Crisis? What Crisis?

Come i meno distratti avranno potuto notare, da oltre un mese questo blog langue. Il motivo è che mi sono trasferito armi e bagagli da un’altra parte, ovvero sul blog “Crisis? What Crisis?”, progetto avviato da Pietro Cambi ed al quale, oltre al sottoscritto, partecipa Jacopo Simonetta. Abbiamo pensato che unire le forze avrebbe portato a ciascuno di noi più lettori di quelli che avremmo fatto da soli, e così è stato.

L’idea iniziale, per come l’avevo pensata, era di ripubblicare, dopo un breve lasso di tempo, gli articoli di Crisis anche qui. Così ho fatto per i primi due, ma non credo che proseguirò oltre. Penso invece di pubblicare, periodicamente, i link alle ultime uscite sull’altro blog. Ecco le più recenti.

Io e il nucleare (ricordando Chernobyl)
Dalla fascinazione giovanile alle disillusioni dell’età adulta, la parabola dell’energia nucleare e come si è strettamente intrecciata alla mia esperienza di vita.

Cronache dalla discarica
Post ‘riciclato’ da questo blog sulla ‘disposofobia’ e l’attitudine a trasformare i luoghi in cui viviamo in discariche.

Darwin, i ciclisti e la pressione selettiva
I comportamenti ‘incomprensibili’ dei ciclisti urbani interpretati alla luce dell’evoluzionismo darwiniano (che ne spiega il senso)

L’agnello di Dio che toglie i cannibali dal mondo
Carenze proteiche da diete sbilanciate e loro conseguenze sulle popolazioni del Nuovo Mondo.

Bellezza, ricchezza, benessere
Altro post ‘riciclato’ sulla messa in discussione dei luoghi comuni legati ai significati delle tre parole del titolo

Le conseguenze della corruzione
La logica darwiniana applicata alla corruzione: come i sistemi corrotti tendono a produrre intorno a sé situazioni idonee al prosperare della corruzione stessa.

Figli di un Dio Motore
Rivolta dal basso e repressione nell’esperienza dei cicloattivisti romani alle prese con realizzazioni ciclabili ‘clandestine’

È bello avere un corpo
Altro post ‘riciclato’ sul piacere dell’esercizio fisico

Sarà questa la fine del Mammifero Bipede? Probabilmente no. Mi riservo di pubblicare in questo spazio esperienze di vita e riflessioni personali, che su Crisis non avrebbero un’adeguata collocazione. Ma il grosso della produzione lo troverete di là.

Ripensare la città

È da poco online una raccolta di scritti presi da questo blog. Sostanzialmente un libro da leggere online sotto forma di un altro blog, dove però i contenuti sono stati organizzati e riordinati in modo da consentire una facile lettura. I temi selezionati sono quelli che riguardano la vivibilità delle aree urbane e la mobilità sostenibile, bicicletta in testa. Il titolo del libro/blog è Ripensare la città. Buona lettura.

L’inferno degli specchi

Pochi giorni fa, vincendo una fortissima riluttanza, ho finalmente aperto un account su Twitter, social network caratterizzato dalla brevità concessa agli utenti, obbligati a concentrare le proprie comunicazioni in soli 140 caratteri.

Non so cosa realmente mi aspettassi di trovare (mi avevano descritto un ‘medium’ più orientato alle notizie che alle chiacchiere), come primo impatto mi è parso una brutta copia di Facebook, con testi contratti al massimo e ‘quoting’ semi incomprensibili, rimbalzi e rimpalli di cose altrui (retweet) ed aggiornamenti giornalistici che si possono avere in maniera molto più gestibile attraverso un aggregatore di feed RSS.

Ma la cosa più fastidiosa e disturbante mi è apparsa la evidente specularità con Facebook, che frequento ormai da diversi anni. Tutto quello che non mi era risultato evidente nell’esperienza di un singolo ‘social medium’ è emerso nel confronto con il secondo: un gioco di specchi con al centro l’utente, che finisce con lo sperimentare un mondo informativo-relazionale a propria immagine e somiglianza.

E veniamo al titolo di questo post, preso in prestito da uno scrittore giapponese (Taro Hirai) che si firmava con lo pseudonimo Edogawa Ranpo. “L’inferno degli specchi” è uno dei suoi racconti più famosi e dà il titolo ad un’antologia di storie tra il noir e il fantasy che mi è capitata in mano qualche tempo fa.

