Il peccato originale e le sue conseguenze

Peccato

“Si può sempre far fronte ad un problema mediante una soluzione nuova,
anche al costo di generare un problema diverso”
(Homo Sapiens, ultimi 100.000 anni c.a)

Uno dei più antichi libri dell’umanità, la Bibbia, esordisce col racconto di come l’uomo abbia smesso di far parte del mondo degli animali mediante una presa di coscienza. Il ‘peccato originale’ consistette nel voler essere “come Dio”, assaporando il frutto dell’albero del Bene e del Male. Prima di tale presa di coscienza il Bene e il Male non esistevano se non nella mente divina. Dopo aver morso il frutto l’uomo inizia ad utilizzare queste due categorie per indirizzare le proprie azioni.

Questa è una descrizione sorprendentemente precisa e lucida di quanto, anche secondo la scienza, sia realmente avvenuto. Secondo le più recenti scoperte, la specie Homo ha iniziato a differenziarsi dal resto del regno animale a causa delle enormi dimensioni del proprio cervello, che in ultima istanza condussero alla capacità di pensiero astratto.

Nel regno animale i concetti di Bene e Male non esistono: gli animali si nutrono quando hanno fame, si accoppiano quando vanno in estro, vivono in un equilibrio estemporaneo dettato dalla disponibilità di cibo e risorse. L’uomo, al contrario, ha la capacità di elaborare scenari futuri anche sul lungo periodo. Un’abilità che richiede di stabilire a priori cosa sia ‘giusto’ e cosa no. Cosa sia Bene e cosa sia Male.

Il problema sorge quando queste scelte ottengono di turbare un equilibrio che si era spontaneamente stabilito fin dall’apparizione delle prime forma di vita. Per comprendere la natura di questo equilibrio dovrò fare un passo indietro. La vita è, per sommi capi, un fenomeno di auto-organizzazione della materia organica, che si nutre di fonti energetiche esterne per replicarsi. Il limite alla replicazione delle forme viventi è dato da un lato dalla disponibilità energetica, dall’altro dalla disponibilità di materie prime a livello molecolare.

La materia prima, ovvero gli atomi e le molecole presenti nei composti organici, viene continuamente riciclata e riusata: la vita si nutre di se stessa, crescendo in complessità. Sul lungo periodo le diverse forme di vita si specializzano in autotrofi ed eterotrofi. Gli autotrofi sono in grado di utilizzare direttamente l’energia del sistema (nel nostro caso la radiazione solare) per costruire nuove molecole, nuove cellule, e crescere. Gli eterotrofi sfruttano il lavoro degli autotrofi nutrendosene e recuperando l’energia in essi contenuta.

Nel nostro ecosistema gli organismi autotrofi sono le piante, gli eterotrofi si dispongono quindi in una catena alimentare che vede al primo gradino gli animali erbivori, al secondo gradino i loro predatori diretti e più su i predatori apicali. L’equilibrio, in questo sistema, si stabilisce automaticamente: ad una data disponibilità di vegetali corrisponde una data popolazione di erbivori in grado di nutrirsene, che a sua volta alimenta una (più ridotta) popolazione di predatori.

Ogni gradino della piramide alimentare dipende da quello precedente e dal successivo. Se aumenta la disponibilità di vegetali aumenterà la popolazione di erbivori, a seguire aumenterà quella dei predatori. Ma giunti a quel punto si innesca un processo inverso: l’aumento del numero di predatori causerà una progressiva riduzione della popolazione di erbivori, che in seguito non sarà più in grado di sostenere l’aumentato numero di predatori.

In estrema sintesi possiamo utilizzare, come esempio, erba, conigli e volpi:
– Se l’erba aumenta, col tempo aumentano i conigli;
– Se aumentano i conigli, col tempo l’erba diminuisce ed aumentano le volpi;
– Se aumentano le volpi, col tempo i conigli diminuiscono;
– Se i conigli diminuiscono, col tempo diminuiscono le volpi ed aumenta l’erba.

L’equilibrio tra prede e predatori è alla base della stabilità sistemica della vita sul pianeta. In realtà ogni erbivoro ha a disposizione un ventaglio di specie vegetali commestibili, così come ogni carnivoro caccia diverse tipologie di prede, creando un sistema totalmente interconnesso in grado di auto-equilibrarsi.

In che maniera il ‘peccato originale’ interviene in questa situazione? Nel momento in cui una specie (nel caso, la nostra) diviene cosciente, inizia a stabilire da sé cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e, direi inevitabilmente, a classificare come ‘giusto’ tutto quello che rappresenti un vantaggio per la specie stessa e ‘sbagliato’ tutto quello che vada nella direzione opposta. Così i nostri lontani progenitori decisero che era giusto prendersi tutto quello che c’era a disposizione o, in altri termini, che il mondo era di proprietà dell’Uomo.

