Dai bias cognitivi ai bias culturali: disassemblare le ideologie

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(prosegue da qui)

Per illustrare come le ideologie possono essere smontate ed esaminate occorrerà partire dalla sintesi operata alla fine del capitolo precedente:


…perché una narrazione collettiva (costrutto culturale, ideologia o come vogliamo definirla) si affermi, essa deve soddisfare una serie di esigenze umane primarie:

  • bisogni materiali (nutrimento, rifugio dalle intemperie, benessere materiale)
  • bisogni emozionali (senso di sicurezza, appartenenza, relazione)
  • bisogni irrazionali (sollievo dall’incertezza del futuro e dalla paura della morte)

Su questi tre pilastri poggia pressoché ogni forma di governo, o cultura complessa, apparsa sul pianeta. L’organizzazione dei bisogni materiali è necessaria per garantire il benessere degli individui ed il successo della cultura, l’organizzazione dei bisogni emozionali è quello che fa da collante tra le moltitudini di sconosciuti che fanno parte della collettività, l’organizzazione dei bisogni irrazionali (generati dai bias cognitivi, come spiegato nel precedente post) gestisce il benessere psichico della popolazione.

Dall’equilibrio tra queste tre componenti deriva il successo della cultura stessa. Per meglio comprendere questo punto possiamo osservare i processi in atto nella transizione dal paganesimo al cristianesimo nell’impero romano, avvenuta nei primi secoli dopo Cristo. La cultura romana imperiale aveva il proprio punto di forza nell’organizzazione dei bisogni materiali, il senso di sicurezza veniva soddisfatto, per una parte della popolazione, dalla potenza militare e dall’appartenenza alla casta privilegiata dei cittadini romani. Per contro i lavori pesanti venivano effettuata da schiavi che non godevano di alcun diritto.

Sul piano dei bisogni irrazionali la teologia pagana risultava parimenti ipertrofica e lacunosa, il numero e la varietà di divinità enorme e caotico, le aspettative post-mortem non particolarmente entusiasmanti: l’aldilà dei romani era un luogo tetro, in cui rimpiangere per l’eternità le gioie della vita. L’emergere di tale cultura in popolazioni guerriere ne dirige la collocazione più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla competizione [1].

L’ideologia cristiana, per contro, emerge in una regione arida ed avara di risorse, la Palestina, come evoluzione della religione monoteista ebraica, in un’epoca in cui il suddetto territorio è occupato militarmente e governato dalle legioni romane. Per reazione a ciò, il baricentro di questa ideologia/teologia risulta spostato molto più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla cooperazione.

Sul piano dei bisogni materiali il cristianesimo eredita, dalla religione ebraica, la fede in una singola divinità. Lega i bisogni emotivi a poche semplici regole di vita: uguaglianza tra gli uomini e fratellanza universale, e promette un aldilà di gioia e pienezza a compensare una vita di fatica e sofferenze. Tale prospettiva di vita viene facilmente accolta dalle fasce povere della popolazione, che in essa vedono meglio rappresentati i propri bisogni esistenziali.

L’ideologia cristiana di una fratellanza universale entra perciò in diretta contrapposizione con la politica economica imperiale, basata sull’occupazione manu-militari e sull’asservimento e riduzione in schiavitù di intere popolazioni. L’uguaglianza tra gli uomini non consente la riduzione in schiavitù, che è alla base della politica economica imperiale: per questo motivo il cristianesimo viene inizialmente perseguitato.

Tuttavia l’efficienza della macchina imperiale nel provvedere ai bisogni materiali, basata sul saccheggio e sullo sfruttamento delle popolazioni asservite, è un meccanismo che perde efficacia man mano che i confini imperiali si allargano verso l’esterno. Più l’impero si espande, meno ricchezza riesce a generare. Più la popolazione si impoverisce, più la teologia cristiana, egalitaria e solidale, tende a soppiantare la teologia pagana.

Nell’arco di pochi secoli l’impero romano d’occidente collassa definitivamente, ed una popolazione europea vasta ed impoverita finisce col convertirsi in massa al cristianesimo, in un processo che segna il passaggio dall’Età Antica al Medioevo. Un percorso inverso appare quello che conduce dal Medioevo all’Età Moderna, segnato da due eventi concomitanti: l’avvio di una nuova fase di conquista e saccheggio iniziata con la scoperta del continente americano e lo sviluppo di un costrutto culturale radicalmente diverso dall’impostazione fideistica, il Metodo Scientifico [2], dalle cui scoperte deriverà la Rivoluzione Industriale [3].

