Velociraptor

Correva l’anno 1999 ed io ero felice proprietario di tre biciclette: Pino, la Bianchi ed una ottima mtb rigida Kastle del ’92 attrezzata per i cicloviaggi. Nel mio allora incessante peregrinare per negozi di bici incappai, presso MisterBike, in questa Specialized Stumpjumper FSR-XC messa a disposizione ‘in prova’ per i clienti (sotto il tubo reggisella un adesivo recita infatti: ‘Testbike’). La bici presentava caratteristiche molto innovative per l’epoca, a partire dall’ammortizzatore posteriore Fox ad aria. La componentistica tutta di alto  livello, parte Shimano XTR e parte custom by Specialized.

Io non ero sicuramente dell’idea di spendere un patrimonio per una bici tanto esagerata, ma la curiosità mi spinse a farci un giro in Caffarella. La frase che pronunciai uscendo dal negozio fu: “La provo solo per curiosità, tanto di una bici così non saprei che farmene”. La frase che pronunciai rientrando circa venti minuti dopo fu: “Quant’è che costa questa bici?”

Cos’era successo in quei venti minuti? Niente di particolare, tranne il fatto che metà delle certezze che avevo sulle biciclette ‘all-terrain’ (quelle che vengono comunemente chiamate mountain-bike) erano state appena spazzate via da una innovazione tecnologica assoluta: il carro posteriore ammortizzato. Unito, ovviamente, ad una forcella anteriore di gran lunga più efficiente di quella che già avevo sulla Bianchi.

Passare da una buona “front” (ammortizzata solo davanti) ad una “full” (integrale) significa ridefinire il concetto stesso di “discesa impegnativa”. I passaggi tecnici che sulla rigida affrontavo “in fuorisella”, rischiando il cappottamento, sulla “front” ero passato ad affrontarli “in sella”, con molta più scioltezza, ma su una “full” diventavano un gioco, da prendere in spensieratezza e velocità. Devo confessare che a me è sempre piaciuto giocare.

Per gli “stradisti” comprendere una simile bicicletta può risultare arduo. Le caratteristiche di una bici da corsa sono leggerezza, rigidità ed estrema scorrevolezza, ottenuta grazie a battistrada sottilissimi e gonfiati ad alta pressione. Qui invece siamo in presenza di una bici relativamente pesante (12,5kg all’epoca, oggi un po’ di più), estremamente flessibile e con ruote davvero poco scorrevoli, onde disporre di maggior “grip” sul fondo sterrato. Cosa può esserci di desiderabile in tutto ciò?

Il fatto è che una bici così, se da un lato toglie efficienza e velocità su strada, dall’altro spalanca spazi prima proibiti, consentendo di passare senza soluzione di continuità (e senza perdere velocità!) dall’asfalto, al marciapiede, al prato, ai sentieri nei parchi, al basolato romano dell’Appia Antica(!). Spazi prima preclusi ed inagibili diventano preziose risorse di mobilità sicura anche per gli spostamenti cittadini.

La bici da corsa, veloce e filante finché ci si muove sulle strade extraurbane, diventa in città un oggetto goffo, fragile ed un po’ fuori luogo. Scomoda sul sampietrino, pericolosa in presenza dei binari del tram, limitata alla sede stradale da condividere con veicoli più massicci, veloci ed aggressivi, obbliga il suo guidatore a notevoli livelli di stress. Al contrario una “full-suspended” usata in città consente di limitare l’utilizzo della sede stradale nei tratti più critici (ed il conseguente rischio di estinzione) ad un 20% del totale, sfruttando superfici altrimenti impraticabili per muoversi a velocità inaspettatamente elevate.

Ma tornando al racconto, la risposta di Alberto alla mia domanda “Quanto costa?” raggelò all’istante i miei entusiasmi: “Nuova? Sui quattro milioni”

(‘azz…!)

Io: “Vabbé, ne riparliamo più in là… (mi sa mooooolto più in là…)”

Di fatto non fu poi moltissimo tempo. Il guaio di certe bici è salirci sopra: dopo nulla può più essere come prima. Sei mesi più tardi già ragionavo di farmi una “full”, e sempre da MisterBike c’era una Dart usata ad una cifra ben più abbordabile (2,3 Ml. di vecchie lire, all’epoca per me poco più di un mese di stipendio).

Andai a provarla un sabato mattina di dicembre e non ne rimasi altrettanto entusiasta, certo era un po’ più leggera, ma l’ammortizzatore posteriore a molla d’acciaio non mi dava la stessa resa elastica del “Fox” ad aria che ben ricordavo. Riportandola in negozio mi cadde l’occhio sulla Specialized che mi aveva ‘rubato il cuor’, e chiesi titubante: “e… questa?” Alberto rispose pronto: “Anche questa è disponibile, l’ho usata io sei mesi e ora pensavo di metterla in vendita a due milioni e otto… ma per te potrei fare due e mezzo”. Io :“se non ti dispiace… riprovo anche questa!”.

Il giorno dopo un “Babbo Natale” (che a detta di Alberto sembrava tale e quale a me, spiccicato!) staccava un assegno consistente, e mi faceva trovare sotto l’albero il regalo che tanto desideravo.

A posteriori l’acquisto fu una scelta saggia, ad oggi questa bici è ancora competitiva con le nuove uscite sul mercato, di poco più leggere. La guarnitura è Shimano XT (l’originale Specialized venne distrutta da Alberto…). L’attacco manubrio era troppo lungo (12cm), e dopo un tentativo infruttuoso con Alberto (che all’epoca non era in grado di reperirne uno analogo da 10cm), contrattai ed ottenni di sostituirlo con quello di un’altra Specialized… in vetrina! “Fallo tu, io non voglio guardare…” mi disse.

La forcella anteriore originale (una Manitou a molle) è finita sulla Bianchi, sostituita da una RockShox Tora ad aria, con notevole incremento di peso (almeno mezzo chilo) ma assolutamente senza confronto quanto a prestazioni, il tutto nel corso di una revisione che ha anche sistemato un fastidioso problema di usura alle boccole degli snodi del carro posteriore.

Questa bici non ha mai avuto un nome definito. A volte la chiamo “la Rossa”, per distinguerla dalla “Bionda” (la Bianchi), altre volte “la Full”. Ogni tanto, quando mi sento particolarmente aggressivo, “Velociraptor”. Per esempio quando torno a casa di notte e senza luci sfrecciando attraverso il parco della Caffarella, e per farmi coraggio, fra me e me, fantastico di essere il predatore più ‘pericoloso’ nei dintorni.

4 thoughts on “Velociraptor

  1. Etero Pride[..] "" È una domanda che devono essersi posti in molti e onestamente, quando è stata lanciata l’idea di "portare uno spezzone NO OIL" al corteo del Pride romano, me la sono posta anch’io. La risposta, come spesso accade, [..]

  2. Pingback: Darkness, il mostro nero | Mammifero Bipede

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