Nella vicenda un ricercatore comincia ad indagare le proprietà paranormali degli specchi, in particolare dei riflessi multipli. Sviluppando le sue teorie arriva ad ideare un apparato concepito come un guscio rivestito all’interno di specchi di diverse forme e dimensioni. Una volta costruito, come ultimo esperimento vi si chiude dentro finendo per svanire fra urla disumane in una realtà (orribile) posta al di là degli specchi stessi. L’apparato, una volta riaperto, si rivela vuoto.

Per l’epoca in cui fu scritto, e per i contenuti ormai anacronistici, né il racconto né l’antologia tutta mi entusiasmarono particolarmente. Oggi tuttavia ne colgo appieno il valore metaforico. L’uomo che si annienta nei propri riflessi è una efficace raffigurazione dell’utente dei social-network, talmente preso da una illusione da lui stesso creata da finire col perdere il contatto con la realtà. Cito testualmente da un post scritto poco più di un anno fa.

The Daily Pierfra nasce da una discussione sull’idea di ‘Daily Me’, ovvero sul rischio che l’utilizzo della rete, filtrato dalle singole e rispettive sensibilità, finisca col riflettere più che una varietà di opinioni l’orientamento di pensiero del singolo utente. In pratica ognuno frequenterebbe quotidianamente siti informativi, blog e forum di proprio gusto, finendo con l’esperire una sorta di galleria degli specchi dove gli viene continuamente rimandata un’immagine di sé, pur restando convinto di aver effettuato una immersione culturale nel mondo reale.”

La mia ‘full immersion’ nel social-network per antonomasia (Facebook) inizia circa quattro anni fa, in occasione della nascita del movimento #salvaiciclisti. All’epoca cercare di sfruttare il meccanismo social per veicolare idee ed iniziative parve una buona idea, e per un po’ probabilmente funzionò. Ma erano altri tempi, gli utenti non erano ancora abituati (verrebbe da dire assoggettati) ai meccanismi strutturali di Facebook, la comunicazione era meno dispersiva e polverizzata.

I meccanismi, appunto. L’interesse primario dei social-network è quello di far passare ai propri utenti il maggior tempo possibile sulla piattaforma. Per far questo si opera un attento ‘profiling’ di ogni singolo utente in modo da potergli/le offrire contenuti di suo interesse. Il risultato finale è un appiattimento di quanto viene automaticamente filtrato dal sistema sui personali gusti ed interessi del fruitore.

A questo si aggiungono i meccanismi di selezione dell’utente stesso, che tende a privilegiare discussioni, su argomenti specifici, con persone allo stesso livello di elaborazione, col risultato che ci si circonda di ‘menti affini’ che hanno poco di nuovo da portare, mentre le persone potenzialmente interessate ad approfondire l’argomento ne restano al di fuori, o subiscono reprimende nel momento in cui intervengono maldestramente nel dibattito.

Una ripetitività di contenuti e dinamiche che, oltretutto, tende a peggiorare nel tempo, portando ad una lenta ma inarrestabile disaffezione degli utenti (paradossalmente proprio quello che i meccanismi stessi vorrebbero scongiurare). Tornando a me, proprio la montante insoddisfazione nei confronti di Facebook mi ha spinto a cercare la fuga in un ‘social’ diverso, Twitter, dove tuttavia paiono dominare le stesse dinamiche, aggravate da una dimensione dialettica pesantemente penalizzata.

Un’esperienza frustrante che mi spinge a rimettere in discussione l’efficacia di molte delle forme di comunicazione che ho provato a sviluppare nel corso degli ultimi anni. Con esiti che appaiono, al momento, difficilmente predicibili.

Caravaggio - "Narciso"

Il documentarista involontario

Per quanto mi sforzi di scrivere in maniera chiara e comprensibile, mai avrei pensato che i miei testi, immaginati per essere letti a video, potessero diventare la base recitata di un documentario. Ci sono voluti l’impegno e la pazienza di Lorenzo Grassi per confezionare un prodotto didattico audiovisuale che personalmente trovo estremamente efficace. Eccolo qui.

.

Onore al merito, dunque, ma a questo punto rilancio: confezioniamo un prodotto in grado di offrire una comprensione complessiva delle problematiche del ciclismo urbano quotidiano. Non solo le conclusioni, che in assenza dei restanti argomenti appaiono un po’ campate in aria.

Lorenzo si è detto interessato al progetto, ci lavoreremo nei prossimi mesi.
Stay in touch!

