Pathfinding

Dopo anni di riluttanze mi sono deciso all'acquisto di un navigatore satellitare per escursionismo. Il funzionamento di base è del tutto analogo a quello dei vari "Tomtom" che equipaggiano le autovetture, ma le funzioni "avanzate" sono sicuramente più interessanti. La principale tra queste ultime è la possibilità di dare in pasto allo strumentino una traccia da seguire.

Fino a qualche anno fa per orientarsi si usavano le mappe. Più o meno ad ogni incrocio, o situazione dubbia, ci si fermava e si apriva una carta geografica, si cominciava a confrontare quello che si vedeva a vista con quello che era disegnato sulla mappa, sperando che il disegno fosse sufficientemente dettagliato e/o aggiornato, quindi si imboccava la strada che appariva "più probabile".

Il metodo richiedeva una certa pratica: leggere le mappe è molto meno banale di quanto possa sembrare. In assenza di punti di riferimento, p.e. in mezzo ad un bosco, la cosa può risultare dannatamente ardua. Questo è uno dei motivi per cui la pratica della mountain-bike ha faticato a diffondersi: senza indicazioni adeguate, o una persona che conoscesse il percorso, perdersi e tornare col buio era praticamente all'ordine del giorno.

Nel "terzo millennio" abbiamo saputo fare buon uso di tutti i satelliti messi in orbita nei decenni trascorsi, ed il risultato si chiama G.P.S., acronimo di Global Positioning System. Nella pratica un dispositivo delle dimensioni di un telefono cellulare che "ascolta" i segnali emessi da una costellazione di satelliti ed è in grado di ricavare la propria posizione con un errore di pochi metri.

Quando ci si muove, il percorso effettuato, definito come una serie di punti georeferenziati, può essere salvato in memoria per successivi riutilizzi, condiviso via internet, caricato su altro GPS, ed in sostanza sostituire del tutto la necessità di utilizzare una mappa… almeno finché ci si limita a muoversi su quel percorso. Il GPS stesso può caricare in memoria delle mappe e mostrarle sul display in relazione alla propria posizione.

La modalità a mio parere più interessante sta nella possibilità di definire "a tavolino" degli itinerari, inserirli nel dispositivo e successivamente andarli a percorrere in bici. Esistono a questo scopo strumenti on-line davvero formidabili per "inventare" escursioni, quello che uso da un po' è "MapMyRide".


Il sito sfrutta la cartografia di GoogleMaps, e consente con pochi click di seguire le strade esistenti oppure, ove non ve ne siano, di passare alle foto satellitari per individuare sentieri e piccole tracce non classificabili come strade ma ugualmente percorribili con bici adatte.

Per cui a casa, in settimana, ho studiato la zona da esplorare, cercando di raccordare due tratti di strada particolarmente belli scoperti mentre ero in cerca di un luogo adatto alle osservazioni astronomiche, ho definito una stazione di partenza (Civitavecchia), una di arrivo (Tarquinia), ho disegnato il mio itinerario e l'ho caricato sul GPS.

Ieri, poi, guidare l'escursione è stata un'esperienza straniante. Non dovevo far altro che seguire le indicazioni del display e per il resto godermi il paesaggio. Era come partecipare ad un giro guidato da altri. Il percorso che avevo stabilito a monte evitava tutte le arterie più trafficate e serpeggiava con assoluta precisione tra campi e colline totalmente sconosciuti. Uscire da Civitavecchia imboccando le strade giuste ci avrebbe portato via, coi metodi tradizionali, quasi il doppio del tempo.

Per gli interessati il racconto dell'escursione si trova sul forum Cicloappuntamenti, con tanto di foto e commenti dei partecipanti. Come prossimo passo c'è da andare a scoprire… tutto il resto del Centro Italia che ancora mi manca! Non vedo l'ora…

 

Darkness, il mostro nero

Prima di parlarvi della mia nuova bici, del perché l’ho voluta ed acquistata, di come ha cambiato ancora una volta il mio modo di pedalare, è necessario un breve excursus. Salterò a piè pari le Grazielle dell’infanzia, che pure hanno modellato per lunghi anni la mia idea di bicicletta, e salterò anche il cancellone da pianura su cui ho ripreso a pedalare nei mesi di leva a Portogruaro. Passerò direttamente alla mia prima bici, un modello, per così dire, “da corsa” di marca “Romeo“, acquistata presso “Cicli Romeo“, un negozio nei pressi della stazione Termini trasferitosi ormai molti anni fa.

