De-vintage: aggiornare una bici del passato

Da appassionato ciclo-escursionista di lunga data, e con una spiccata tendenza ad affezionarmi agli oggetti ed alle memorie che portano con sé, finisco col ritrovarmi sul groppone biciclette ‘d’annata’, che qualcuno potrebbe addirittura considerare vetuste. Quella di cui scriverò oggi è una bianchi XC-311, fabbricata nella seconda metà degli anni ‘90, ovvero in circolazione da un quarto di secolo.

Passato

La Bianchi ‘gialla’ entra a far parte della mia scuderia fra il ‘97 e il ‘98, già usata e ‘vissuta’, con una interessante (per l’epoca) forcella ammortizzata ad elastomeri al posto dell’originale forcella rigida. È la mia seconda mountain-bike e rimane la bici ‘top’ per un altro paio d’anni o giù di lì, fino all’arrivo della prima biammortizzata [1]. In seguito al declassamento, la Bianchi diventa la mia bici da viaggio [2], di conseguenza portapacchi e cavalletto entrano a farne parte in pianta stabile (il cavalletto è temporaneamente smontato, ma pronto a tornare al suo posto).

La bici subisce, nel corso degli anni, una varietà di rimaneggiamenti. Il primo e più importante riguarda un ulteriore cambio di forcella [3]. Selle diverse vanno e vengono, non di rado prese già usate; gli originali pedali a gabbiette vengono sostituiti prima da una coppia di SPD, quindi dagli universali ‘flat’; il cambio ‘grip-shift’ cede il passo alle levette push-pull, mantenendo le originarie sette velocità; diverse impugnature si avvicendano negli anni. Da ultimo finisco col cambiare anche manubrio e ‘pipetta’ riciclandoli da altre bici, per correggere l’impostazione originaria ed ottenere un miglior controllo su terreni sconnessi.

Negli ultimi anni, trovandomi con un parco bici ridondante, la vecchia Bianchi è finita in prestito ad amici, che l’hanno utilizzata per viaggi e passeggiate. Da pochi mesi l’ho recuperata, con l’intenzione di lasciarla in pianta stabile al paesello nelle Marche [4]. Risalendoci in sella, ho realizzato come l’esperienza con diverse altre biciclette abbia finito col modificare il mio modo di pedalare al punto da richiedere una ulteriore revisione dell’assetto.

Presente

Nel decidere di ristrutturare una bicicletta occorre partire da un’idea abbastanza precisa di come la si utilizzerà, e di cosa sarà possibile aspettarsi. In questo caso, l’effettiva anzianità del veicolo non consentirà le prestazioni cui è abituato un utente della seconda decade del terzo millennio. Nel mio parco bici, tuttavia, restava scoperta una specifica nicchia, quella della bici tuttofare, pronta a servire per esigenze diverse, per l’utilizzo quotidiano casa-ufficio e non da ultimo finalizzata ai lunghi viaggi (attività, ahimè, scarsamente praticata, in tempi recenti…).

Il secondo punto critico riguarda l’ottimizzazione del mezzo, e la scelta delle parti da sostituire. Trovandomi ormai da un po’ perfettamente a mio agio con ‘Blue Raptor’, la bici riemersa dal recupero degli avanzi della mia prima biammortizzata su un vecchio/nuovo telaio [5] e rivelatasi inaspettatamente performante, ho cercato per quanto possibile di riprodurre sulla vecchia Bianchi un assetto analogo. Ciò ha implicato lo scendere a patti con la concezione arcaica della geometria del telaio.

Le bici moderne nascono per ospitare ruote più grandi (27,5” e 29”) forcelle ammortizzate dalla corsa generosa, che da sole producono il sollevamento della piega manubrio e una significativa modifica dell’assetto di guida. Questa trasformazione ha quindi portato allo sviluppo di geometrie ‘sloping’, nelle quali il tubo orizzontale risulta fortemente ribassato per consentire di scendere al volo, ove necessario.

Questa Bianchi del secolo scorso emerge in una fase ancora immatura nella transizione dai telai da corsa a quelli da fuoristrada, nasce per muoversi su strade bianche più che sui sentieri ‘tecnici’ e precede di molto l’avvento delle geometrie sloping. Di conseguenza non consente di montare una forcella dalla corsa superiore ai 60~80mm, pena un’inclinazione ingestibile della forcella stessa, potenzialmente distruttiva per il telaio stesso. Oltre a ciò, il rialzo della serie sterzo per accogliere la corsa di una forcella ammortizzata induce un ulteriore sollevamento del tubo orizzontale, già alto di suo.