Quindi iniziammo col selezionare le varietà vegetali che erano adatte all’alimentazione umana, progressivamente sostituendole a quelle spontanee (agricoltura), proseguimmo col selezionare le varietà animali anch’esse adatte all’alimentazione umana (allevamento), e a togliere di mezzo i predatori che cercavano di nutrirsene. Questo processo ha comportato una progressiva, drammatica, perdita di biodiversità, di cui i nostri predecessori non potevano essere consapevoli. Erano semplicemente contenti e molto soddisfatti di tutte le brillanti idee che stavano rivoluzionando il mondo.

Agricoltura, allevamento e più in generale benessere, come ogni medaglia, hanno però un rovescio: l’aumento progressivo ed incontrollato della popolazione umana. Come abbiamo visto ogni specie deve trovare un equilibrio con le risorse disponibili e coi propri predatori. Se una popolazione consuma risorse in eccesso, le generazioni future ne avranno di meno, quindi la successiva carestia produrrà una riduzione della popolazione.

La nostra specie, tuttavia, ha potuto mettere in campo una sequenza di azioni non consentite alle altre forme di vita. Abbattendo foreste per far spazio a pascoli e campi coltivati (processo ulteriormente accelerato dalla meccanizzazione dell’agricoltura) ha accresciuto a dismisura gli spazi a disposizione dei propri simili e dei propri simbionti (le specie da cui dipendiamo per l’alimentazione) e ridotto ai minimi termini quelli disponibili per le altre specie viventi, procedendo ad una estesa distruzione degli habitat naturali e causando la conseguente estinzione di massa delle specie selvatiche.

Ora, dopo millenni, siamo discretamente consapevoli di questo processo e delle sue ultime conseguenze, ma non riusciamo a fermarlo. Per farlo dovremmo rinunciare all’idea di fondo che ha guidato lo sviluppo della specie umana, quella per cui si può sempre far fronte ad un problema mediante una soluzione ‘nuova’, anche a costo di generare un problema diverso. Dato che siamo una specie molto fantasiosa, le ‘soluzioni nuove’ si sono succedute in continuazione, nel corso dei millenni, causando un accumularsi incontrollato dei relativi problemi.

Attualmente le specie selvatiche stanno declinando a ritmi mai visti in precedenza, la desertificazione di ampie aree del pianeta avanza, la fertilità dei terreni aggrediti per decenni dall’agricoltura intensiva è in calo, come pure si prevede un calo nella disponibilità di materie prime e risorse energetiche fossili, l’inquinamento è onnipresente e le temperature sono in crescita più o meno ovunque, dando luogo a fenomeni meteorologici sempre più estremi e violenti.

Presto o tardi dovremo smettere di comportarci da apprendisti stregoni, ed ammettere che i problemi si risolvono eliminando le cause che li hanno prodotti, non con ‘botte di genio’ che sul lungo periodo finiscono solo col generare danni ancora peggiori. Ma una simile presa di coscienza richiederebbe un rigetto delle narrazioni accumulatesi nelle diverse epoche storiche, del concetto stesso di Progresso, ed un totale ripensamento dell’idea che la specie umana ha di se stessa.

La grande domanda è: quanti danni riusciremo ancora a fare prima che l’impatto con i limiti fisici e biologici del pianeta ci sbatta giù dal piedistallo su cui ci siamo inopinatamente issati? Dalla risposta a questa domanda dipenderà la sopravvivenza stessa della nostra specie e, più in generale, il destino del mondo.

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5 pensieri su “Il peccato originale e le sue conseguenze

  1. scusa l’intervento: non è affatto vero che la Bibbia ebraica è uno dei più antichi libri della storia dell’umanità; dice di esserlo, ma è falso; il Pentateuco, la sua parte iniziale, non risale più in là del V secolo a.C., anche se incorpora materiali più antichi, ma non di troppi secoli, come qualche altro libro successivo.

    la bibbia ebraica, e poi cristiana come la conosciamo si costituisce, attraverso l’opera di Esdra, in sostanza nel periodo in cui in Grecia si combatterono le guerre persiane, si scrivevano le grandi tragedie classiche e si sviluppava la filosofia dei sofisti; il paragone tra i contenuti di questa civiltà e i valori propugnati dalla Bibbia ebraica (per chi l’ha letta) è impressionante: in questa regnano fanatismo, razzismo, maschilismo, nazionalismo giustificato religiosamente col monoteismo e spirito di vendetta.

    • Comunque, esclusa l’imprecisione, l’articolo è bellissimo !

      Sono giunto alla conclusione personale che è meglio che l’Uomo si estingua al più presto, per evitare ulteriore distruzione del pianeta Terra, anche se alcuni individui sono totalmente ecocompatibili (i pochi popoli primitivi che ancora sopravvivono).
      ======= > Questi popoli primitivi hanno un concetto di “bene e male” molto più ecocompatibile di quello della attuale cultura dominante <=======
      Io credo che la vita è continua trasformazione. Le componenti che formano il mio corpo di Uomo, quando sarò morto faranno parte di una farfalla, o/e di una goccia d'acqua, o/e di una pianta, eccetera.
      Sono tutte forme di vita che non sono certo inferiori all'Uomo, anzi io le vedo superiori.
      Intestardirsi a voler salvare la nostra specie, è per me dimostrazione di grande ignoranza su cosa sia realmente la Vita.

      Gianni Tiziano

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