano passato (con Guido A., Pino F. e Romano P. ho condiviso pedalate sul finire degli anni ’80), altri al passato meno remoto, in cui ero guida e poi presidente dell’associazione “Ruotalibera” (Marco G. su tutti), altri ancora al passato prossimo, il periodo in cui sono stato attivo nei “Ciclopicnic”, sul blog “Romapedala”, davvero troppi per citarli tutti.

Altri ancora, moltissimi, appartengono al presente, al forum “Cicloappuntamenti”, alle esperienze di “Di Traffico Si Muore” prima e “Salvaiciclisti” e “LACU” poi. E sopra tutto questo il futuro, incarnato dai miei tre nipotini, che spero riusciranno a godere i frutti di tanto lavoro, intelligenza, volontà e passione spesi nel corso degli anni.

Questo ha fatto sì che la giornata di domenica assumesse per me la dimensione di un “album dei ricordi” proiettato in tempo reale, un reminder delle tante cose fatte e delle tantissime ancora da fare, una sorta di “Cappella Sistina” momentanea, affresco situazionista del cicloattivismo degli ultimi vent’anni a Roma.

Un movimento dalle molte anime, e forse dalle troppe diverse priorità, che si proietta in avanti sullo slancio di una crescita numerica a lungo attesa e finalmente realizzata, tale da portare con sé il consenso necessario a produrre trasformazioni politico sociali, per anni esistite solo nelle fantasie di pochi sognatori.

Ad un certo punto Emanuele mi ha detto: “Zio, però se fossimo andati in macchina saremmo già arrivati…”. “Certo”, gli ho risposto, “ma ci saremmo persi tutto questo (indicando l’incredibile serpentone di ciclisti che occupava via Cristoforo Colombo fin dove era possibile guardare), che in fondo è la parte migliore!”. Per questo ho voluto concludere il video con una frase che ho messo a fuoco solo sulla via di casa:

“Non ha importanza da dove vieni, o dove vai. Importante è il viaggio”.

Poi ho capito che questo è stato, negli ultimi vent’anni, il mio “viaggio”. Tutte queste persone con cui ho condiviso pedalate, incontri, riunioni, sorrisi, arrabbiature. Questo è stato fin qui il viaggio della mia vita. Magari non mi ha portato da nessuna parte, ma è stato lo stesso un gran bel viaggio, e se pure potessi, non lo cambierei.

Pasolini, la città e il presente

Uno dei miei sogni, fin da ragazzo, è sempre stato quello di conoscere il futuro. Oggi, da adulto, sogno di viaggiare nel futuro per poter finalmente comprendere il presente, quello che mi accade intorno. Il mondo si sta trasformando troppo in fretta, e quello che avviene oggi potrà essere compreso solo sulla distanza. Forse. Intanto continuiamo a non comprendere neppure quello che è accaduto “ieri” (m.p.).


Non più tardi di un paio di giorni fa, girando su Facebook, mi sono imbattuto in questo video di Per Paolo Pasolini, girato nel 1974, sulle dune di Sabaudia. Guardatelo, prima di proseguire nella lettura.

Eccolo lì, un fragile intellettuale con le mani in tasca sferzato dal vento, che riflette sui propri errori interpretativi, e sulla cecità che lo circonda. Quello stesso vento che porta via le sue parole e le cancella. Pasolini esprime in questo filmato un’intuizione potentissima, che non riesce tuttavia a scalfire il pensiero mainstream, non getta radici.
La conclusione del suo ragionamento è terrificante:

“Posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia. E questo è avvenuto talmente rapidamente che in fondo non ce ne siamo resi conto. E’ avvenuto tutto in questi cinque, sei, sette, dieci anni. E’ stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire. E adesso, risvegliandoci, forse, da quest’incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.”