Stiamo parlando del 1988, le prime mountain bike erano appena comparse nei negozi, ed apparivano come arnesi goffi e sgraziati, di cui ancora nessuno comprendeva l’utilità. Io cercavo una bici che fosse veloce e mi consentisse di arrivare lontano, ed optai per una bici stradale. Ci spesi poco, troppo poco, perché non sapevo ancora che quella passione mi avrebbe accompagnato per il resto della vita.

La Romeo durò meno di un anno e mezzo, e percorse la bellezza di quattromila km. Un’enormità, considerata l’economicità del mezzo, le cui varie parti, pesanti e malfunzionanti, si produssero in una serie pressoché ininterrotta di rotture e conseguenti riparazioni.

Eppure in quell’anno e pochi mesi, la mia idea di bicicletta si trasformò radicalmente. Pur con tutti i suoi limiti quella bici mi aprì gli occhi, e dischiuse davanti a me le prospettive di un modo di viaggiare basato sulla propulsione muscolare, silenzioso, non distruttivo, rispettoso dell’ambiente. Nacqui come ciclista su quelle stesse strade che, vent’anni dopo, il traffico veicolare ha invaso rendendole sgradevoli ed impercorribili.

Alla Romeo fece seguito “Pino“, la cui storia, in parte, è stata già narrata. “Pino” trasformò le idee che avevo sulla risposta elastica dei telai, sull’uso del cambio, sulla possibilità di “scalare” le montagne, sull’adattamento del metabolismo alla fatica fisica, sulla possibilità di intraprendere viaggi in bici. Fu la prima vera bici che abbia mai posseduto, e l’ho ancora con me.


Pochi anni dopo l’acquisto di “Pino” fu il momento anche per me di “comprendere” le mountain bike. Capitai quasi per caso nel parco della Caffarella mentre era in corso una gara, e vedere gli atleti conquistare con le ruote artigliate terreni che alla mia bici stradale erano preclusi mi fece scattare la molla: “voglio farlo anch’io“. La scelta cadde su una Kastle Tour Extrem in alluminio, che pagai più del doppio di quanto era costata “Pino“.

Col suo telaio rigido, per l’epoca uno standard anche su bici da competizione, la Kastle estese la mia idea di bicicletta all’ambito agreste e montano, alle strade sterrate, ai boschi. Un salto enorme, un adattamento evolutivo del mezzo che ha consentito alle biciclette di sopravvivere e prosperare nonostante l’infestazione da automobili private le abbia ormai estromesse dal loro habitat originario: le strade.

La Kastle divenne la mia fedele compagna anche per i viaggi all’estero, sostituendo la più leggera “Pino” grazie ad un telaio più solido e più adatto a sopportare carichi. Pochi anni dopo venne sostituita da una Bianchi dotata di forcella ammortizzata, con la quale iniziai ad avvicinarmi al mondo delle bici “morbide“.


La Bianchi era una diretta discendente della Kastle, e non stravolse la mia idea di bicicletta più di tanto. Certo fu una bella e piacevole scoperta il poter saltare sopra sassi e radici senza subire sollecitazioni ai polsi: comfort e maggior controllo, la strada era segnata, le biciclette da fuoristrada con forcella rigida destinate all’estinzione.

Ben più “impattante” sulla mia idea di bicicletta fu la Specialized che arrivò sul finire degli anni ’90, e che in seguito battezzai “Velociraptor“. Il carro posteriore ammortizzato ad aria era una vera rivoluzione, che accoppiata con una forcella anteriore dalla corsa più generosa mi regalò un controllo spettacolare anche su terreni e pendenze capaci di mettere in crisi la Bianchi, ed inavvicinabili per la Kastle. Passare in velocità sullo sconnesso basolato romano dell’Appia Antica diventò uno dei miei divertimenti preferiti.