La nuova era coloniale è caratterizzata da produzione (saccheggio) di beni e da un aumentato soddisfacimento dei bisogni materiali (ottenuti a spese di popolazioni meno tecnologicamente avanzate, che vengono espropriate delle proprie terre e possedimenti e ridotte in schiavitù). Le esigenze mercantili entrano in conflitto con il retaggio culturale cristiano, la cui filosofia di vita tende ad opporsi allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come già ragionato in un precedente post sul Medioevo [4], gli ideali di fratellanza universale vengono più facilmente accolti ed adottati da popolazioni in condizioni di generale scarsità, mentre la disponibilità di ricchezze va a braccetto con le pulsioni più egoistiche dell’animo umano. La nuova era mercantile e la rinascita degli imperi coloniali segna un progressivo distacco delle popolazioni europee dagli ideali di solidarietà propugnati dalla filosofia cristiana.

L’avvento del Metodo Scientifico introduce una scissione filosofica chiave nel percorso verso la contemporaneità. Fino a tutto il Medioevo, la dottrina religiosa cristiana era stata in grado di sostenere un sistema sociale perfettamente funzionale e coerente, dall’umile contadino su su fino ai regnanti. Tuttavia, l’invenzione di una descrizione dell’esistente alternativa alla creazione divina, oltreché significativamente più efficace nel prevedere i comportamenti della realtà fisica e nel produrre benessere, priva il predominio culturale religioso di una delle sue basi d’appoggio: la capacità di massimizzare il soddisfacimento dei ‘bisogni materiali’.

La dottrina cristiana si ritrova quindi in una condizione di ‘incompletezza’ nel momento in cui il focus dei ‘bisogni materiali’ gli viene sottratto da un diverso costrutto culturale. Un costrutto culturale, per di più, che mette in discussione l’attendibilità dei Testi Sacri su cui la fede cristiana si fonda e da cui quest’ultima trae fondamento ed attendibilità. Una parte della popolazione, soprattutto fra gli intellettuali, comincia a ritenere che se Dio non è necessario per far funzionare la realtà, forse se ne può semplicemente fare a meno.

Tuttavia lo stesso Metodo Scientifico non risulta in grado di dar vita ad un’ideologia compiuta. Un approccio cognitivo totalmente razionale non può in alcun modo soddisfare i ‘bisogni irrazionali’, che sono parte integrante dei processi psicologici umani. Una prima reazione dei razionalisti all’incompletezza del proprio metodo filosofico consisté quindi nel negare i bisogni irrazionali e nel bollare tutto ciò che li riguardava come ‘oscurantismo’.

Va anche detto che questa dicotomia razionalità/irrazionalità riflette il ventaglio comportamentale della nostra specie, che contrappone individui dominati dalla razionalità ad altri dominati dalle pulsioni irrazionali, e nessuno dei due approcci risulta avvantaggiato dal processo di selezione naturale, o dalla struttura sociale, al punto da poter prevalere e condannare l’altro alla marginalità.

Il Metodo Scientifico difetta inoltre di una componente essenziale delle ideologie: la capacità di indirizzo. Gli uomini di scienza sono dediti alla comprensione del mondo, alla sua descrizione, ma da tale descrizione non è possibile derivare alcun indirizzo riguardo l’agire umano. Siamo una specie come tante altre, su un pianeta dove le singole specie emergono, si sviluppano lungo un arco temporale, quindi si estinguono. Quel che la scienza descrive è un Cosmo in cui non vi è scopo alcuno nell’esistere, né a livello di individui, né di singole specie. Una conclusione priva di utilità pratica.

Senza uno scopo da perseguire, fosse anche la semplice sopravvivenza, non è possibile definire le categorie del ‘bene’ e del ‘male’, che guidano gli individui nelle scelte della vita, e non è possibile definire un’etica. In assoluto su queste basi risulta difficile perfino costruire una società, perché i singoli individui non si sentiranno moralmente obbligati a seguire alcuna modalità d’azione prestabilita, alcuna regola, alcuna legge.

Lo sviluppo del Metodo Scientifico getta tuttavia le basi per l’emergere di una nuova ideologia, non marcatamente autoconsapevole, che prende il nome di ‘scientismo’ [5]. Lo scientismo genera per deduzione i puntelli filosofici necessari a soddisfare i bisogni emozionali e quelli irrazionali. Il primo e più importante è l’invenzione dell’idea di ‘progresso’, ovvero l’idealizzazione di un procedere dell’evoluzione, prima animale, quindi umana, in direzione del controllo e dominio della realtà.

