Stra-pazzi

Per controbilanciare il post precedente mi sento in dovere di gettare una luce diversa sull’attività dell’astrofilo cittadino, o per meglio dire di un "visualista cittadino" come il sottoscritto. E già quest’affermazione richiede una precisazione per i "non addetti", non tutti gli astrofili condividono la stessa passione, o quantomeno non lo fanno alla stessa maniera.

La prima grossa divisione è tra "visualisti" ed "astroimagers" (una volta si diceva fotografi, ma era ai tempi della fotografia chimica, su pellicola). I visualisti sono appassionati della visione diretta, in quanto rapporto meno mediato col Cosmo, vogliono ricevere direttamente sulla propria retina i fotoni che provengono da corpi lontani, un po’ alla S. Tommaso: "toccare con mano".

Gli astroimagers riprendono foto, le elaborano e le condividono. La loro "visione" degli oggetti è molto più approfondita ma meno "immediata", un po’ come la "gallina domani" del famoso detto. Mentre i visualisti si arrabattano a puntare un oggetto dopo l’altro, cambiano gli oculari, si affannano con mappe cartacee o digitali, i fotografi montano l’attrezzatura, mettono a punto dettagli, poi lasciano la strumentazione a lavorare autonomamente anche per ore, un po’ come dei pescatori che aspettano che il pesce abbocchi.

Ma anche tra le due principali categorie non mancano le sottoclassi. Infatti è molto diverso osservare galassie deboli al limite della visibilità rispetto al cercare dettagli sui pianeti o sulla Luna. Si usano in genere strumenti diversi (a specchio oppure a lenti) e differenti tecniche osservative. Per gli astroimagers questo significa attrezzature diverse sia dal lato ottico che da quello elettronico, e via scremando fino a scoprire delle "micro-nicchie" come ad esempio gli appassionati di stelle doppie.

Il problema principale per un visualista appassionato di "deep sky" (Cielo profondo, ovvero oggetti ai limiti della visibilità) come me è trovare un sito sufficientemente lontano da fonti di inquinamento luminoso, e nottate perfettamente serene. La prima condizione si realizza in genere sulle montagne, dove è però abbastanza facile che non si realizzi la seconda, dato che le nuvole si condensano quando l’aria umida viene spinta in quota.

Quindi non solo occorrere mettere in conto smacchinate chilometriche, ma anche il rischio di trovare "in situ", condizioni meteo sostanzialmente diverse da quelle di partenza. Venerdì è successo qualcosa di simile, quando nel tentativo di sfruttare l’ultima notte utile prima della lunazione (sì, c’è anche questo problema, quando la Luna è sopra l’orizzonte di fare "deep sky" non se ne parla proprio) mi sono mosso dopo una giornata di lavoro.

Immaginate la sveglia alle 6.40, una mezz’ora di traffico fino all’ufficio, la normale giornata lavorativa dalle 8.00 alle 17.00, un’altra mezz’ora di traffico fino a casa, e qui la mia giornata "solita" prende la piega di un comodo stravacco di fronte al pc per assorbire le ultime notizie, partecipare a social network, scambiare la posta, ecc. ecc. in attesa dell’ora di cena.

Venerdì, al contrario, una volta tornato a casa ho cominciato a metter mano all’attrezzatura per la nottata osservativa. Quindi fare il conto di tutti i "pezzi" del telescopio, la borsa degli accessori, verificare se c’è tutto (il binocolo, gli oculari, il puntatore, le mappe, il cacciavite per la collimazione delle ottiche, la torcia col filtro rosso, la matita per prendere appunti…). Altro discorso per l’abbigliamento pesante, scarponi da montagna, pile, piumino, cappuccio, guanti. Poi una doccia frettolosa, una tazza di té per aiutarsi a rimanere svegli e si parte.

Trasferisci tutto in macchina (più di 40kg, compresa la base del Dobson che non entra nell’ascensore e devo portarla giù per due piani di scale…) altra mezz’ora di traffico per raggiungere il luogo dell’appuntamento con un amico astrofilo, Nicola, che mi accompagnerà nell’impresa, trasferiamo tutto nell’auto di lui che è più comoda e capiente della mia scatoletta, ed imbocchiamo l’autostrada per i consueti 100km fino alle montagne dell’Abruzzo.

