Sudditanze culturali

Tutte le battaglie di civiltà, ivi compresa quella per la diffusione dell’uso della bicicletta che sto portando avanti ormai da decenni, si trovano a scontrarsi col modello culturale dominante. Non è infatti pensabile che una consuetudine diffusa e condivisa da intere popolazioni possa porsi in atto senza che a supportarla non vi sia una propaganda altrettanto diffusa, perdurante e onnicomprensiva.

Questo vale ovunque appaia un sistema organizzato per lo sfruttamento di una ricchezza collettiva, sia essa una risorsa naturale o una fonte energetica. Nel momento stesso in cui tale risorsa viene individuata, in vista del suo futuro utilizzo su larga scala, la macchina della propaganda si mette in moto per garantire che alla sua pubblica diffusione faccia seguito un accoglimento entusiasta da parte del pubblico.

Il perenne conflitto ideale fra cooperazione e competizione (soprattutto in paesi come il nostro, dominati da una secolare tradizione cristiana più orientata verso la prima delle due) fa sì che le trasformazioni sociali e culturali passino il vaglio di una interpretazione che le renda eticamente accettabili alle masse, esaltandone i lati positivi e mettendone in ombra i lati negativi.

A titolo di esempio, l’invasione di “terre vergini” e la riduzione in schiavitù delle relative popolazioni è sempre stata giustificata nei termini di una diffusione della civiltà alle terre conquistate, di una superiorità tecnologico/culturale del popolo invasore, e legata a discutibili vantaggi realizzati in loco come case, scuole, infrastrutture (dall’impatto spesso devastante in un contesto culturale ed ambientale totalmente diverso da quello del paese occupante).

I meno giovani ricorderanno la mitizzazione della conquista del selvaggio west” americano, divenuto valvola di sfogo per la sovrappopolata Europa e che costò lo sterminio di milioni di nativi, sulle cui terre si costruì la ricchezza di una nuova nazione (che ancora a distanza di decenni sentiva la necessità di giustificare tale massacro con la retorica dei “coraggiosi pionieri”).

L’energia atomica, per fare un altro esempio, vide inizialmente la luce come applicazione militare, col bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, una vergogna storica che fu rapidamente dimenticata grazie alla promessa di una fonte di energia inesauribile e “pulita” per il futuro a venire.

Tale fu l’entusiasmo collettivo artificiosamente prodotto nei suoi confronti da tracimare massicciamente nella letteratura d’intrattenimento e nei fumetti (dando vita all’ondata dei “supereroi”, da poco approdata sugli schermi cinematografici a seguito del perfezionamento delle tecniche di animazione computerizzata). Nei fumetti l’esposizione alle radiazioni nucleari non produce il cancro, la leucemia, la morte tra sofferenze atroci, bensì “mutazioni” positive che conferiscono ai personaggi poteri sovrumani, in un totale rovesciamento della realtà e di quanto all’epoca già noto da decenni.

La propaganda culturale, sopratutto quella più subdola, fa leva sulla necessità di giustificare le proprie azioni, dettate molto spesso da convenienza spicciola, in una chiave etica che sia collettivamente accettabile. Si ha perciò facile gioco nel mascherare gli egoismi individuali rivestendoli di una patina fittizia di altruismo e buoni sentimenti.

Come per ogni idea variamente legata al concetto di “modernità”, la diffusione massiccia e per molti versi scriteriata dell’automobile si è anch’essa servita di argomentazioni ipocrite e surrettizie, di una sostanziale mistificazione dei fatti e dell’appoggio acritico di gran parte delle popolazioni.

L’automobile, come il treno prima di essa, viene da principio veicolata come un mezzo per ridurre le distanze ed avvicinare le persone. A differenza del treno, tuttavia, la sua natura di veicolo individuale consente di farne uno strumento di identificazione personale, cosa che la rende ben presto uno status symbol.

La discendenza in linea diretta dalla carrozza ottocentesca, col suo portato di icona di lusso e successo, ne produce la differenziazione in modelli di diverse prestazioni, costo e finiture, innescando così un processo di identificazione verso l’alto. Mentre il cittadino medio non può facilmente aspirare, per dire, a possedere una barca, gli è abbastanza semplice fantasticare sul possedere un’auto di lusso.

Si innesca a questo punto quel meccanismo psicologico di sudditanza culturale cui alludevo nel titolo: da un lato l’accettazione di un’inferiorità economica e sociale, dall’altro l’ammirazione acritica nei confronti del veicolo di esibizione dello status sociale, e di conseguenza nell’accettazione acritica di sé e del proprio modello di vita ben più miserevole.

A supporto di questa “vision” la grancassa della propaganda ha facile gioco nel distribuire “a pioggia” meriti ed onori, per cui il successo economico o sportivo di un brand italiano diventa una vittoria “dell’intero paese”, cosicché anche un muratore o bracciante agricolo possa sentirsene orgoglioso e continuare a contribuire con entusiasmo al sistema ideologico cui è culturalmente asservito.

Dalla grancassa pubblicitaria onnipresente, martellante ed ideologicamente focalizzata nel mantenere elevato il grado di accettazione sociale del modello automobile manca ogni possibile lettura critica del fenomeno che ne evidenzi le ricadute negative.

Dalle pubblicità magicamente scompaiono i riferimenti all’inquinamento delle città, alla congestione del traffico, all’incidentalità stradale, ai costi individuali e collettivi che tale scelta comporta, e non potrebbe essere diverso trattandosi appunto di propaganda, il cui unico fine è il nostro asservimento culturale.

E non basta neppure essere consapevoli di ciò per essere in grado di dar vita ad un’autonoma regressione da un modello culturale che si è passivamente introiettato nel corso degli anni o nell’intero arco vitale, fin dalla più tenera età in cui giocavamo con autopiste e macchinine. Occorre una capacità di analisi critica ormai rara.

[youtube:”http://youtu.be/oRJFyHRasOU”%5D

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4 thoughts on “Sudditanze culturali

  1. Questa me la sono rivista. Balasso è un grande: non fa neanche ridere, dopo che ti rileggi il testo, di un’amarezza e di una verità sconfortanti

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