La Macchina dei Desideri

Ho avuto la fortuna, nel corso delle mie fugaci incursioni nel mondo del teatro, di incrociare la strada di Giampiero Rappa: autore, regista ed attore. Sin dal primo spettacolo, “Zenit”, ambientato all’interno di un istituto psichiatrico, mi colpì la sua capacità di narrare le vicende umane, l’asciuttezza ed essenzialità dei dialoghi, la totale assenza di fronzoli ed orpelli. Dopo “Zenit”, i lavori successivi (“Il Riscatto” e “Prenditi cura di me”) non fecero che rafforzare l’intuizione iniziale.

Nel 2009 ho partecipato al suo laboratorio di scrittura teatrale, presso il teatro “Piccolo Re di Roma”, esperienza che mi ha consentito di perfezionare una mediocre arte scrittoria e di portare in scena un testo redatto a quattro mani assieme a Laura Petroni: “Istantanee”. Dopodiché è iniziata la mia prolungata latitanza dai palcoscenici del teatro amatoriale, protrattasi fino ad oggi.

Il lavoro portato in scena nelle scorse settimane al teatro Piccolo Eliseo di Roma dalla compagnia teatrale “Gloriababbi teatro” di Genova, “La Macchina dei Desideri”, rappresenta la naturale evoluzione del percorso drammaturgico di Rappa: una fiaba morale che mescola vizi e virtù dell’animo umano e riecheggia in profondità molte delle dinamiche più deleterie dell’Italia attuale, trasfigurate nella figura di un “Sindaco” avido e narcisista e di una popolazione altrettanto piccola e meschina.

Nella vicenda, l’elemento di straniazione e fascinazione è rappresentato da una macchina in grado di realizzare (a pagamento) i desideri, e nel susseguente avvitarsi delle vicende personali di buona parte dei personaggi in una spirale autodistruttiva. La rivisitazione in chiave metaforica degli ultimi vent’anni di storia di questo paese è solo una delle tante possibili chiavi di lettura.

In realtà i temi affrontati sono ancora più universali e profondi, dal potere corruttore della ricchezza e dell’avidità all’investimento di eccessive aspettative nella soddisfazione dei propri desideri e pulsioni, il tutto in una cornice narrativa profondamente essenziale, con dialoghi serrati e spesso esilaranti ed un ben calibrato gusto del grottesco.

La struttura fiabesca dell’impianto narrativo consente di glissare sui dettagli secondari e sulla stretta verosimiglianza delle situazioni, trasportando lo spettatore in un mondo dove i confini tra giusto e sbagliato, gli effetti delle scelte individuali e la consequenzialità delle diverse situazioni sono più facilmente interpretabili e comprensibili… senza per questo sacrificare nulla del puro piacere di partecipare alla vicenda narrata (e di questo ne è stata testimonianza la reazione fortemente positiva del pubblico in sala).

Da appassionato del genere fantastico e della narrativa metaforica in genere non ho potuto mancare di cogliere affinità con altri lavori. Sul piano dell’uso teatrale del grottesco, e più in generale sulla tematica di un gruppo sociale dominato da una figura dittatoriale, il primo richiamo è a “La resistibile ascesa di Arturo Ui”, di Brecht (anche per averlo recentemente visto in scena al teatro Argentina, nell’allestimento di Umberto Orsini).

La struttura di apologo etico/morale della vicenda mi ha invece rammentato il romanzo “Cose preziose” di Stephen King, ambientato in un villaggio in cui l’apertura di un negozio di rarità ad opera di un essere diabolico e sovrannaturale ha il potere di stimolare il lati peggiori dell’animo umano e distruggere la rete relazionale dell’intera comunità.  Riguardo all’esaudimento dei desideri, la presa di coscienza di uno dei protagonisti riecheggia il finale di “Picnic sul ciglio della strada”, straordinario romanzo russo di fantascienza scritto dai fratelli Strugatzki e dal quale il regista Andrej Tarkovskij ha tratto il film “Stalker”.

Per altri versi la forma fiabesca della vicenda, pur con i suoi risvolti crudeli ed amari, si inserisce nel solco della grande tradizione europea, fondendo elementi di crudeltà tipici dei fratelli Grimm con il gusto per il grottesco che non posso non associare all’epoca d’oro dei cartoon Disney. Non mi stupirebbe affatto ritrovare “La Macchina dei Desideri”, fra non molto, portata sul grande schermo in un film di animazione.

In un periodo storico in cui il mercato dell’intrattenimento è dominato dalla spettacolarità a tutti i costi, dalla cultura dell’eccesso e dalla volontà narcisistica di superare i limiti di quello che si è osato in precedenza, Giampiero Rappa continua a fare con semplicità, rigore ed eleganza il mestiere che si è scelto: quello di raccontare storie, necessarie chiavi di lettura di quello che ci accade intorno quotidianamente. E di questo lo ringraziamo sentitamente.