Velociraptor era il prototipo di un tipo di bici che ha ormai raggiunto forme definitive poco diverse dall’originale, e che ha preso il nome di “cross country“, o XC. Dieci anni dopo le sue discendenti hanno guadagnato in leggerezza ma poco o nulla in guidabilità, e non è un caso che anche dopo tutto questo tempo, con qualche “rivisitazione” ed aggiornamento, rimanga una bici formidabile. Per dieci anni l’ho ritenuta un punto di arrivo, e non ho acquistato più altre biciclette.

Poi, da pochi mesi a questa parte, il desiderio di ricercare ed esplorare modalità diverse, forme “altre” di andare in bicicletta, ha nuovamente iniziato ad agitarsi. L’occasione degli incentivi statali del 2009 mi ha portato all’acquisto di una pieghevole Brompton, che forse più di ogni altra ha sconvolto le mie abitudini di ciclista.


Ma già le poche occasioni di provare le biciclette degli amici di Cicloappuntamenti mi stavano avvicinando all’idea di qualcosa di ancora più “estremo“. Due settimane fa, passando da “MisterBike” mi è capitata per le mani una Santacruz usata. La scena è stata pressoché identica a quella di dieci anni prima con la Specialized: esco a pr
ovarla in Caffarella, ne rimango affascinato, la riporto in negozio già intenzionato ad acquistarla.


Cos’ha da raccontarmi, di nuovo, questa bici “all mountain“? Cominciamo col descriverne le caratteristiche. In primo luogo la corsa degli ammortizzatori è più che doppia di quella del “Velociraptor“, e le ruote sono molto più larghe. Questo significa una bici più lenta, ma virtualmente in grado di muoversi dappertutto. Lenta e pesante (tra i quindici ed i sedici chili), manubrio largo, l’equivalente ciclistico di un bufalo africano.


Per molti versi “Darkness” rappresenta un passo indietro rispetto a “Velociraptor“, ma forse più che indietro direi di lato. Non è una bici per correre, volendo ci si può divertire ad affrontare passaggi tecnici molto impegnativi, e personalmente l’ho già portata su discese e gradini che con la Specialized non mi ero mai fidato ad affrontare. Ma la vera anima di questa bici non è la ricerca dell’estremo.

Stamattina, girellando per la Caffarella, l’ho sentita molto come una bici “da passeggio“, al limite da “passeggio estremo“. Per la prima volta non ho vissuto l’obbligo di stare sui sentieri, l’ho fatta muovere sui prati, senza una traccia definita, lentamente. Questa bici è capace di “masticare” qualunque fondo, di muoversi indifferentemente su qualsiasi terreno, lasciando all’occhio del viaggiatore il tempo e la necessaria lentezza per riflettere su ciò che sta osservando.

Un’esperienza che si riavvicina al camminare, pur rimanendo bicicletta. Un ulteriore passaggio, un altro salto di qualità nell’esperienza ciclistica, una nuova consapevolezza. A ventidue anni di distanza il mio viaggio a pedali continua.

Il piccolo cowboy

Dopo la sorellina Lucrezia, sabato è stato il turno per Emanuele di liberarsi delle “rotelle stabilizzatrici”. Già dall’ultima passeggiata al parco degli Acquedotti si vedeva che aveva ormai trovato l’equilibrio, ma la particolare costruzione della sua bici, con la pedaliera molto alta, non consentiva di abbassare la sella a sufficienza e ci aveva fin qui dissuaso.

Eh, sì, perché una sella troppo alta significa non riuscire a toccare i piedi a terra… condizione normale per un ciclista esperto, ma impedimento non da poco per un bimbo alle prime armi. Già non è semplice imparare ad andare in bicicletta, farlo senza poter contare sull’appoggio dei piedi a terra in caso di necessità è una piccola impresa.

Sabato mattina, approfittando di una mezz’ora libera, ho proposto a mia sorella di “fare una prova”: se va, va, sennò si rimontano le ruotine finché non sarà cresciuto abbastanza. Approvazione sua, entusiasmo del pargolo, scendiamo in garage e mi metto prontamente all’opera con le chiavi inglesi.