Quello che è molto cambiato, dalle MTB anni ‘90 ad oggi, è il tipo di utilizzo. Appena nate, le bici da fuoristrada venivano principalmente usate per ‘correre sugli sterrati’, un adattamento delle discipline sportive stradali alle strade bianche. Le prime modifiche consistettero in ruote più larghe, sistemi frenanti diversi (obbligati dai copertoni maggiorati), manubri dritti e comandi del cambio al manubrio; mentre le geometrie dei telai, almeno all’inizio, non differivano più di tanto da quelle delle bici da strada.

Col tempo il range di utilizzo di queste biciclette si è progressivamente esteso ai sentieri di montagna, caratterizzati da una maggior difficoltà tecnica, e la forma delle biciclette si è adeguata alle nuove esigenze: i manubri sono arretrati più in prossimità dell’asse di sterzo, per ottenere un miglior controllo sui passaggi tecnici, inoltre sono diventati più larghi e sollevati, per meglio gestire la distribuzione dei pesi sulle discese ripide. Nel complesso, l’intero assetto delle bici attuali risulta meno orientato alla velocità nuda e cruda e più alle esigenze di controllo nei passaggi tecnici a bassa velocità.

Ho personalmente percorso questo trend evolutivo nella, purtroppo breve, stagione da freerider, realizzando la differenza essenziale di manovrabilità dei nuovi assetti. L’esperienza con la Santacruz Chameleon [6] mi ha definitivamente portato a preferire manubri larghi ed arretrati (l’esatto contrario di quanto predicavo negli anni ‘90), al punto da spingermi replicare questo tipo di impostazione anche nella bici poi emersa dalle ceneri della Specialized [5].

Su questa bici, la sostituzione dell’originale forcella rigida con una ammortizzata (al momento anche questa ‘antica’ ed a corsa molto breve), ha comportato un’inevitabile alterazione dell’assetto originario, con diversi effetti. Il manubrio si è sollevato (fattore positivo, perché da tempo non sono più un fautore dell’assetto ‘corsaiolo’); il movimento centrale si è sollevato (fattore neutro: da un lato si rischia meno di sbattere su pietre sporgenti, dall’altro si obbliga la sella ad una posizione più rialzata) ed avanzato (fattore positivo, perché compensabile avanzando il sellino, col risultato di ottenere un telaio leggermente più ‘corto’ dell’originale).

Come risultato complessivo la bici, in origine già di taglia Large, risulta al termine della modifica lievemente più alta e leggermente accorciata in orizzontale. Una dimensione quasi ottimale per la mia altezza di 1,74m, corrispondente ad una taglia M/L (Medio/Large).

Per l’altezza del manubrio ho ritenuto necessario recuperare recuperare centimetri ancora mancanti, procedendo all’acquisto di una piega manubrio larga (700mm) e leggermente rialzata (+50mm), mentre per l’arretramento della stessa ho montato un nuovo attacco di soli 40mm di lunghezza, corredato di spessori per sollevare il tutto fin dove possibile. A questi ritocchi geometrici si sono aggiunti una coppia di copertoni nuovi da cross-country (a tassellatura leggera ma di larghezza abbondante: 2,20”) e la sostituzione delle impugnature, ricavando una bici equilibrata e ben guidabile, non troppo lontana dai miei standard abituali.

Altre limitazioni restano, per caratteristiche immodificabili o semplicemente perché non ritengo valga la pena di intervenire. I freni restano V-brakes (la bici nasceva coi cantilever) perché sul telaio mancano gli attacchi per i freni a disco. Potrei montarne uno singolo anteriormente, ma non mi piace l’idea di un mix. Il cambio posteriore rimane a sette velocità, perlomeno finché non si renderà necessaria, in futuro, la sostituzione delle leve.

Futuro

Fra qualche mese dovrei poter disporre di una forcella ad aria di epoca poco successiva (fine anni ‘90 ~ primi 2000), che provvederò a sostituire all’attuale. Anche la pedaliera potrebbe cedere il passo al riuso di una versione più recente, già montata sulla bici di mia moglie (fino alla crepatura del relativo telaio). Una coppia di pedali ‘flat’ nuovi potrebbe sostituire gli attuali, significativamente massacrati dall’uso. Altri interventi non sono previsti nell’immediato.