Mi ha anche fatto molto piacere rivedere in scena un altro dei miei maestri di teatro: Massimiliano Graziuso, in due ruoli comici nei quali dà il meglio di sé. Ma a questo punto non posso non rimarcare l’estremo affiatamento e professionalità di tutto il collettivo di Gloriababbi Teatro, che da anni ci regala lavori coinvolgenti ed emozionanti.

Le idee fanno paura

“Noi non siamo solo corpi, siamo idee.
E le idee fanno una paura terribile a chi non ne ha di proprie”

(piccola considerazione a margine di una riunione della cellula romana
di Salviamo i Ciclisti sui rapporti col mondo della politica)

La pioggia ner Pigneto

La pioggia ner Pigneto
omaggio a D’annunzio (*)

‘Tacci!
Sulla soja de casa
me coje
lo sgrullo,
sto senza
l’ombrello…
E piove
sui pischelli
ignoranti,
sui coatti tatuati
sulle audi rubbate,
piove
sulle “zecche” fumate
in piazzetta,
sulla gente dé fretta
piove
sul kebabbaro nero
sullo strozzino
avaro
su le case pignorate
su tutti li sordi
che nun m’hai mai ridato…
Oh, er mijione!!!

P.s.: per chi non lo sapesse, il Pigneto è un quartiere di Roma.

(*) il “sommo vater”

Cieli bui a tutti!

La crisi sta cominciando ad innescare le prime positive trasformazioni. Dopo gli Stati Generali della Bicicletta, tenutisi la scorsa settimana a Reggio Emilia (sui quali non ho scritto nulla non avendovi partecipato) oggi è rimbalzata su tutti i forum che si occupano di astronomia la notizia di un prossimo decreto legge intitolato “cieli bui”, su risparmio energetico e lotta all’inquinamento luminoso.

Per contestualizzare la situazione italiana penso sia impagabile questo frammento di una conferenza tenuta dall’astronauta italiano Paolo Nespoli pochi mesi fa:

Sul problema dello spreco energetico causato dall’illuminazione notturna e sulle devastanti ricadute sulla visibilità del cielo stellato ho scritto molto negli anni passati. Tre su quattro dei miei viaggi estivi degli ultimi anni (Canarie, Corsica e Croazia) sono legati a luoghi dove è ancora possibile osservare un cielo veramente buio.

Cosa è successo al pianeta negli ultimi cinquant’anni? Niente di particolare o imprevedibile: l’atavica paura del buio ha trovato conforto nella tecnologia illuminotecnica a basso costo, e il “bambino che è in noi” ha potuto realizzare il sogno di dormire con la luce accesa. Non dentro la stanza, ovviamente… con la luce accesa “fuori”.

Pian piano, anno dopo anno, abbiamo trasformato le nostre città in enormi alberi di natale, e l’intero paese in un gigantesco lampadario ancorato al suolo, in una rincorsa priva di senso a scacciare il buio e la notte il più lontano possibile.

(foto tratta da cielobuio.org)

Popoli meno sciocchi del nostro si sono dati per tempo regole, leggi e prassi. Un dato fra tutti: la Germania consuma annualmente per la pubblica illuminazione 40kw/h ad abitante, l’Italia quasi 120, su un territorio per giunta molto più ridotto, circa un terzo della superficie complessiva.

Ora, se i tedeschi possono illuminare e far funzionare un paese grande il triplo del nostro (e quanto al saperlo far funzionare meglio di noi… direi che non ci sono dubbi) spendendo a testa un terzo di quello che ci costa in Italia, probabilmente è il caso di cercare di capire come ci riescano, ed imitarli.

I punti sui quali intervenire sono almeno tre. Il primo e più evidente riguarda la dispersione prodotta da lampade e riflettori inefficienti e mal orientati. La luce prodotta dalle lampade, invece di essere direzionata dove realmente necessario, finisce sparpagliata in tutte le direzioni. In molti casi una percentuale consistente, fino al 75%, viene dispersa direttamente verso il cielo (tipico esempio i globi luminosi da giardino, presenti anche in molte soluzioni di pubblica illuminazione.

In assenza di legislazione in merito (*) le pubbliche amministrazioni hanno delegato ai fabbricanti la definizione delle specifiche tecniche, ed i fabbricanti hanno puntato a soluzioni puramente estetiche, producendo impianti di illuminazione tra i più inefficienti al mondo. Regolarmente acquistati ed installati.

(foto tratta da cielobuio.org)

Il secondo punto riguarda la sovra-illuminazione, ovvero la quantità di luce che arriva al suolo. L’occhio umano ha enormi capacità di adattamento al buio, ed esiste una soglia minima al di sopra della quale aggiungere più luce produce solo un adattamento dell’occhio, senza che la luminosità percepita si modifichi significativamente. Ovviamente anche su questo non esiste alcuna specifica normativa nazionale.