L’esistenza di un fenomeno definibile come ‘progresso’ può essere desunta dalle diverse tappe dell’evoluzione umana: il controllo del fuoco, l’agricoltura, lo sviluppo di attrezzi sempre più sofisticati, la scrittura, le macchine. Tutte queste invenzioni hanno sollevato l’umanità da fatica e sofferenze, ed è quindi relativamente semplice additarle come passi ‘nella giusta direzione’, al punto da rappresentare il primo comandamento divino dato all’umanità nella genesi biblica [6]:

«Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»

Se analizziamo questo presupposto in un piano strettamente oggettivo, tutto ciò che avvantaggia la sopravvivenza e la diffusione di una specie ne svantaggia le altre. Non esistendo modo di definire una priorità tra le diverse specie al di fuori di una prospettiva antropocentrica, non è nemmeno possibile attribuire maggior valore al vantaggio di una specie sulle altre. Da una prospettiva strettamente razionale, le invenzioni umane rappresentano unicamente un turbamento degli equilibri naturali [7].

Ma le ideologie si rivolgono agli umani, cui è connaturato l’antropocentrismo [8]. Una volta acquisita l’idea (ripetiamo: irrazionale) dell’esistenza di un ‘progresso’, l’indirizzo che se ne deduce, relativo all’agire umano, è la necessità di contribuire, per quanto possibile, a tale processo. Se il Cosmo muove dal Caos all’Ordine [9], l’umanità è moralmente obbligata a contribuire a tale processo.

In questa fantasia pseudo-razionale, il fine ultimo del ‘progresso’ è il raggiungimento, da parte dell’ingegno umano, del pieno controllo sui fenomeni naturali e sulla realtà, culminando, in linea teorica, in un’umanità onnipotente che prenderà il posto delle precedenti divinità, acquisendo quelli che di fatto sono poteri divini. Un fondamento teorico totalmente irrazionale, ma apparentemente plausibile, che ottiene di tenere insieme i diversi pezzi del discorso e consente all’ideologia scientista, nell’arco di alcuni secoli, di soppiantare le antiche fedi e dogmi.

L’idea di ‘progresso’ presenta un ulteriore vantaggio: estende il senso di appartenenza (una parte cospicua dei ‘bisogni immateriali’) dall’ambito ristretto dei credenti in uno specifico culto all’ambito esteso dell’intera umanità… o perlomeno a quella parte di umanità in cui scegliamo di riconoscerci. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si affermano infatti correnti di sedicente ‘razzismo scientifico’ [10], basate sull’idea che nella ‘corsa al progresso’ biologica le popolazioni europee risultano ‘più avanti’ delle altre.

Questo salto concettuale, totalmente arbitrario, legittima i colonizzatori bianchi ad approfittare, come forza lavoro, delle popolazioni di ‘selvaggi’ largamente disponibili nei continenti meno sviluppati, resuscitando la pratica della messa in schiavitù che era scomparsa nel Medioevo. Allo stesso modo alimenta un ‘suprematismo bianco’ capace di agire un sistematico sterminio delle popolazioni native del continente nord-americano.

Un processo, raffinato in luoghi lontani, che approderà infine nella ‘civile Europa’, in pieno ventesimo secolo, grazie all’avvento del Fascismo in Italia e del Nazismo in Germania, avviando la ‘pulizia etnica’ di ebrei, zingari, omosessuali e disabili psichici. Un’ideologia aberrante, che sconvolgerà il mondo intero col disumano e meccanico genocidio prodotto nei campi di sterminio.

Lo sviluppo del Metodo Scientifico si è tradotto, involontariamente, nello scoperchiamento di un ‘Vaso di Pandora’ [11] sociale, che ha consentito il riemergere di modalità relazionali arcaiche e radicalmente antiumane, faticosamente tenute a bada, nei secoli precedenti, dal pensiero religioso. Convinzioni totalmente arbitrarie, come il già citato ‘pregiudizio antropocentrico’, risultano altresì fortemente sedimentate nell’immaginario collettivo, essendo peraltro condivise dal mondo religioso, e non sono minimamente scalfite dalle evidenze prodotte dall’evoluzionismo darwiniano e dalle moderne scienze genetiche ed ambientali.

Si è invece fatta progressivamente senso comune una visione degli individui e delle relazioni umane strettamente focalizzata sui consumi di beni materiali, disponibili ora in quantità mai sognate prima nel corso della storia umana, che ha finito col dar corpo ad una ‘ideologia dei consumi’ totalmente indifferente, se non favorevole, allo sfruttamento di fragilità e dipendenze dei singoli individui. È anche questo un discorso da me già affrontato, in un post molto sofferto [12]. Una ulteriore disamina potrebbe essere oggetto di futuri approfondimenti.


[1] Cooperazione e competizione

[2] Metodo Scientifico

[3] Rivoluzione Industriale

[4] Medioevo

[5] Scientismo

[6] Genesi

[7] La questione ambientale (settima parte)

[8] Il Pregiudizio Antropocentrico

[9] L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo

[10] Razzismo scientifico

[11] Vaso di Pandora

[12] Il Cielo sopra il Mondo

5 pensieri su “Dai bias cognitivi ai bias culturali: disassemblare le ideologie

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