Vivere in una grande città significa doversi allontanare molto per sfuggire all’inquinamento luminoso. Campo Felice ha il vantaggio di trovarsi in prossimità di una direttrice "veloce", e lo svantaggio di trovarsi vicino ad un’altra città abbastanza grossa come L’Aquila. Finora un sito drammaticamente migliore non lo si è trovato, per cui dopo i 100km di autostrada si sale per un’altra decina e si raggiunge un parcheggio a quota 1400 mslm.

Arriviamo verso le nove di sera e troviamo altri astrofili già indaffarati con le riprese fotografiche, li salutiamo e cominciamo a montare la strumentazione. Il Dobson ha di bello che si mette in opera in una manciata di minuti, per contro altre operazioni, pur necessarie, richiedono più tempo e la collaborazione di due persone, come l’allineamento del cercatore e quello dello specchio primario, che a causa del tubo smontabile va ricentrato ogni volta (l’alternativa  è avere un tubo "sano" di un metro e mezzo di lunghezza e quaranta centimetri di diametro da trovare il modo di infilare in macchina).

Cominciamo ad osservare e ci rendiamo conto che le condizioni non sono delle migliori, c’è un vento freddo ed abbastanza fastidioso, con raffiche occasionali che muovono il telescopio, inoltre il "seeing" (ovvero la stabilità dell’aria, che consente di raggiungere alti ingrandimenti) è pessimo, l’immagine di Giove è impastata e traballante. Per il primo problema c’è poco da fare oltre a stringere un po’ le frizioni ed indurire la scorrevolezza dei movimenti, in compenso il telo nero di protezione dalla luce circostante si piega tra le aste del "truss" ostruendo parte della luce in entrata nel tubo.

Cominciamo col cercare i pianeti esterni, Urano e Nettuno (che nemmeno si vedono ad occhio nudo…). Le mappe poggiate sul cofano dell’auto svolazzano spinte dal vento, che tende a far cadere anche un po’ di oggettistica leggera come i contenitori degli oculari. Un po’ a fatica riesco a puntare prima il secondo poi il primo, ma "senza alcuna soddisfazione", per parafrasare Cechov, il "seeing" pessimo impasta le immagini al punto da renderli quasi indistinguibili dalle stelle. Non è che su questi pianeti lontanissimi si veda poi granché, ma perfino la soddisfazione di distinguere il disco, al posto di un punto com’è per le immagini stellari, ci viene negata.

Nel frattempo aspettiamo le 23.00 quando il tramonto della Luna dovrebbe consentirci di osservare un po’ di deep sky. Ne approfitto per migliorare l’allineamento degli specchi, ma è un’operazione scomoda e laboriosa, peggiorata dalla non ottimale forma e sistemazione delle viti di registro (che dovrò sostituire), ed anche la scarsa esperienza di Nicola non è in grado di aiutarmi più di tanto. Proviamo a puntare un po’ di stelle doppie, ma ancora il seeing scadente ci fa desistere dopo pochi tentativi.

Poi la Luna tramonta, il cielo sembra buono ma non lo è più di tanto, o almeno non lo è abbastanza. Ci sono nubi che vanno e vengono, oltretutto luminescenti, segno che l’inquinamento luminoso prodotto da L’Aquila è ancora evidente, e probabilmente ci sono velature in quota non direttamente visibili ma che, illuminate anch’esse, producono un abbassamento del contrasto tra gli oggetti deep sky ed il fondo cielo. In buona sostanza una nottata di scarsa soddisfazione.

Per un’oretta ci arrabattiamo tra le mappe che svolazzano ed il telescopio che si sposta, riuscendo ad osservare una breve galleria di ammassi, nebulose e galassie. Per Nicola, abituato ad un telescopio molto più piccolo, è comunque una festa. Per me, che so come dovrebbero vedersi in condizioni ottimali, una mezza sofferenza. Realizzo anche un limite nel nuovo atlante che ho con me: le carte sono dettagliatissime ma troppo piccole, puntare oggetti non visibili ad occhio nudo senza un cercatore adeguato è molto scomodo.

A mezzanotte un astrofotografo camperista ci offre un té caldo, entriamo nel camper per scambiare quattro chiacchiere. Anche gli imagers soffrono la nottata scadente, vedendosi costretti a sospendere le pose e riprenderle al passaggio delle nubi in quota. Il nostro ospite contava di fare una ripresa a lunghissima posa con filtro H-Alfa di sei ore divise in due notti, ma pare abbastanza sconfortato.