I Ciclisti Filosofi

La scorsa settimana, spinto dall’intenzione, vaga, di far circolare aforismi sulla bicicletta, ho dato vita all’ennesima pagina Facebook (le altre che mantengo le potete trovare nella colonna di destra, identificate da piccoli ‘box’). Ben presto l’idea iniziale ha cominciato a definirsi con maggior precisione, disvelando un potenziale superiore a quanto mi aspettassi inizialmente.

Per comprendere come nasca l’idea di dar vita ad una simile serializzazione dei contenuti occorre fare un passo indietro e ragionare sul concetto di ‘meme’.
Wikipedia descrive il meme nei termini di:

…“un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica, quindi un elemento di una cultura o civiltà trasmesso da mezzi non genetici, soprattutto per imitazione…

Per sintetizzare il concetto: ogni cultura evolve integrando nel proprio corpus idee, concetti, logiche ed approcci nuovi, e rimuovendone altri che quindi cadono in disuso. Il termine ‘meme’ rimanda all’imitazione, ovvero alla caratteristica propria dei gruppi sociali di cementare la propria identità attraverso la condivisione e la ripetizione di consuetudini.

Consuetudini che possono essere l’utilizzo di un neologismo o di una forma gergale esclusiva, di una canzone o un semplice frammento di testo, di un manierismo unico nella pronuncia di determinati fonemi, alla stessa maniera in cui viene utilizzato l’abbigliamento o l’interesse per una determinata categoria di oggetti ed attività umane per collocarsi all’interno di ‘mode’. Ci si imita a vicenda e questo fa del gruppo una realtà distinguibile.

Sui meccanismi di propagazione dei ‘meme’ è in corso da anni una riflessione. Se a posteriori è evidente come alcuni di essi possano essere prepotentemente emersi (molti per sparire in un arco di tempo altrettanto breve), stabilire una ‘formula del successo’ è impossibile. Esempi di ‘meme’ in anni recenti sono i Chuck Norris Facts, o la scena del film Titanic sulla prua della nave (ripresa in un milione di citazioni e parodie), o l’avvento degli zombie come spauracchio di massa in cui parlavo altrove.

Nel mondo dei Social Network (e di Facebook in particolare, che al momento è il più diffuso e pervasivo) la propagazione spontanea di piccoli e semplici meme è all’ordine del giorno. Li riceviamo volenti o nolenti ogni volta che qualche amico decide di condividere un pensiero, o un’immagine, o una ‘confezione’ di entrambi. In genere sono motti, aforismi o battute satiriche. Altrettanto in genere non si tratta di contenuti isolati ma di forme serializzate di intrattenimento.

Cito a mo’ di esempio la pagina umoristica Kotiomkin (nome ispirato esso stesso ad un celeberrimo ‘meme’ della cultura italiana, la battuta di Fantozzi: “per me la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”)

…la gallery Il Peggio Della Fotografia Made in Italy (che spesso attinge ad immagini di matrimoni realizzate in paesi dell’Europa dell’est)

…o Le più belle frasi di Osho dove la molla umoristica nasce dal contrasto tra le foto di vita quotidiana del santone indiano e la sovrapposizione di frasi in romanesco riferite ad un immaginario affatto diverso.

Dati questi ‘alti esempi’ mi sono chiesto se non sarebbe stato possibile veicolare idee sull’uso della bicicletta tramite l’accostamento di parole ed immagini. Ne è nata una piccola sperimentazione (chiamata inizialmente ‘CicloAforismi’) che mi ha spinto ad estendere la cerchia delle persone coinvolte nel processo ideativo.

Ora la redazione è composta, oltre al sottoscritto, da Marco Melillo, Serena Maniscalco, Elena Scategni e Paolo De Felice, e la qualità delle ‘cartoline’ prodotte ha subito una drastica impennata verso l’alto.

Anche il ‘concept’ è stato rivisto, non più aforismi e frasi ad effetto legate alla bicicletta, ma motti e consigli di senso generale uniti ad immagini di persone in bicicletta che ne contestualizzano il significato e ne propongono una possibile chiave di lettura, non necessariamente immediata.

L’oggetto finale assume così una dimensione in parte visiva, in parte filosofica, in parte di sofisticato ‘divertimento intellettuale’ nell’interpretazione della relazione tra immagine e testo.

L’idea è che l’efficacia del messaggio prodotto dall’abbinamento di testi ed immagini produca spontaneamente una sensazione di immedesimazione (meme) tale da spingere i lettori a ripubblicare l’immagine stessa sul proprio profilo per esporla ad una platea più vasta, innescando quel meccanismo di diffusione virale proprio dei ‘meme’ più efficaci.