Emanuele non ha ancora quattro anni ma già, anche a detta dei pediatri, dà prova di un notevole senso dell’equilibrio e coordinamento nei movimenti. Completo l’operazione di smontaggio, complicata da una vite spanata, e già lui non vede l’ora di salirci sopra. Provo a spiegargli quello che deve fare ma nemmeno mi sta a sentire.

Il garage affaccia su una specie di cortiletto condominiale, ed è lì che faremo il tentativo. Gli reggo la bici per consentirgli di salirci su. Non fa in tempo ad arrivare in sella che già mi chiede di lasciarlo andare. Lo faccio partire cercando di tenerlo senza invadere troppo la sua ricerca dell’equilibrio e mi rendo conto che l’intuizione era giusta, sa già reggersi dritto sulle due ruote. Ma questo è solo l’inizio.

Quando si ferma finisce per terra, inevitabilmente. Non che mi aspetti grandi pianti, o urla, o strepiti, ma proprio niente del tutto lascia un po’ stupito anche me. D’altro canto mia sorella è da quando aveva due anni che me lo fa notare: quando inciampa e casca lui non piange… si rialza, si spolvera in tutta fretta, borbotta “fatto niente, fatto niente” e riparte. Certi bambini sono fatti così.

Anche stavolta non dice niente, rimette in piedi la bicicletta che non vuole obbedirgli e prova a ripartire. Io gli tengo il portapacchi per aiutarlo e lui, di rimando: “Zio, lasciami! Lasciami!“. Riesce a partire quasi da solo, barcollando pericolosamente di qua e di là, prova a curvare e va giù di nuovo. Eh, con le rotelle era un po’ diverso…

Da qui in poi sembra di assistere ad un rodeo in miniatura, con un minuscolo cowboy di nemmeno quattro anni deciso a domare un cavallo selvaggio che continua a disarcionarlo. Cade e risale, cade e risale… e alla fine la spunta. Ok, campione, hai vinto, siamo pronti per il parco.

E pronti lo siamo davvero. Ormai Emanuele non si tiene più: parte a razzo da solo e fa perfino la curva… passando un po’ sull’erba. Il controllo della bici c’è tutto, non devo nemmeno dirgli di evitare i pedoni, traccia le traiettorie per evitarli con molti metri di anticipo. A questo punto riesce già a fermarsi senza cadere e finire aggrovigliato alla biciclettina. Un giovanissimo esempio di determinazione che non può non dar da pensare anche a noi adulti.

Beh, prima o poi dovremo lasciargli il mondo in eredità, speriamo che per allora sappia domare la propria vita come ha fatto oggi con la sua bicicletta troppo alta. Per me, la piccola grande soddisfazione dell’essere zio.

La patata e l'antibiotico

Da un paio di giorni impazza sui media la questione "OGM sì, OGM no", in seguito all'approvazione rilasciata dal Parlamento Europeo alla BASF per la coltivazione di una varietà di patate geneticamente modificate per uso industriale (con la possibilità di riusarne gli scarti di produzione per l'alimentazione animale).

La notizia in sé segna un cambio di direzione nell'orientamento delle istituzioni comunitarie rispetto alle biotecnologie, il cui utilizzo e la cui coltivazione in seno all'Unione Europea erano stati sin qui fortemente limitati. Le scelte del passato avevano da un lato accontentato gli ambientalisti, ma anche prodotto nel tempo una perdita di competitività del comparto agroalimentare, e soprattutto non hanno impedito che gli allevatori E.U. scegliessero OGM prodotti all'estero per l'alimentazione animale.

Una curiosità immediata riguarda lo scalpore suscitato dalla notizia che questa nuova varietà di patate, denominata Amflora, conterrebbe un gene "per la resistenza agli antibiotici". Ohibò, mi sono chiesto, e che ci fa una patata con la "resistenza agli antibiotici"? Da quando in qua si danno gli antibiotici alle patate?