Torniamo fuori e ci accorgiamo che il vento ha fatto volar via dal tavolo improvvisato sul cofano della macchina quasi tutto. Raccogliamo contenitori ed altro e riprendiamo a cercare oggetti, ma dopo pochi minuti comincio a tremare dal freddo, segno che il mio organismo è ormai "in riserva". Anche Nicola concorda che è ora di tornar giù.

Smontiamo tutto cercando di fare il conto dei pezzi mancanti, un tappo di un oculare è volato via e lo ritrova fortunosamente Nicola a più di quattro metri dall’auto, disperso nella ghiaia del piazzale. Mentre andiamo via stremati e poco lucidi, a luci spente per non disturbare i fotografi, imbocchiamo male il vialetto di uscita ed il muso della macchina si infila per metà in un fosso, con la ruota posteriore sinistra che resta sollevata di quindici centimetri da terra.

Dopo diversi tentativi infruttuosi di sbloccarla ci vengono in soccorso gli astrofotografi, uno di loro ha miracolosamente con sé un cavo di traino e con quello, tirando la macchina con un’altra e lavorando di retromarcia, riusciamo a liberarci ed avviarci finalmente verso casa.

Siamo a Roma dopo un’altra ora abbondante, previa sosta all’autogrill per un cappuccino ed un muffin, altro travaso di attrezzature da una macchina all’altra, alle due e mezza sono a casa e mi devo trascinare nuovamente il tutto  fino all’appartamento (compresa la base del Dobson in truciolato che non entra nell’ascensore). Crollo sfinito a dormire alle tre.

Diciamo che non è stata una "notte tipo", ma delle tre effettuate nelle ultime  due settimane nemmeno la peggiore. Il sabato prima avevamo rischiato la sorte in mezzo ad una perturbazione trovando solo una "finestra" utile verso le 23.00, dopo aver cenato al rifugio, e siamo tornati a casa sotto la pioggia. Diciamo anche che non è una passione facile da alimentare…

Il mio giocattolo nuovo

Dopo il viaggio alle Canarie ed il risveglio dell’antica passione per l’astronomia ho passato la fine di agosto e l’inizio di settembre a combattere con un tarlo che mi rosicchiava in testa. “Ti serve uno strumento più grande”, diceva quel tarlo, “devi farti un dobson, è inutile insistere a spremer fuori da un 8″ quello che non ti può più dare”. Tutto vero, incontestabile, se non che i problemi logistici di gestione di un telescopio più pesante ed ingombrante mi parevano insormontabili.

Dobson, per chi non lo sapesse, è un modello di telescopio di una semplicità disarmante. Negli anni ’60, constatato che al crescere del diametro dell’ottica (e del conseguente peso del tubo) le montature equatoriali finivano col costare molto più dell’ottica stessa, John Dobson decise che per osservare le stelle era sufficiente qualcosa che reggesse il tubo e consentisse di puntarlo in giro per il cielo. Niente meccaniche di precisione, niente stazionamenti polari, niente motori di inseguimento: un tubo ottico poggiato su uno scatolone, in grado di ruotare in orizzontale ed in verticale.

In questa maniera diventò possibile abbattere drammaticamente i costi, ridotti a quelli dei soli due specchi (con celle e ragni di supporto) e del fuocheggiatore. Per contro significò rinunciare anche a tante comodità, come ad esempio la compensazione della rotazione terrestre, che fa sì che gli oggetti osservati scivolino lentamente da un lato all’altro del campo inquadrato e dopo poco ne escano fuori. Altra cosa alla quale occorre rinunciare è l’idea di utilizzarlo per farci fotografie del cielo stellato.

Tormentato dal tarlo ho provato a chiedere consigli a chi c’era già passato interpellando il forum degli astrofili italiani, col solo risultato di vedermi piovere fra capo e collo un’offerta di quelle a cui è molto difficile resistere: un 12″ usato in ottime condizioni messo in vendita da un astrofilo spinto dall’inquinamento luminoso ad abbandonare l’osservazione visuale per dedicarsi alla fotografia del cielo stellato.