Conclusioni

Vale la pena perder tempo ad aggiornare una vecchia bicicletta? Se le intenzioni sono di usarla, se vi divertite a fare gli interventi in prima persona e se non avrete pretese troppo spinte, la risposta è sì. Non otterrete una bicicletta strepitosa e performante come quelle all’ultimo grido, ma recupererete un attrezzo solido ed affidabile, capace di accompagnarvi in giro per il mondo. Che non dovrete preoccuparvi troppo se finisce un po’ maltrattata, se si prende un acquazzone, o se si aggiunge un nuovo graffio ai mille che avrà già.

Importante è essere in grado di stabilire se l’intervento potrà restituirvi una bici comoda, ergonomica, affidabile e godibile. Per quel che mi riguarda sono soddisfatto del risultato. Testata per un paio di giorni sul percorso casa-ufficio, su un percorso misto asfalto-sterrato di oltre una ventina di chilometri complessivi, la bici si è dimostrata all’altezza delle aspettative. Rispetto alle altre che ho rimane sì un po’ rigida, ma è comoda e trasmette una piacevole sensazione di solidità.


[1] – Velociraptor

[2] – Girando il Mondo con la mia Bianchina (Facebook gallery)

[3] – Una bionda disibridata

[4] – A Pianello

[5] – Un vintage inatteso

[6] – Orange is the new Black

Tirando i remi in barca

In questo post descriverò la totale assenza di aspettative che nutro nei confronti della prossima tornata di elezioni amministrative. Al fine di consentire ai miei tre lettori di calarsi meglio nel ragionamento, inizierò con un breve racconto di fantasia.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Un uomo, raggiunta la maturità ed una adeguata stabilità economica, decide di lasciare la città e costruirsi una casa in collina. Acquista un terreno con affaccio panoramico ed inizia a scavare per mettere in posa le fondamenta della sua nuova casa. Scavando, a meno di un metro di profondità trova un terreno instabile, pronto a sfaldarsi ed inadatto alla posa di fondamenta. Allora scava ancora più in profondità, e scopre una discarica di rifiuti tossici. Dopo averla fatta bonificare, a proprie spese, raggiunge finalmente lo strato roccioso sottostante. Le necessarie analisi geologiche evidenziano livelli di radioattività naturale incompatibili con l’idea di stabilirsi in prossimità. L’uomo abbandona il progetto di costruire la propria casa in collina, dopo aver dilapidato mesi di tempo e buona parte dei propri risparmi, e si rassegna a vivere in città”


Ecco, se devo descrivere i miei ultimi decenni da cicloattivista, questo è il paragone più calzante: quello di un uomo che più scava e peggio trova, al punto da finire con l’abbandonare ogni illusione di cambiamento. Una vicenda che si conclude con tutte le risorse iniziali (età, tempo, volontà, passione, entusiasmo) inutilmente dilapidate ed ormai non più recuperabili.

Senza andare troppo indietro nel tempo, poco meno di dieci anni fa, nel lontano 2012, la campagna #salvaiciclisti [1] aveva smosso l’attenzione collettiva. Poco dopo, l’elezione del sindaco Ignazio Marino, un ciclista, aveva acceso le speranze del movimento cicloattivista romano. Furono speranze di breve respiro, dal momento che l’operato di Marino fu definitivamente affossato dal suo stesso partito, palesemente contrario agli intenti riformatori del proprio primo cittadino. Un ‘suicidio politico’ che, possiamo immaginare, fu considerato il necessario prezzo da pagare per la salvaguardia di interessi consolidati.

L’impresentabilità delle destre, conseguente al malgoverno del precedente sindaco Alemanno, e la malaugurata scelta del centrosinistra di far fuori il proprio stesso sindaco, fecero spazio ad una terza forza, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che stravinse le elezioni portando a casa una maggioranza assoluta nel consiglio comunale e tredici amministrazioni municipali su quindici. Un ‘bottino’ destinato a perder pezzi in breve tempo.

Il Movimento appariva ispirato da ideali ambientalisti, e questo ci fece sperare nel tanto atteso ‘cambiamento’. Diversi fra noi cicloattivisti finirono integrati nella macchina amministrativa, come assessori o bike-manager, avviando (o almeno così pensavamo) la trasformazione della città. Ma il primo ‘terreno sdrucciolevole’ che incontrammo fu proprio la parte politica.