Se funzionerà o meno è impossibile dirlo. La speranza è che le immagini circolino diffusamente portando con sé il ‘meme’ della bicicletta anche a quanti non ne siano ancora utilizzatori, veicolando fantasie, suggestioni, attese. Nel suo piccolo il progetto va nella direzione di una ridefinizione dell’idea di bicicletta nell’immaginario collettivo.

Come arco vitale per questa esperienza immagino alcuni mesi, all’inizio con pubblicazioni quotidiane, poi via via più rarefatte man mano che illustrazioni e frasi vengono utilizzate. Quello che ne resterà alla conclusione sarà una gallery di impressioni, idee, immagini, legate all’uso della bici ed alle trasformazioni fisiche, culturali, mentali ed emotive da essa prodotte.

La cura negata

La novità di ieri sta nel resoconto di un incontro svoltosi tra le associazioni operanti sul tema della sicurezza stradale e l’attuale, neo nominato (dal governo nazionale), assessore alla mobilità del Comune di Roma, Stefano Esposito. La trovate a questo link e suggerisco di leggerla integralmente prima di proseguire.

Sulla riluttanza dei pubblici amministratori ad assumersi responsabilità di scelte controcorrente avevo già scritto. Qui, tuttavia, si compie un salto di livello, esplicitando il vuoto di competenze, e le decisioni da esso prodotte, che prima avevamo semplicemente dovuto dedurre.

Il quadro che ne emerge è francamente imbarazzante: una visione fieramente conservatrice di tutto il peggio che abbiamo ereditato dal passato, il traffico privato “inevitabile” ed “intoccabile”, lo status quo elevato a legge divina, l’orgogliosa affermazione “io non farò nulla”, come se il nulla fosse ammirevole, fino alla più totale abdicazione alle responsabilità che un ruolo dirigenziale comporta ed a ributtare sui ciclisti la responsabilità delle disgrazie causate loro dai mezzi a motore.

Leggere frasi del tipo: “Se un ciclista vuole andare sulla strada lo fa a suo rischio e pericolo” rimanda ad altre situazioni di pericolo. Per me equivale a dire: “Se un rifugiato si imbarca su un gommone lo fa a suo rischio e pericolo”, o “Se un napoletano continua a vivere a Napoli fra i camorristi lo fa a suo rischio e pericolo”. La legge italiana sancisce il diritto a percorrere le strade in sicurezza, ma chi dovrebbe garantire questo diritto ‘se ne lava le mani’ alla Ponzio Pilato.

Come le tre scimmiette ‘non vedo, non sento, non parlo’, i nostri amministratori scelgono una linea di bassissimo profilo, rifiutando la responsabilità di ogni possibile intervento migliorativo. Un conservatorismo imbarazzante, dicevo, prima di tutto a fronte delle esperienze nordeuropee, che rispetto al modello “automotive über alles” (da noi fieramente contrabbandato, dal dopoguerra ad oggi, col risultato di coprire di sangue le strade della penisola) hanno operato una netta e drastica inversione di rotta.

Le problematiche sono note da tempo, i metodi per affrontarle testati e perfezionati negli anni da culture più avanzate della nostra con strumenti ormai evoluti e moderni, come abbiamo appreso in convegni, conferenze, articoli, dispersi nell’arco di decenni.

La cultura delle strade sicure e vivibili, è realtà in molte capitali e grandi città appena fuori dai confini della penisola, eppure nulla di tutto questo pare aver scalfito una mentalità politico-amministrativa fermamente avvinghiata al precetto del “meno faccio, meglio è per me”.

La percezione è che, a fronte di una società “malata di traffico”, il medico incaricato si rifiuti di curarla e continui a praticare salassi ed impacchi vegetali come nell’ottocento, ignorando bellamente l’evoluzione delle terapie avvenuta nell’ultimo secolo.

E mentre l’Europa veleggia verso la civiltà, la riduzione degli incidenti e del traffico, la vivibilità degli spazi urbani, con indicatori di qualità della vita che ci osservano dall’alto di vette irraggiungibili noi restiamo qui, come dei fossili, abbarbicati ad un modello di mobilità demente ed autodistruttivo, a contare morti e feriti, a battibeccare sulle ‘strade killer’ e sui ‘dossi assassini’ come se si trattasse dei risultati delle partite di calcio.

Finirà che recinteranno questa città e ne faranno un parco a tema. Per mostrare ai bambini come si viveva male nel passato e quanto erano stupidi gli uomini preistorici a perseverare in comportamenti sciocchi ed irrazionali. Venderemo i biglietti e i turisti verranno a frotte a guardarci e ridere di noi. O a compatirci, come fanno già.