Ci ho ragionato su un paio di giorni, solo per realizzare che era una decisione di fondo già presa. Ho mandato al diavolo i “problemi logistici” e mi sono fatto spedire il “mostro” da Crotone. Giovedì scorso me lo sono andato a prendere alla fermata del pullman, ho chiesto ospitalità ai miei cognati per poter disporre di una terrazza e l’ho tirato su di fronte ai miei nipoti esterrefatti. L’effetto era questo:

Il “collaudo” (se così si può definire) effettuato sotto un cielo inquinatissimo di classe Bortle 8<, mi ha edotto sui principali problemi dello strumento: pesi, ingombri, necessità di un frequente riallineamento delle ottiche, e tuttavia fatto solo vagamente intuire le sue potenzialità osservative. Dovevo assolutamente procurarmi un cielo decente, e contavo di averne l’occasione nel weekend.

Nella giornata di sabato ho monitorato fin dalla mattina una situazione meteo decisamente non entusiasmante. L’andirivieni di nuvole, il tempo variabile, le piogge sparse, non sono riusciti a dissuadermi dal desiderio di correre a Campo Felice per mettere alla prova il giocattolo nuovo. L’incertezza climatica ed il brevissimo preavviso mi hanno spinto a rinunciare all’idea di coinvolgere altre persone, e l’unica ad accompagnarmi fin lassù è stata la mia dolce metà, Emanuela, immagino più preoccupata di pensarmi da solo in cima ad una montagna di notte che entusiasta per l’idea di una nottata osservativa (con un telescopio, oltretutto, vissuto più che altro come un nuovo ingombro dentro casa).

La scommessa sulla situazione meteo è stata totale: al momento di caricare lo strumento in macchina i nuvoloni che si andavano addensando sulla città hanno prodotto un acquazzone estivo micidiale, che ha messo a dura prova la fiducia della consorte nelle mie estrapolazioni basate su meteosat e webcam. Tuttavia lungo la strada è apparso evidente che la coltre di nubi non si estendeva alle montagne circostanti. Avevamo tutte le premesse per una soddisfacente serata osservativa.

E lo è stata. Il cielo di Campo Felice ci è apparso in una serata di grazia, anche per merito delle piogge del pomeriggio che hanno ripulito l’aria. Potrei stimarlo di classe Bortle 4, se non fosse che ormai ritengo la scala di Bortle inadeguata per i cieli d’alta quota, dove la maggior trasparenza dell’aria rende alcuni oggetti più evidenti anche in presenza di inquinamento luminoso. Per fare un esempio, allo zenith la Via Lattea nel Cigno era poco dissimile da quella osservata alle Canarie, mentre la situazione peggiorava nettamente per la parte di cielo più prossima all’orizzonte.

Ma l’osservazione al telescopio, quella era decisamente da urlo.

Il passaggio ad uno strumento di diametro superiore è sempre del suo sconvolgente (mi era già successo passando dai 4,5″ del vetusto newton Skymaster 114/900 ad un diametro quasi doppio), ma non potevo immaginare l’abisso tra il mio precedente 8″, strumento peraltro onestissimo, ed il Lightbridge. Il mio cielo è cambiato, il mio modo di pensarlo è cambiato, le mie aspettative sono cambiate e nulla potrà più essere come prima.

Alcune cose andranno sicuramente messe a registro. Per la prima volta ho sperimentato i problemi della stabilizzazione termica dello specchio (evidenti all’inizio, sulle immagini sfocate, le celle convettive generate dalla superficie ancora calda dello specchio primario), ed anche l’adattamento ad un puntatore Red Dot (“…Chili Peppers”, come suggeriva Manu) al posto del classico cercatore non è stato proprio banalissimo: puntare una crocetta rossa tra le stelle e trovarsi gli oggetti nel campo dell’oculare è qualcosa di inaspettato persino per un astrofilo navigato.

In compenso l’accoppiata tra maggior diametro dello strumento e gli oculari a largo campo ha cambiato in maniera irreversibile la mia percezione del cielo, e penso anche quella di Manu, che forse per la prima volta è rimasta davvero affascinata dagli oggetti che stavamo osservando.

La cosa più banale da constatare è stata la differenza in quello che le dicevo lasciandole l’oculare per farla osservare. Con il precedente 8″ c’era tutta una serie di istruzioni: “osserva così e cosà, dovresti vedere un oggetto di questo tipo (piccolo, grande, concentrato, diffuso, ecc…)”. Ora le dicevo solo: “guarda!”, ed era lei a spiegarmi cosa stava vedendo. La differenza è principalmente questa: con un 12″ gli oggetti si vedono, non vanno “cercati”, non vanno “intravisti”, non vanno “immaginati”, stanno lì e basta, prepotentemente, al centro dell’oculare.

