Una “bionda” disibridata

(n.b.: questo post era stato inserito originariamente sul blog Romapedala)

bianchi

Vi è mai successo di salire in sella alla vostra bici dopo un intervento di una certa gravità e stentare a riconoscerla? A me è successo proprio l’altra sera.

La “bionda” in questione è ovviamente la bici della foto, con me da quasi dieci anni. Tra noi è stato amore a prima vista. L’ho “incontrata” da MisterBike, nella sezione dell’usato. Io avevo già un’ottima mountain bike rigida, una Kastle di alluminio pagata fior di quattrini, ma la Bianchi, oltre che ammortizzata frontalmente (con una forcella diversa da quella della foto), era anche molto più leggera, e così me la sono portata a casa.

Pochi anni dopo nel mio harem ciclistico è entrata anche una bella biammortizzata Specialized rossa, che da quel giorno è diventata “la rossa”, mentre la Bianchi è diventata “la bionda” (c’è anche “la mora”, che non è una bici ma è in carne ed ossa ed è molto gelosa delle altre due…).

Ma gli anni passano per tutti, e dopo un decennio di viaggi ed escursioni su strada e in fuoristrada (“la bionda” dispone di un cambio completo di ruote) sono cominciati i primi acciacchi, la forcella ad elastomeri si è progressivamente indurita fino ad irrigidirsi completamente. Vani sono stati i tentativi di riportarla ad uno stato di parziale funzionalità, dopo pochi mesi mi sono ritrovato peggio di prima. Parallelamente anche “la rossa” ha cominciato ad accusare problemi gravi, stavolta al carro ammortizzato posteriore, col problema di reperire parti di ricambio di una bici ormai fuori produzione. Mi sono finalmente deciso a metterle entrambe nelle mani di un meccanico che mi veniva definito come “davvero competente”: Roberto Ghera.

Il verdetto è stato drastico: riparare quella forcella si può ma non ne vale la pena, sostituirla sarebbe meglio, ma a questo punto io “investirei” sulla biammortizzata. Metterei una forcella nuova (ad aria) sulla “rossa” e sposterei la Manitou, che è ancora una forcella più che dignitosa, sulla “bionda”.

E così sabato sera sono uscito sulla mia vecchia amica con la forcella trapiantata, e la differenza è stata subito evidente, tanto che mi sono diretto al Parco degli Acquedotti per provarne la resa sullo sterrato leggero.

Nonostante i copertoncini slick stradali la bicicletta si è immediatamente ricordata di essere una mountain bike, nata per mordere la nuda terra e i sassi, per saltare i fossi come le capre, e adesso non vuole più saperne dell’asfalto…

Ma io l’amo ugualmente, come e più di prima!

One thought on “Una “bionda” disibridata

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