Meta-complottismo

Negli scaffali di casa mia è ancora rintracciabile un volume intitolato “Il pianeta sconosciuto”, a firma Peter Kolosimo. Un autore, per chi non lo sapesse, che andava per la maggiore negli anni ’70 sfornando ciclicamente volumi sui ‘grandi misteri irrisolti’ del nostro pianeta. Un po’ quello che in tempi più recenti fa Roberto Giacobbo con la sua trasmissione Voyager.

La cosa che me lo rese stucchevole già al primo volume fu che questa gran voglia di mistero non si concretizzava in spiegazione alcuna. I misteri, per Kolosimo, erano belli in sé: svelarli avrebbe ottenuto l’effetto di rovinarli. Il libro si riduce pertanto ad un elenco sfinente di cose che non si riuscivano ad interpretare, la maggior parte delle quali veniva fatta risalire a contatti con civiltà extraterestri.

Il libro è del ’57, temporalmente poco distante dalla psicosi collettiva che portò migliaia di americani a vedere in cielo oggetti volanti non identificati o U.F.O. dall’acronimo inglese. Alcuni atti recentemente desecretati dal Pentagono rivelano che alcuni di questi avvistamenti possono essere ricondotti ai voli di prova di veicoli sperimentali, cosa che non rende ugualmente giustizia delle dimensioni che il fenomeno assunse.

Erano anche gli anni della guerra fredda e dei racconti di spionaggio, della corsa allo spazio, con tutti i suoi potenziali misteri irrisolti. Tempi di grandi aspettative e di grandi incertezze, e le nuove mitologie spaziali erano pronte per un mercato di massa.

Cosa è rimasto oggi di quell’epoca? La corsa allo spazio è terminata per consensuale abbandono di entrambi i contendenti, troppo elevati i costi a fronte di ritorni sempre più esigui. Non ci sono basi lunari né miniere, e l’umanità si è ridotta a bazzicare l’orbita bassa e lanciare sonde robotizzate per l’esplorazione di mondi troppo lontani.

Gli extraterrestri non si sono fatti vivi. Secondo qualcuno perché la nostra specie non è probabilmente una compagnia piacevole né edificante, secondo altri perché le traversate spaziali sono qualcosa che va oltre la portata di specie simili alla nostra, o di specie viventi in generale. Una terza opzione è che la diffusione della vita nell’Universo potrebbe non corrispondere con una analoga probabilità che si sviluppi l’intelligenza.

I ‘misteri’ si sono quindi trasferiti armi e bagagli in rete, dove impazzano teorie largamente campate per aria, dalle scie chimiche al negazionismo climatico, dal pianeta Nibiru che sarebbe in rotta di collisione con la Terra (sebbene nessuno l’abbia mai osservato), ai millenarismi in stile Maya.

Il ‘fil rouge’ della maggior parte di queste teorie strampalate consiste nell’idea che certe informazioni vengano tenute nascoste, che ci sia un complotto ordito perché i cittadini vengano tenuti all’oscuro, in modo da poterli controllare con il rilascio di sostanze chimiche nell’aria, da poter controllare il clima con le onde elettromagnetiche (HAARP), abbattere grattacieli fingendo l’impatto di aerei terroristi (11 settembre), nascondere le mirabolanti invenzioni di Nikola Tesla e via tramando.

Ovviamente le spiegazioni ‘alternative’ fornite non hanno reali basi scientifiche, ma questo agli appassionati delle teorie complottiste non interessa. Esistono anche siti web divenuti celebri per la loro opera di ‘debunking’ di tali teorie ma, inutile dirlo, per i complottisti anche questi sono complici del complotto.

A questo punto non mi resta che formulare una ennesima teoria, che in mancanza di definizioni potrei definire “meta-complottista”, ovvero che tutte queste teorie del complotto siano esse stesse ‘il complotto’: che servano a tenerci occupati a ragionare di corbellerie mentre nel mondo accadono fatti realmente gravissimi.

Le famose ‘armi di distrazione di massa’, per mutuare una splendida definizione di Sabina Guzzanti. In fondo perché preoccuparsi dei danni reali che stiamo producendo alla biosfera da cui dipendiamo se c’è da vigilare su qualche oscura minaccia inventata all’uopo? Scopriremo probabilmente, in un futuro più o meno remoto, che dietro tutte le scemenze date in pasto agli internauti c’era gente pagata per creare cortine di fumo…