La carrellata ha viaggiato in fretta sugli oggetti “soliti” del cielo estivo, che ormai “soliti” non erano comunque più, mostrando nuovi dettagli, sfumature, ed un rapporto diverso col fondo stellato. Le nebulose Laguna, Trifida, Omega, la Ring nebula nella Lira, il Wild Duck cluster nello Scudo, la Dumbbell, il sontuoso ammasso globulare M13 in Ercole, la galassia di Andromeda M31 col suo contorno di compagne nane, il Velo nel Cigno, una spolverata di ammassi aperti in Cassiopea, la Whirlpool galaxy M51 purtroppo già bassa sull’orizzonte… e poi, per la prima volta dopo molti anni, è iniziata la caccia a cose mai viste.

Questa è un’altra sostanziale differenza rispetto all’8″, non solo gli oggetti “classici” sono molto più dettagliati ed interessanti, ma quelli “minori” cominciano ad avere un loro perché. Le minuscole galassie e nebulose che in uno strumento più piccolo mi sorprendevo anche solo del fatto che “si vedessero” (all’inizio ci si accontenta davvero di poco), ora iniziavano a mostrare forme interessanti. Persino gli ammassi globulari, archiviati fino all’altro ieri come “tutti uguali, solo un po’ più grandi o piccoli”, e ridotti all’osservazione di M13 che “almeno si vede qualcosa” improvvisamente erano divenuti oggetti affascinanti: più concentrati o più diffusi, nascosti dietro un velo di stelle o sospesi nel vuoto, lontani, vicini… insomma è ripartita l’esplorazione.

Ho quindi aperto sul cofano dell’auto le fotocopie del “Tirion Sky Atlas 2000.0” (n.b.: ho anche l’originale, ma teme l’umidità…) vecchie di oltre vent’anni ed in disuso da più o meno altrettanto tempo. Avevo acquistato le mappe ai tempi lontani del 114/900 per trovare le sfuggenti nebulose usando le stelle di riferimento. Poi, con l’8″ ed il computerino per il puntamento assistito avevo preso l’abitudine di portarmi dietro solo degli elenchi (ed in quel modo, ora me ne rendo conto, parte della “magia” era sparita).

Il vecchio atlante, riesumato, ora splendeva di una nuova luce. Ho iniziato a puntare tutti gli oggetti non stellari riportati sulle mappe per la prima volta senza preoccuparmi che fossero troppo deboli per il mio strumento. Ne sono usciti fuori la maggior parte! La quantità di oggetti osservabili è aumentata in maniera esponenziale.

Nebulose planetarie minuscole e brillantissime, ammassi globulari, ammassi aperti, galassie, oggetti che da anni non mi appartenevano più sono riemersi dall’inchiostro delle mappe per mostrarsi come diafani fantasmi galleggianti fra le stelle. Il mio cielo è cambiato, l’antica passione, alimentata dal nuovo strumento, si è riaccesa.

Purtroppo sabato avevamo sottovalutato il freddo montano ed i suoi deleteri effetti. Dopo solo un paio d’ore, passate saltellando da una meraviglia all’altra, un vento gelido e tagliente mal  contrastato da un abbigliamento troppo “ottimista” ha avuto ragione del mio entusiasmo. Quando ho iniziato a battere i denti mi sono dovuto arrendere all’impossibilità di proseguire le osservazioni.

Ma “c’est ne pas qu’un debut…”, ora che ho assaporato l’osservazione “deep sky” con uno strumento finalmente adeguato penso che sarà molto difficile tornare indietro, ed almeno un fine settimana al mese finirà piacevolmente sacrificato alla rinata passione. “Dobson rules!”

Dinosaur jr.

 

Questa storia inizia nel pomeriggio di sabato 5 settembre quando, da un giornale letto casualmente in treno, apprendo che una band di nome “Dinosaur jr.” (l’articolo specificava “nella formazione originale“) avrebbe tenuto un concerto a Roma di lì a tre giorni… o per meglio dire inizia nel lontano 1987, allorché guidato da una recensione intrigante letta su una rivista di settore mi recai presso “Disfunzioni Musicali“, a San Lorenzo, per comprare una copia di “You’re Living All Over Me“, secondo LP fresco di stampa della summenzionata band… o forse occorre arrivare ancora più lontano, fino ai tardi anni ’60, al genio chitarristico di Jimi Hendrix ed agli assoli ancor oggi insuperati quanto ad originalità di “Voodoo Chile (slight return)” e “All Along The Watchtower“.