Dell’Italia che Pasolini ha visto sparire la mia generazione, nata negli anni ’60, non ha potuto cogliere che tracce, frammenti. Il lavoro di cancellazione portato avanti nella logica del consumo e della distruzione a ritmi serrati non ci ha lasciato che briciole a cui aggrapparci, insufficienti a comprendere il quadro complessivo.

Pasolini è stato fatto sparire, nascondendo la sua grandezza dietro uno scandalo dai contorni sessuali, il suo pensiero eretico abbandonato nel dimenticatoio, mentre l’ideologia dei consumi ha continuato a marciare incontrastata completando l’opera di annientamento della memoria collettiva, di appiattimento.

Noi “baby boomers” siamo i figli del “mondo nuovo”, del consumismo, dell’errata convinzione che un passato di povertà dovesse essere cancellato e dimenticato, che il pianeta tutto dovesse avviarsi su una strada diversa, delle “magnifiche sorti e progressive”. Un pezzo alla volta siamo stati espropriati delle nostre radici e tradizioni, del nostro passato, della civiltà rurale e contadina dei nostri genitori e nonni.

Ed ora che il “nuovo” perde il suo slancio, che le promesse “inesauribili” risorse energetiche iniziano a declinare, che il territorio è stato ricoperto di cemento, ferito, massacrato. Ora che le risorse idriche sono messe in ginocchio da sprechi, prelievi forzati, cambiamenti climatici, che le città si sono rivelate giungle urbane circondate da quartieri dormitorio dove ogni socialità è negata, ora che l’idea di futuro in base al quale le nostre vite sono state modellate dalla società va in crisi, cosa ci rimane?

Non so se faremo in tempo a morire, prima che questo ennesimo grande inganno sia disvelato in tutto il suo orrore, non so se vivremo una serena vecchiaia o precipiteremo nell’olocausto che stiamo pazientemente, e stolidamente, costruendo con le nostre stesse mani. Non so se faremo in tempo a sparire prima che i nostri figli, e i nostri nipoti, possano chiederci ragione di tanta ottusa cecità.

Critical Marriage

Sabato scorso a Roma c’era la Cemmona, evento ciclocritico dell’anno di risonanza internazionale (viene menzionata sulle guide “Lonely Planet”), giunta ormai alla sua nona edizione. Quest’anno io e Manu ce la siamo persa, ma per un buon motivo: eravamo a Parma al matrimonio di una copia di amici “di bicicletta”.

La mattina di buon’ora ce ne siamo andati in stazione con le nostre pieghevoline (Brompton), le abbiamo caricate sul Frecciarossa ed in compagnia di Cecilia (Bromptomunita anch’essa) siamo partiti alla volta dell’Emilia Romagna. Guidati dal fido GPS abbiamo quindi raggiunto pedalando la sala destinata dal municipio ai riti civili e partecipato alla cerimonia.

Terminato lo sposalizio abbiamo seguito gli sposi in una sorta di Critical Mass che ha attraversato la città, con brevi soste per le foto di rito nelle piazze più spettacolari e meritato finale al ristorante accanto al parco cittadino. In tutto questo ho trovato il tempo di girare un breve filmino, videocamera alla mano, che è stato rimontato e sistemato una volta tornato a casa. Eccolo qui (la pedalata è nella seconda metà).

[youtube:”http://youtu.be/68UKLfyLU08″%5D

Riciclaggio video

La campagna #salvaiciclisti, con la manifestazione prevista per fine mese, ci sta costringendo a fare i salti mortali in corsa per arrivare al maggior numero possibile di persone. Quando ad un certo punto mi è venuta l’idea di girare un video promozionale mi sono anche reso conto che i tempi erano troppo stretti per realizzare qualcosa di decente, così ho rimesso mano allo spot “morettiano” girato per la Ciemmona 2008 (starring Giuseppe il “Losco Individuo”) e, facendo tesoro dell’esperienza di montaggio maturata coi documentari sulla Togliatti e sul G.S.A., in una mattinata di “taglia e cuci” ne ho fatto una versione aggiornata.