Il Movimento, per propria scelta, non era composto da politici di professione, e questa caratteristica fu in principio valutata positivamente. Di fatto, però, l’assenza di linee guida preconfezionate’ sulle azioni da intraprendere fece sì che per ogni intervento proposto si generassero interminabili discussioni e distinguo tra favorevoli e contrari. Venne a galla quella che a tutti apparve come un’impreparazione degli eletti, ma che era in realtà da imputarsi agli organi del Movimento, che per ottenere maggiori consensi avevano lasciato nel vago pressoché ogni indirizzo.

Nell’esperienza locale, buona parte di questa impasse mi fu risparmiata dalla determinazione della presidente del Municipio, che mi aveva incaricato delle competenze sulla mobilità. Per il resto, a parte pochi referenti preparati ed attenti alle tematiche di vivibilità urbana, la maggior parte degli eletti pareva non sapere nemmeno di che si stesse parlando. All’interno del municipio riuscii a sviluppare un minimo di formazione e didattica, al di fuori poco o nulla.

Esclusa la parte politica, il maggior responsabile della disastrosa situazione della mobilità cittadina è poi risultato essere l’apparato burocratico [2]. Dirigenti e tecnici fossilizzati su concezioni obsolete come la ‘fluidificazione del traffico’, la ‘salvaguardia della sosta’, o i margini di arbitrarietà per lasciare le automobili in doppia fila. Negli uffici ho avuto modo di incontrare funzionari pronti ad ostacolare ogni possibile trasformazione, relativamente inamovibili dalle proprie posizioni dirigenziali e, non deve sorprendere, sostituibili solo con personaggi altrettanto ostativi.

Ma ancora più a monte di tutto questo, a rendere possibile l’esistenza di un apparato amministrativo votato alla cura degli interessi privati ed indifferente alla gestione del bene pubblico, è risultato essere proprio l’impianto regolatorio e normativo della legislazione nazionale [3], che con la sua cavillosità, i suoi bizantinismi retorici e la sostanziale vetustà di visione consente ampi margini all’arbitrio ed allo stravolgimento delle priorità di volta in volta indicate dalla parte politica.

Perché se è vero che i progetti sviluppati in questi anni sono anch’essi pieni zeppi di scelte sbagliate o discutibili, è la normativa stessa ad offrire il fianco all’errore ed a consentire alla parte tecnica di ‘sbagliare’. I morti e feriti da incidentalità stradale discendono dai regolamenti imposti dal codice della strada e dalle modalità che quest’ultimo permette di implementare. Per non parlare di tutto il resto, dalle norme urbanistiche a quelle che di fatto ostacolano la repressione di crimini e forme di illegalità.

E se tutto questo ancora non bastasse i fondi a bilancio, di norma, non bastano nemmeno a coprire le necessità manutentive di tutto quanto costruito e bellamente inaugurato in passato. Migliaia di chilometri di rete stradale in malora, parchi di periferia abbandonati a se stessi, infrastrutture iniziate e mai finite. Un enorme caos da inseguire e rappezzare, con personale insufficiente, spesso inefficiente e non di rado latitante, con fondi inadeguati e procedure formali lente, farraginose e dall’esito incerto.

Abbiamo perciò un intreccio perverso tra normative cervellotiche, ampi margini di arbitrio dell’apparato burocratico, assegnazioni di fondi solitamente mirate a tamponare singole criticità e, ad intorbidare il tutto, il potere corruttivo degli interessi economici [4]. Un complesso di fattori che, insieme, concorrono nel dar corpo ad una gestione disfunzionale della città, dove l’azione politica risulta inefficace e di corto respiro. Anche amministratori di buona volontà, una volta inseriti in un tale meccanismo, hanno di fronte ben poche scelte.

Un tale sistema tende a metabolizzare i corpi estranei, oppure ad espellerli. Chi accetta di collaborare, diventandone un consapevole ingranaggio, viene premiato e diventa parte integrante dell’apparato. Chi risulta irriducibile e prova a far valere le proprie posizioni, ne viene semplicemente espulso. Sorte toccata non solo al sottoscritto ma anche a buona parte degli altri ‘attivisti’ arruolati a seguito della vittoria elettorale, in ciò includendo i ‘cambi di casacca’ di diversi esponenti politici.