Dinosaur jr.” è un nome che alla stragrande maggioranza delle persone non dirà nulla, perfino tra quelli che si ritengono genericamente ‘appassionati di musica‘ pochi sapranno associarvi un brano, una copertina, anche solo una citazione. Eppure furono in grado, sul finire degli anni ’80, di dare ad un genere musicale dai contorni da sempre indefiniti (il rock “indie”, ovvero delle etichette indipendenti) la svolta che pochi anni dopo avrebbe prodotto il fenomeno “grunge“.

La grande intuizione di J Mascis, Lou Barlow e Murph fu di fondere elementi tra loro contrastanti. All’energia rumorista dell’hardcore accostarono parti vocali melodiche e quasi “pop“, inframmezzando il tutto con digressioni strumentali e recuperando dalla tradizione hard-rock degli anni ’70 gli assoli chitarristici, non tanto in chiave di sublimazione e vertice artistico del brano stesso ma integrati, in forma frammentata e stravolta, nella struttura complessiva della composizione.

In questo il rimando ad Hendrix è inevitabile, non tanto per lo stile nudo e crudo (ed anche lì tra “fuzz“, “noise“, “wa-wa” ed altri effetti assortiti la “discendenza” è evidente), quanto nella capacità rara di sottomettere il virtuosismo chitarristico alle esigenze compositive, rendendolo parte e non culmine della composizione, dando spazio alle digressioni strumentali di basso e batteria e finendo col costruire degli “oggetti canzone” estremamente dinamici, imprevedibili e sfuggenti.

È pressoché impossibile cogliere, nel periodo in cui gli eventi prendono forma, la reale portata ed importanza di una singola opera, di un singolo artista, di una singola band. Anni dopo si scopre, per pubblica ammissione di altri diretti interessati, il tributo di ispirazione dovuto ai “grandi” o, meno spesso, a degli emeriti semisconosciuti. La valenza seminale di “You’re Living All Over Me” è emersa solo molto dopo la sua pubblicazione, nelle interviste ai membri di band del calibro di “Nirvana” e “Soundgarden“.

Sabato, dunque, tornato a casa, ho cominciato a scartabellare la rete per colmare il vuoto di questi ultimi diciotto anni (nel corso dei quali più che abbandonare i “Dinosaur jr.” ed il rock “indie” della mia, direi tardiva, adolescenza ho finito con lo sviluppare altri interessi e col relegare l’ascolto della musica a spazi via via più marginali). In breve dopo tre lustri in cui nemmeno si erano parlati tra loro, il trio originario aveva deciso di riunirsi di nuovo nel 2005 per riportare in tour i vecchi brani, e la cosa aveva funzionato al punto da far ripartire il progetto musicale andato in crisi quasi quindici anni prima con l’abbandono di Barlow e Murph ed arenatosi definitivamente sul finire dei ’90.

Potrei dire che c’era qualcosa, da quel lontano passato, che stava chiamando anche me. “Noi siamo qui“, sembravano dirmi i tre, “e tu?“… già, e io? La cosa che ha vinto la mia naturale riluttanza nell’assistere ai concerti rock e mi ha spinto a rischiare i timpani ed una possibile crisi matrimoniale credo sia stata questo video con cui la band sta attualmente promuovendo il nuovo disco.

Quarantenni che vanno in bicicletta e sullo skate… Eh, quando si dice le coincidenze!

Il concerto in sé è come un tuffo nel passato, come precipitare indietro di vent’anni, alle cantine fumose e buie, a palchi microscopici ed ingombri di amplificatori, alla musica sparata a mille. Nessun “gruppo spalla” per scaldare l’atmosfera, i tre “dinosauri” salgono sul palco di fronte ad un pubblico molto più giovane di loro (e di me!) e cominciano a vomitare sulla platea l’incubo sonoro rappresentato dal loro progetto artistico.

Il rumore è spaventoso, e rasenta la soglia del fastidio fisico, le parti vocali sono a malapena avvertibili, sommerse da vagonate di “noise” grintoso e granitico e da percussioni incalzanti, l’aggressione ai timpani supera spesso e volentieri il margine di sopportabilità. Decisamente le incisioni discografiche rendono maggior giustizia alla ricchezza e varietà dell’estro compositivo dei “Dinosaur jr.” rispetto alle loro performance dal vivo in cui domina il rumore… ma resta affascinante l’attitudine distruttiva di questi ex ragazzi, capaci di sacrificare al gusto per l’assordante volume sonoro perfino l’intelligibilità della loro musica.