La realtà dei fatti è saltata fuori grazie al blog di una ricercatrice in biotecnologie: il gene per la resistenza agli antibiotici viene inserito come parte del processo di ingegnerizzazione, e serve a selezionare i ceppi in cui la modificazione genetica ha avuto successo. Oltretutto, viene affermato, si tratta di antibiotici ormai datati per i quali la maggior parte dei microorganismi ha già sviluppato spontaneamente forme di resistenza, e sono ormai praticamente in disuso nella farmacologia attuale.

La cosa paradossale è che un comunicato stampa iniziale, dal contenuto quantomeno "improprio", rilasciato, pare, da Greenpeace, sia stato rimbalzato pari pari sia in rete che sui giornali senza che nessuno si sia posto la fatidica domanda "che ci azzecca?". E che  si sia in seguito sviluppato tutto un fiorire di commenti ed illazioni completamente campate per aria, da parte dei soliti "tuttologi" molto spesso già da tempo schierati.

Il primo ad essere scomodato, in questi casi, è il cosiddetto "principio di precauzione": non usare un prodotto finché non ne siano noti i rischi. Concetto in sé sacrosanto, se non fosse che analisi dei rischi ne sono state effettuate, ma ovviamente la diffidenza rimane dal momento che la comprensione, da parte del grande pubblico, delle metodologie scientifiche utilizzate per l'analisi di tali rischi è estremamente limitata.

Da più parti si arriva a chiedere alla scienza "certezze", che la scienza non può dare. Non è possibile prevedere il futuro con insindacabile certezza, si possono descrivere delle osservazioni, effettuare analisi statistiche, produrre dei "modelli" e delle estrapolazioni più o meno attendibili, descrivere la futura evoluzione degli eventi in termini di probabilità. Qualcosa di incompatibile con l'esigenza di sentirsi dire "sì o no" della maggior parte di noi.

Per scoprire che incidenza statistica di decessi può eventualmente avere l'introduzione di un nuovo alimento (e si noti che stiamo parlando di un prodotto non destinato all'alimentazione umana) l'unica maniera è una sperimentazione su larga scala, comprensiva di un gruppo "di controllo" che, senza saperlo, non venga sottoposto alla sostanza. Sui problemi etici sollevati da questo tipo di sperimentazione, peraltro standard per i nuovi farmaci, ancora si dibatte.

Far morire delle persone per scoprire che delle persone muoiono non pare molto simpatico e riporta alla memoria il dott. Mengele. Allora che si fa, si sperimenta sugli animali… Quanto è attendibile questa sperimentazione? Poco, forse, ma è il meglio che si possa fare. Queste verifiche sono state fatte, e tuttavia rimane difficile convincere l'opinione pubblica.

Anche qui si nasconde un problema di scarsa conoscenza, ed è peraltro improponibile teorizzare che ognuno di noi possegga le competenze per valutare correttamente studi ed analisi di tale complessità. La mole di sapere prodotta dalla ricerca scientifica negli ultimi secoli è ormai tale da travalicare di diversi ordini di grandezza le umane capacità di comprensione.

È evidente negli articoli redatti da non esperti, come pure nelle discussioni in rete, una diffusa confusione, oltre che sugli argomenti specifici del dibattere, proprio sul rapporto tra scienza, politica e tecnologia. La scienza si occupa di descrivere la realtà che conosciamo, la tecnologia di produrre manufatti, la politica di decidere quali tecnologie siano "accettabili" e quali no (in base all'etica? In teoria …facciamo finta di crederci).

La scienza studia il comportamento del DNA e dei geni che lo compongono, la tecnologia studia il modo di sfruttare questa conoscenza per ottenere un ritorno economico attraverso la produzione di nuovi manufatti, la politica decide se i rischi dell'introduzione di questi manufatti siano compatibili coi benefici che ci si aspetta.

Le biotecnologie, quindi, sono l'applicazione sperimentale di una branca della scienza ancora in evoluzione, e mantengono strette affinità con la ricerca stessa. Si maneggiano i mattoni fondamentali della vita per produrre varietà di organismi viventi con caratteristiche desiderabili, ad esempio varietà di vegetali più resistenti ai parassiti (…o ai diserbanti, cosa ahinoi commercialmente più vantaggiosa per ovvi motivi…).