L’ultima cosa che ho tardivamente compreso, quella che avrei dovuto realizzare fin dall’inizio, è che un sistema complesso non emerge dal caso. Nella mia ingenuità, ho abbracciato una narrazione ottimista e falsata, finendo col credere che la situazione contingente fosse facilmente reversibile. Che bastasse, cioè, evidenziarne le problematiche ed i limiti, ed indicare possibili alternative, per innescare una volontà diffusa di trasformazione.

Al contrario (come ho finalmente, troppo tardi, realizzato), il sistema attuale è il risultato di volontà ed azioni mirate, di investimenti economici, di interferenze culturali, di un concerto di interventi strettamente finalizzati a produrre esattamente il disastro attuale. È necessario un notevole investimento in termini di tempo, denaro ed energie per convincere le persone a sacrificare salute, incolumità fisica e qualità della vita. Un investimento massivo e pervasivo che, in ultima istanza, restituisce indietro reddito ed incremento del fatturato.

Questo risultato si è ottenuto martellando la popolazione con quello che può essere definito come un pensiero unico semplificato, appiattito e acritico. Una narrazione elaborata e capillare, veicolata attraverso ogni varietà di mass media, capace di farci percepire l’esistente come unica ragionevole possibilità, e parimenti di indurci ad ignorare e rigettare ogni possibile visione alternativa.

A posteriori, si sa, tutto appare più chiaro ed evidente. Se un modello economico è in grado di estrarre profitto per alcuni soggetti, genererà inevitabilmente ricadute negative per altri. Elemento chiave, nel successo del modello economico stesso, sono le modalità comunicative capaci di esaltarne le positività e, simmetricamente, far sparire le negatività dall’orizzonte percepito. In questo caso l’apparente neutralità o inevitabilità di determinate scelte finisce con l’essere parte integrante della mistificazione.

L’esclusione delle voci critiche dai canali comunicativi, l’enfatizzazione di vantaggi spesso effimeri o forieri di ulteriori sconquassi, la mistificazione sistematica, la ‘normalizzazione’ di fenomeni drammatici come l’incidentalità stradale o il degrado delle periferie, sono tutti elementi del processo di fabbricazione di una realtà percepita che, nell’intento di massimizzare i guadagni di chi ne controlla la narrazione, deve essere necessariamente slegata dalla realtà oggettiva. È parimenti indispensabile che una tale manipolazione non venga percepita.

Siamo stati indotti a credere che questo modello di sfruttamento economico fosse solo uno fra tanti scenari possibili, che si sarebbe potuto scardinare facendo appello all’intelligenza dei cittadini, che la prospettiva di una trasformazione dell’organizzazione urbana sarebbe stata accolta con curiosità ed interesse, ed avrebbe portato ad un tanto atteso ‘cambiamento’. Sul piano strettamente personale, in quest’illusione ci sono cascato dentro con tutti e due i piedi.

A distanza di cinque anni dalle elezioni, il Movimento 5 Stelle sembra aver perso la sua battaglia per imporre la propria volontà e visione politica all’apparato burocratico. Quello stesso apparato che, a norma di legge, avrebbe dovuto supportarne l’azione riformatrice, ha mantenuto ben saldo il timone contribuendo alla conservazione degli interessi e degli assetti preesistenti.

Trasporto pubblico e raccolta dei rifiuti annaspano, anche a causa dei limiti delle aziende partecipate, AMA ed ATAC, e sono due tra i cattivi risultati più evidenti dell’azione amministrativa. È facile gioco, per la stampa al soldo di palazzinari e potentati economici, far discendere da una responsabilità politica l’inefficienza di questi servizi. Per il resto ben poco è cambiato, dalla gestione del verde alle trasformazioni urbane, per tutta una serie di freni, ostacoli ed impasse abilmente gestiti dal comparto tecnico.

La prossima tornata elettorale si svolgerà, molto probabilmente, tra un centrodestra a guida leghista e un centrosinistra a guida PD, entrambi più che pronti a rimettere le mani sulla città e a nascondere, dietro una cortina fumogena di iniziative sociali e culturali (specifiche per ognuno), la distruzione del tessuto urbano e i favori alle diverse lobby economiche.

Quanto a me, in questi anni, quel poco che era nelle mie possibilità ho cercato di farlo. Purtroppo non è bastato, e nemmeno avrebbe potuto, muovendo da presupposti erronei. Non sono stato abbastanza accorto da comprendere che stavo agendo nel luogo, nel modo e nel momento sbagliati. Ho sprecato tempo ed energie, finendo col perdere lo slancio che mi animava, ed ancor più la convinzione.