Dopo un’ora buona di esplorazione dei limiti di resistenza dell’apparato uditivo usciamo provati e storditi, con le orecchie che fischiano su due tonalità diverse. Manu mi domanda se tutto ciò abbia un senso, e quale significato dargli. Io rispondo per me: l’arte esiste per dar corpo al nostro inconscio, per mostrarci le cose che si nascondono dentro di noi e rendercele riconoscibili. Nei mostri sonori evocati dai “Dinosaur jr.” c’è evidentemente qualcosa che mi rispecchia, che mi appartiene, in cui mi riconosco. Ed ho bisogno di questo tipo di esperienza per diventarne consapevole.

Di fatto traggo giovamento dall’effetto catartico che l’immedesimazione in questo caos furibondo mi produce, come se i mostri rabbiosi che ho dentro in qualche modo trovassero uno sfogo, una rappresentazione, un’accettazione. Io sono anche questo: fastidio, violenza, distruttività. Non penso abbia senso negarlo, e come “valvola di scarico” la musica mi pare una soluzione più che accettabile.

E dunque la risposta alla domanda che implicitamente mi ponevo è data: “Anch’io sono qui. Ci sono ancora, nonostante gli anni. Sono cresciuto, ma non rinnego nulla“. Eccomi, con le mie antiche passioni, le mie biciclette, la mia musica strana e poco addomesticata, i miei telescopi e le mie stelle, la fantascienza, i mondi immaginari… Un ragazzo cresciuto che non può farci nulla se gli anni continuano a passare, che non si adegua a fare quello che fanno gli altri, che non rinuncia a sognare.

Perché in fondo, bisogna ammetterlo, essere giovani è la cosa più fantastica che può capitarci nella vita… e allora tanto vale farsela durare! “Long life to us dinosaurs!

Come la vita

"Dopo tutto questo", di Alice McDermott, è una narrazione spiazzante: singoli fotogrammi della vita di una famiglia americana in un arco di tempo di quasi trent’anni durante i quali, apparentemente, non accade nulla. Nulla di più, almeno, della vita quotidiana, in cui gli eventi più drammatici possono essere il crollo di un albero a causa di un temporale, o un parto prematuro, o la raccolta di fondi per costruire la nuova chiesa, o una cena speciale. Si arriva alla fine del libro senza essere in grado di rispondere alla fatidica domanda: "di cosa parla?"

Già, "di cosa parla" questo romanzo? Di tutto, in realtà. Della vita, dell’amore, della morte, del dovere, delle piccole cose minuscole, quotidiane eppure essenziali di cui è fatta la nostra esistenza, e delle quali spesso non siamo neppure consapevoli. L’autrice riesce ad attirare la nostra attenzione su dettagli talmente minuscoli da mostrarci la trama stessa dell’esistenza, come a descrivere un dipinto non già narrando quello che vi è raffigurato, ma raccontando ogni singola pennellata.

Il risultato è stupefacente, perché nell’appassionato dipanarsi di vite  assolutamente comuni al lettore viene svelato l’appassionante romanzo della propria vita, quasi in un tentativo di insegnarci a vedere e leggere avvenimenti ai quali non siamo capaci di prestare attenzione, e che appena passati finiscono ben presto dimenticati, sostituiti da altri, in un continuo fluire.

Perché l’attenzione (come, in un vecchio proverbio, "la bellezza") sta nell’occhio di chi guarda. L’intensità delle emozioni sta nella nostra sensibilità, nella nostra capacità di comprensione, nella nostra empatia. E ci vuole un libro come questo, minimo e perfetto come una "Gioconda" della letteratura, per disvelare la grana grossa (spesso grossolana) di tanta narrativa "mainstream" di cui quotidianamente ci cibiamo.

Nella mia esperienza di lettore la cosa più simile a questo libro incontrata fin qui sono probabilmente i primi, sfortunati, tentativi di Philip K. Dick di scrivere romanzi non "di genere". Cose come: "Confessioni di un artista di merda", "L’uomo dai denti tutti uguali", "In terra ostile". Narrazioni troppo perfette della quotidianità per essere comprese ed apprezzate nel periodo storico in cui vennero scritte.

P.s.: ovviamente, un grazie a TIC per la segnalazione.