Fin qui niente di nuovo, la nostra specie ha da sempre il vizio di pasticciare col genoma delle altre forme di vita. Lo abbiamo fatto addomesticando animali da compagnia e da macello, trasformando i lupi in una pletora di specie canine eterogenee, producendo biodiversità per mezzo di incroci selettivi. In questo quadro le biotecnologie non fanno altro che offrire nuovi strumenti a questa nostra umana inclinazione al "giocare ad essere Dio".

La principale preoccupazione deriva dal fatto che chi sviluppa le nuove tecnologie biotech (e ne detiene i diritti di proprietà) muove risorse economiche importanti, ed è quindi in grado di influenzare l'eticità delle scelte politiche. Questo è per molti motivo di sospetto, dato che da che mondo è mondo le multinazionali hanno il solo interesse di massimizzare i propri guadagni, anche a spese dei propri clienti.

Per nostra fortuna i massimi profitti non si realizzano sterminando la clientela, ma i danni fatti in passato dall'introduzione frettolosa di tecnologie non sufficientemente collaudate, ed i cui effetti collaterali erano stati sottostimati, hanno reso la pubblica opinione sanamente diffidente. Resta il fatto che anche molte pratiche agricole attuali, pur tollerate, rimangono fortemente deleterie.

La domanda su "quanti morti" potrà causare (eventualmente) la patata OGM potrebbe essere accomunata ad altre: quanti morti produce l'attuale agricoltura a base di pesticidi (soprattutto tra i contadini, soprattutto quelli del terzo mondo)? Che facciamo, aboliamo i pesticidi? Quanti morti produrrebbe la successiva carestia di generi alimentari? Oppure, passando ad un altro tema che mi è caro, quanti morti (perfettamente quantificabili, stavolta) producono le automobili? Perché allora non aboliamo le automobili?

Perciò, prima di sparare ad "alzo zero" su tutto ciò che è OGM, andrebbe considerato che l'agricoltura tradizionale è tutto fuorché "naturale", a partire dall'utilizzo di pesticidi e diserbanti, passando per la perdita di biodiversità dovuta alla riduzione delle colture alle varietà più facilmente commerciabili, per arrivare all'uso massivo di fertilizzanti chimici che, assieme alla deforestazione, ha prodotto il progressivo danneggiamento ed impoverimento dei suoli.

La scelta non è, come strumentalmente suggerito dal fronte "anti-OGM", tra "natura incontaminata" da un lato e "biomostri" della scienza prometeica dall'altro. L'agricoltura attuale è già del suo artificiale. I pesticidi normalmente utilizzati nelle colture lasciano residui nella catena alimentare. Lo sfruttamento intensivo dei terreni ne provoca il progressivo impoverimento, con cui a breve finiremo col fare i conti.

La stessa invenzione dell'agricoltura ha drammaticamente trasformato il volto del pianeta, assoggettandolo alle esigenze di una specie, la nostra, lanciata in una corsa esponenziale verso la crescita demografica. Una specie di predatori che ha progressivamente occupato ogni nicchia ecologica, trasformando e rimodellando il volto del pianeta a propria immagine e somiglianza.

Ad oggi, la stragrande maggioranza di tutta la biomassa presente sulla Terra è riconducibile alle attività dell'uomo. Oltre ai quasi sette miliardi di esseri umani ci sono gli animali di cui ci alimentiamo, i vegetali con cui nutriamo noi stessi ed i nostri animali, quelli che coltiviamo per ottenerne manufatti o calore. Quel che rimane di "natura incontaminata" è già oggi residuale, ed oltretutto in continuo declino.

Il primo ed unico problema dell'umanità è il fatto che, non più intelligentemente dei virus, ci stiamo riproducendo ad un ritmo eccessivo, e finiremo con l'uccidere l'organismo che ci ospita: il pianeta Terra. A poco servirà scegliere se ucciderlo con l'agricoltura tradizionale o con quella biotech, col consumo di carne, coi combustibili fossili o con quelli atomici. Il global warming misura la "febbre" di un organismo sottoposto a stress da troppi parassiti, forse proprio un meccanismo "naturale" per liberarsene.