Da ultimo pesa il dato anagrafico. Dopo aver trascorso decenni a lottare per ottenere solo briciole, per di più transitorie, quanto senso può avere continuare a sbattersi?
In una prospettiva realistica si può sperare di ottenere, al più, troppo poco e troppo tardi. Un riallineamento delle priorità di vita appare necessario.


[1] – #salvaiciclisti

[2] – Conversazione tra un politico e un burocrate

[3] – Sulla reale efficacia delle regole

[4] – Capitalismo vs Democrazia

Razionalità ed emozioni

Da convinto razionalista, com’ero in gioventù, negli ultimi tempi mi sono ritrovato spesso a ragionare sulle emozioni. Il motivo di questo slittamento d’interesse risiede nella sopravvenuta consapevolezza della sostanziale irrazionalità delle scelte umane, e nella conseguente esigenza di comprendere l’origine di tale irrazionalità. Svilupperò quindi un’analisi dell’emergere dei processi cognitivi, razionali ed irrazionali, e di come si sono venuti strutturando, nella nostra specie, nella forma di un dipolo emozioni/razionalità.

La base di partenza è sempre Darwin: se una caratteristica esiste, nei viventi, è per soddisfare una necessità. Le emozioni svolgono la funzione di spingerci ad agire, a fare scelte, a correre rischi. Senza questa molla, senza amore, senza paura, senza rabbia, diventiamo esseri inerti e ci lasciamo morire. Le emozioni sono quindi estensioni, o parti funzionali, di quell’attitudine, comune a tutte le forme di vita, che prende il nome di ‘istinto di sopravvivenza’.

L’istinto di sopravvivenza è una caratteristica essenziale dei processi vitali. Il motivo è presto detto: per vivere, per riprodursi, occorre una spinta a farlo. Chi la possiede, vive e si riproduce, chi non ce l’ha, si limita a scomparire dalla scena, senza produrre discendenti. Non è un’esigenza consapevole e non ha nessuna origine razionale, è semplicemente un tratto autoselettivo: possederlo conduce alla sopravvivenza ed alla sua trasmissione, non possederlo conduce all’estinzione. Non si fatica a comprendere come, dall’avvento delle prime forme viventi, il mondo si sia popolato unicamente di specie portatrici di questa caratteristica innata.

Nelle creature più semplici l’istinto di sopravvivenza si esplicita in assenza di funzioni cognitive. Batteri ed organismi unicellulari funzionano come complesse macchine organiche le cui uniche funzioni sono sopravvivenza e riproduzione. La riproduzione sessuata rimescola le carte ad ogni nuova generazione e può dar luogo ad individui che difettano di questa funzionalità. Tali individui, soccombendo, si rimuovono automaticamente dal genoma della specie, lasciando riprodursi solo quelli portatori di una sua versione funzionale.

Il processo spontaneo di aumento della complessità ha successivamente portato allo sviluppo di organismi multicellulari, creature via via più capaci di mobilità e di comportamenti complessi. Attraverso il processo di differenziazione cellulare degli organismi, le singole cellule si sono evolute per svolgere compiti diversi. Una parte di queste cellule ha sviluppato capacità sensoriali, rappresentando un primo canale comunicativo tra il mondo esterno e l’organismo, altre sono diventate neuroni, formando la struttura responsabile dei processi decisionali.

L’apparato cognitivo-sensoriale ha rappresentato un grosso vantaggio evolutivo per la specie, ormai irrintracciabile, che per prima è riuscita a disporne. Conoscere la localizzazione del nutrimento e poter decidere di muoversi nella sua direzione rappresenta un vantaggio importante rispetto agli organismi banalmente filtranti, che si limitano a fissarsi in un punto ed attendere che le correnti gli portino i nutrienti. Questo vantaggio ha dato luogo allo sviluppo ed all’evoluzione del cervello.

Nei cervelli più semplici, come quelli degli invertebrati, pochi neuroni controllano un ventaglio di comportamenti ristretto ed efficace. Esperimenti sulle vespe hanno dimostrato l’assenza di plasticità di queste reazioni, ovvero l’incapacità di adeguare il comportamento al mutare delle situazioni. Potremmo rappresentarci gli insetti come minuscoli robot organici, capaci di un limitato set di reazioni agli stimoli, fisso ed immodificabile, relativo ai comportamenti in grado di garantire la continuità della specie.