Il risultato è che vengono installati impianti di potenza molto superiore al necessario, che oltre a sprecare energia hanno anche l’effetto di abbassare la sensibilità naturale dell’occhio, facendo poi percepire come “inadeguata” tutta l’illuminazione circostante ed innescando un circolo vizioso di reinstallazioni ed adeguamenti “al rialzo”.

Il terzo punto riguarda le installazioni inutili, che comunque in tempi di “vacche grasse” e spese allegre non sono mancate, spesso col pretesto della pubblica sicurezza. In questa categoria rientra l’illuminazione (a giorno) di chilometri e chilometri di autostrade, di svincoli su strade minori, parcheggi deserti e spazi nottetempo disabitati.

L’unico risultato che si ottiene ad illuminare tratti stradali per veicoli che dispongono di sorgenti luminose proprie (i fari) è aumentare le velocità di percorrenza ed i rischi conseguenti di incidenti. Se può aver senso illuminare nottetempo gli spazi destinati alla socialità (vie, piazze, passeggiate) nelle ore in cui sono frequentate, ne ha poco o nulla illuminare spazi spopolati o destinati unicamente al transito di veicoli.

Altra pessima abitudine è quella di sparare vagonate di watt sui monumenti, illuminandoli dal basso (con inevitabile dispersione di luce verso il cielo) in maniera tanto appariscente quanto tragicamente pacchiana.

Col progredire della notte e la riduzione del passeggio l’illuminazione può essere ulteriormente ridotta, come avviene in molte zone della Francia. Due anni fa mi stupì constatare come nei paesi della costa nordoccidentale della Corsica l’illuminazione pubblica venisse totalmente spenta dopo la mezzanotte. Niente del genere mi è capitato di vedere in Italia, perlomeno in tempi recenti.

Al malcostume pubblico si unisce poi quello privato, con capannoni, rimessaggi, cantieri ed aree industriali illuminati a giorno in chiave di prevenzione dei furti, ed in misura minore ma più capillare con villette, prati, cortili e giardini illuminati “all night long” dalle onnipresenti luci a palla, che pur se vietate da molte normative regionali restano disponibili in commercio e continuano a venir installate impunemente.

(foto tratta da cielobuio.org)

Il tutto in barba alle statistiche che dimostrano come non vi sia correlazione tra illuminazione e riduzione dei furti, che anzi in diversi casi vengono addirittura agevolati dalla disponibilità di luce ambientale. Ma più forti del buonsenso sono i pregiudizi, i timori atavici e la convinzione che luce e progresso siano direttamente correlati.

Invece le controindicazioni vanno ben al di là di quanto si potrebbe immaginare, arrivando ad influire negativamente sui cicli sonno/veglia di animali ed esseri umani su su fino alle rotte migratorie degli uccelli, producendo nervosismo, ansia ed in qualche caso patologie concrete, oltre all’inquantificabile danno culturale della perdita di cognizione dell’universo intorno a noi e del nostro posto nel cosmo.

Impossibile a questo punto non menzionare l’episodio del blackout avvenuto negli Stati Uniti negli anni ’70, nel corso del quale si registrarono numerose telefonate alla polizia di persone che domandavano, terrorizzate, cosa fossero tutti quei punti luminosi in cielo… le stelle. Non le avevano mai viste prima!

Vediamo quindi quali sono i punti in discussione nel decreto legge:

1. Per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici, con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture, nonché con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro . giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti standard tecnici di tali fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo fra i quali, in particolare:

a) spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne;

b) individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell’affievolimento dell’illuminazione, anche combinate fra loro;

c) individuazione dei tratti di rete viaria o di ambiente, urbano ed extraurbano, ovvero di specifici luoghi ed archi temporali, nei quali, invece, non trovano applicazione le misure sub b);

d) individuazione delle modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione, in modo da convergere, progressivamente e con sostituzioni tecnologiche, verso obiettivi di maggiore efficienza energetica dei diversi dispositivi di illuminazione.

2. Gli enti locali adeguano i loro ordinamenti sulla base delle disposizioni contenute nel decreto di cui al comma 1. Le medesime disposizioni valgono in ogni caso come principi di coordinamento della finanza pubblica nei riguardi delle regioni, che provvedono ad adeguarvisi secondo i rispettivi ordinamenti.

Nulla di tragico, drammatico o terrificante, niente nuovo medioevo, solo razionalizzazione, riduzione degli sprechi e banale buonsenso. Ma probabilmente è proprio quello che ci spaventa tanto: il buonsenso. Non ci siamo abituati.

Update: qui potete ascoltare l’intervento del presidente dell’Unione Astrofili Italiani, Mario di Sora, ai microfoni di Radio3-Scienza.