Una possibile "via migliore" esiste, e lo dimostra il lavoro pluridecennale di Masanobu Fukuoka, ispiratore e fautore di un approccio totalmente innovativo all'agricoltura, consistente nell'eliminazione della maggior parte delle pratiche tipiche dell'agricoltura intensiva a favore di una cura manuale ed il più possibile "naturale" dei terreni e delle colture. Un approccio talmente radicale da suscitare l'incredulità dei più, anche se la sua azienda agricola ed i risultati concreti che è riuscito a produrre nel corso dei decenni stanno lì a dimostrare la validità della sua "eresia".

Invertire il processo di distruzione dei suoli agricoli, quindi, non è impossibile, ma richiederebbe una consapevolezza collettiva che, come specie, potremmo faticare molto a raggiungere. Le biotecnologie, una volta svincolate dalla pura ricerca del profitto, potrebbero rappresentare una risorsa importante in termini di "riduzione del danno", ed aiutarci a traghettare le produzioni agricole verso forme finalmente sostenibili… anche se, a dire la verità, il loro utilizzo attuale appare più in una direzione di continuità con l'agricoltura intensiva e devastante praticata dall'epoca della meccanizzazione ad oggi che con un ritorno a pratiche meno intensive ed invasive. E tuttavia una scelta saggia sarebbe, a mio parere, provare a comprenderle meglio, prima di schierarsi pro o contro.

Il problema delle scelte operate senza una piena comprensione del contendere si proietta dall'uomo della strada alla classe politica da lui eletta, ai grossi potentati economici, e riflette il paradosso di una specie di predatori che pretende di agire in base a scelte etiche senza possedere una adeguata consapevolezza di sé e del mondo in cui vive.

Il lungo incubo

Ho iniziato ad andare in bicicletta nella primavera del lontano 1988, ventidue anni fa. Dire che il mondo allora era diverso a molti apparirà eccessivo, ma è così. In questi ventidue anni da ciclista ho coltivato sogni ed aspettative che si sono brutalmente infranti contro un muro di stupidità collettiva, egoismo, cecità ed istinto gregario.

Sul finire degli anni ’80 le automobili erano, a spanne, poco più della metà rispetto ad oggi. Non ho dati certi, riporto una stima ad occhio. La cementificazione compulsiva del territorio non aveva ancora raggiunto il livello di capillare devastazione attuale, ed era ancora possibile prendere la bicicletta ed uscire da Roma pedalando per piacevoli scampagnate.

Sognavo, in quegli anni, la costruzione di ciclovie di respiro nazionale, la crescita del turismo in bicicletta, l’infrastrutturazione ciclabile delle arterie cittadine. Sognavo, appunto.

Lentamente, negli anni, ha invece cominciato a prender forma un sogno diverso, un sogno altrui, per me più che un sogno un incubo. Il "sogno altrui" della "casetta in mezzo al verde", del "villino", della seconda casa come investimento e per "passarci il weekend".

Questo "sogno altrui", a differenza del mio, coincideva con gli interessi dominanti dell’economia del cemento ed era bello pronto per venir veicolato a folle plaudenti di "non turisti" (gli italiani, purtroppo, non sanno viaggiare) alla ricerca di una valvola di sfogo per la frustrazione di vivere in centri urbani sovraffollati e di un investimento "durevole nel tempo".

Case, casine e casette hanno cominciato a spuntare come funghi in ogni dove, prevalentemente a fianco delle vie più battute, che grazie a questo processo sono diventate sempre più trafficate. Boschi, prati e campi sono progressivamente scomparsi sotto colate di cemento dalle forme sgraziate, mentre le strade che un tempo percorrevo in tutta piacevolezza diventavano, col passare degli anni, autodromi devastati senza più alcuna gratificazione per l’occhio e per lo spirito.