Con lo sviluppo dei vertebrati le dimensioni corporee hanno potuto crescere in maniera significativa. Questo ha comportato una ulteriore diversificazione degli organi, lo sviluppo di strumenti sensoriali più potenti ed in ultima istanza di un cervello più grosso e complesso, capace di gestire una più ampia varietà di situazioni. È in questa fase che si sviluppa il cervello plastico, capace di adattarsi a condizioni di volta in volta differenti adeguando di conseguenza le proprie reazioni. A differenza delle architetture minimali degli invertebrati, limitate dalle dimensioni corporee, i vertebrati sono in grado di analizzare il contesto, effettuare scelte e prendere decisioni arbitrarie.

Questo sposta il focus della sopravvivenza sul ventaglio comportamentale disponibile per il singolo individuo, e sulle reti relazionali del gruppo di cui fa parte. A titolo di esempio, la reazione di paura nei confronti dei predatori, che indurrebbe il singolo individuo alla fuga, deve trovare un equilibrio con la necessità del gruppo di difendere gli elementi più deboli, i cuccioli e gli individui feriti.

Nei primati, Homo Sapiens compresi, questo processo raggiunge vertici mai sperimentati prima. Complessità del cervello, capacità sensoriali, comunicative e manipolative sono ai massimi livelli, e le abilità cognitive risultano disperse su un ventaglio notevolmente vasto. Questo si riflette da un lato in una estrema adattabilità a differenti contesti, situazioni, disponibilità di risorse, dall’altro in un parimenti vasto ventaglio di potenziali reazioni ad uno stesso identico stimolo o evento.

Semplificando molto, la personalità di ogni singolo individuo risulta dall’equilibrio tra due componenti: quella istintiva, rappresentata dalle emozioni, e quella cognitivo/razionale. L’illustrazione qui sotto rappresenta questo schema di polarizzazione.

Le emozioni rappresentano la componente istintiva dei processi cognitivi. Come già detto e come afferma il termine stesso [1], sono la pulsione che ci ‘muove’ ad agire. Le emozioni determinano la spinta, alla quale la componente razionale è destinata a dare forma e concretezza. L’emozione ‘vuole’, mentre la parte razionale si occupa di realizzare ciò che l’emozione vuole, quindi procede ad organizzare azioni, gesti, parole, comunicazione, affinché tale desiderio sia esaudito.

Tutto questo processo, per se stesso inevitabile, presta tuttavia il fianco ad ampi margini di disfunzionalità. Su questa pagina si è molto discusso di bias cognitivi, definiti come errori intrinseci nei processi di razionalizzazione, forme di auto-inganno derivanti, apparentemente, da un miglior successo evolutivo/riproduttivo ottenuto dagli individui portatori di questi ‘difetti’ rispetto a quelli che ne sono esenti.

La simmetricità del grafico sembra suggerire l’esistenza di equivalenti ‘bias emotivi’, e l’osservazione del reale consente di assegnare questa definizione a determinati specifici comportamenti. I bias emotivi possono essere descritti nei termini di errori intrinseci nei processi emotivi venuti a generarsi, in determinati individui, sulla spinta dei processi evolutivi/riproduttivi.

Nei bias emotivi rientrano le attivazioni di intense reazioni emotive a stimoli incongrui o inadeguati. Le fobie possono essere descritte come l’attivazione di una reazione di paura incontrollata a fronte di una minaccia irrilevante o del tutto assente. Analogamente si registrano reazioni di rabbia ingiustificata a fronte di stimoli lievi, o di reazioni sproporzionate ad eventi di scarsa importanza. Anche l’innamoramento sviluppato per una persona che non ci ricambia può essere descritto in termini di bias emotivo.

Azzardando paralleli con un’esperienza diffusa, possiamo descrivere le emozioni come il motore di un veicolo, e la razionalità come il suo conducente. Nella condizione ideale, il motore funziona ed il conducente è in grado di gestirlo. In condizioni critiche (o, al limite, patologiche), il motore può essere troppo potente per le capacità del conducente, ed il veicolo finire a schiantarsi da qualche parte. In alternativa un motore difettoso o guasto (una sfera emozionale malfunzionante) può impedire al conducente il raggiungimento delle mete attese, o un completo blocco ed incapacità di muoversi.