Destino analogo è toccato alla tanto auspicata "infrastrutturazione urbana": semplicemente un altro incubo di cui ancora non si vede la fine. La prima "pista ciclabile" romana fu realizzata sull’argine del Tevere per i mondiali del ’90, ai tempi di Craxi e Carraro. Dopodiché, nei successivi dieci anni, ben due amministrazioni di centrosinistra (guidate dal "verde" Rutelli) si susseguirono senza che fosse costruito nient’altro.

Per cominciare a vedere qualcosa di nuovo si è dovuto attendere fino al volgere del nuovo millennio ed alle giunte Veltroni, quando iniziò una collaborazione delle diverse associazioni di ciclisti con gli uffici del Comune. Questo produsse la prima ondata di realizzazioni ciclabili… purtroppo approssimative nella concezione e scadenti nella realizzazione.

Piste che si strozzavano, che finivano nel nulla, con in mezzo alberi, pali, panchine ed ogni sorta di ostacoli, scollegate, con curve a spigolo vivo, gradini, invase periodicamente dalla vegetazione, interrotte da passi carrabili, sepolte dal fango delle piene del Tevere e non ripulite per mesi e mesi, prive di manutenzione, invase da stand commerciali, coperte di foglie e sporcizia per la maggior parte dell’anno, realizzate con materiali scadenti pronti a sbriciolarsi e sbiadire dopo poche settimane, costellate di pozzanghere prodotte dal calcolo errato delle pendenze e molto altro ancora.

Assistevamo increduli alla fabbricazione di questi aborti, protestando presso i nostri referenti ed auspicando (o, più correttamente, "illudendoci") che avrebbero imparato dagli errori, che avrebbero corretto il tiro, che in seguito avrebbero lavorato meglio. Inutile: ogni nuova realizzazione per la ciclabilità ci regalava ulteriori motivi di sconforto e delusione.

Arrivai al punto, e molti altri con me, di chiedere che la costruzione di tali piste venisse sospesa, che non si facesse più nulla, tale si era dimostrato il livello di incapacità, incompetenza e malafede della pubblica amministrazione e del ceto politico, proni unicamente ai diktat dei signori del cemento e dell’automobile ad ogni costo. Inetti rispetto a qualunque possibile miglioramento della qualità della vita dei cittadini e della vivibilità della città nel suo complesso.

E, ora, "cosa mi aspetto dal domani"? La miglior analisi alla mia portata segue fedelmente le estrapolazioni dei fautori della teoria del "peak-oil": esaurimento progressivo dei combustibili fossili e delle materie prime con conseguente pesantissimo ridimensionamento dell’economia attuale. Dato il livello collettivo di indifferenza e faciloneria di fronte a queste prospettive non riesco ad immaginare che la successiva fase di "decrescita" dell’economia potrà essere "felice", come gli ottimisti alla Latouche auspicano.

Una volta che il crescente costo dei carburanti avrà reso economicamente insostenibile spostarsi con l’auto privata tutte queste case, casette e casine "in mezzo al verde" finiranno abbandonate, il loro valore crollerà a zero, interni ed infissi saranno saccheggiati dai "nuovi poveri" e riusati per allestire baracche ai margini delle città.

Più in là, temo, la carenza di idrocarburi fossili produrrà problemi nell’approvvigionamento alimentare, evidenziando l’incapacità da parte di un territorio pesantemente danneggiato come il nostro di far fronte alle esigenze dei milioni di persone che attualmente ci vivono. A quel punto, ormai troppo tardi, rimpiangeremo la terra coltivabile a suo tempo sepolta sotto le "casette nel verde", e le aree industriali abbandonate ed avvelenate.

Non solo il futuro che ci aspetta sarà disastroso oltre la nostra immaginazione, ma le scelte irrazionali e dissennate degli ultimi decenni lo stanno rendendo ulteriormente drammatico. E io mi ritrovo ormai a pedalare, a più di vent’anni dalla mia "nascita" come ciclista, in pianure devastate dalla cementificazione, guardando edifici sorti da poco e che tra altri dieci o vent’anni saranno probabilmente già in rovina, circondato da un traffico insensato di automobili che, come mosche impazzite, ronzano avanti e indietro senza pace.

Fermarsi, osservare, capire, agire con un’idea realistica del futuro che ci aspetta, sembra ormai impossibile ai più.