In questo parallelo, i bias cognitivi equivalgono ad un conducente distratto, o smemorato, o privo di concentrazione, che anche con un motore efficiente non sarà in grado di arrivare a destinazione. I bias emotivi equivalgono a comportamenti imprevedibili del motore, che magari andrà alla massima potenza solo nelle direzioni ‘sbagliate’, e perderà spinta nelle direzioni ‘giuste’, obbligando il conducente ad una esasperante ed infruttuosa serie di deviazioni.

Se il quadro generale appare sufficientemente lineare, la complessità dei processi coinvolti rende l’analisi di dettaglio delle situazioni individuali estremamente ardua. Usando un’altra analogia: le regole degli scacchi sono perfettamente definite, l’ambito è delimitato (una scacchiera 8×8 e 16 pezzi a disposizione di ogni giocatore) e rimane tuttavia impossibile prevedere in anticipo chi vincerà.

Allo stesso modo si possono analizzare le capacità emotive e razionali di un singolo individuo, comprenderne i bias cognitivi ed emotivi, ma solo in rarissimi casi il quadro finale potrà essere ricondotto ad una forma realmente patologica, o suggerire indicazioni terapeutiche, perché è impossibile predire il tipo di esperienza di vita che potrà prodursi a partire dalle specifiche inclinazioni del suddetto individuo. Perfino una sfera emotiva fortemente distorta può essere razionalmente ben gestita, al punto da consentire al suo portatore una vita serena e soddisfacente.

L’equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale si viene a strutturare nel corso della crescita. È essenziale, in questa fase, che ad ogni pulsione emotiva si acquisisca la capacità di associare un adeguato atto razionale. Gli squilibri prodotti da una cattiva gestione delle prime fasi di crescita, e le conseguenti errate associazioni tra pulsioni emotive ed azioni conseguenti, possono condurre ad uno sviluppo disfunzionale della sfera sociale ed affettiva, con esiti potenzialmente disastrosi.

Problemi di equilibrio tra emozioni e razionalità hanno modo di svilupparsi a diversi livelli ed in diversi momenti dello sviluppo personale. Possono emergere nella dimensione che la persona sperimenta con se stessa, in quella che sviluppa con un partner e, da ultimo, in quella che realizza con il proprio gruppo sociale.

Una relazione disfunzionale con se stessi può portare a conseguenze tragiche: apatia, depressione, autolesionismo, può sfociare in forme di dipendenza, di anoressia o bulimia, in disturbi legati all’assunzione di cibo. Tipicamente le esperienze traumatiche causano lo sviluppo di risposte cognitive inadeguate agli eventi emozionali, che finiscono col danneggiare sia l’esperienza di vita individuale che le aree relazionali.

Anche qualora si riesca a stabilire una relazione equilibrata con se stessi, nel momento in cui si prova a strutturare un legame relazionale ed affettivo con un altro individuo possono generarsi dinamiche distruttive. L’interazione tra due diverse individualità, ognuna con le proprie specificità, rende più complesso trovare un assestamento che sia soddisfacente per entrambe. Per questo motivo mi sento di avallare l’opinione diffusa che non sia affatto facile trovare l’anima gemella. In questo caso, più risulta precario l’equilibrio individuale, del singolo o dei singoli, più è probabile che sia messo in crisi dalle mutate esigenze di un rapporto di coppia.

In ultima istanza, gli equilibri individuali e di coppia possono essere messi a dura prova dall’interazione col contesto sociale e relazionale nel quale si è inseriti. Personalità critiche sotto il profilo dell’equilibrio emotivo/razionale finiranno col trovarsi a proprio agio, inevitabilmente, all’interno di gruppi di individui affini, col risultato di esasperare l’originale squilibrio. Questo è uno dei motivi del sostanziale fallimento della funzione riabilitativa delle istituzioni carcerarie, dove gli squilibri individuali trovano facilmente un rinforzo collettivo, ottenendo di fissarsi in strutture mentali patologiche ancor più difficili da recuperare.

Da ultimo, più potente dell’influenza prodotta dal gruppo sociale col quale ci si relaziona direttamente, pesa il condizionamento culturale collettivo operato dalla società nel suo complesso. Per le dinamiche già esaminate [2], il contributo del comparto culturale appare più orientato al consumo e allo sfruttamento, in casi limite limite alla distruzione dei singoli individui, che non al conseguimento della loro felicità. E questo purtroppo è un fattore altamente distruttivo, che si ripercuote su tutti gli altri livelli.

[1] Etimologia del termine ‘emozione’

[2] Economia, domesticazione e dipendenze