Sei proposte a costo zero alla nuova giunta capitolina

Col passaggio di mano della poltrona di primo cittadino, i ciclisti di Roma hanno ripreso a sperare nella possibilità di vedere a breve la città trasformarsi. Prima ancora di metter mano a pale e picconi per ridisegnare la forma ed il modo d’utilizzo delle strade, tuttavia, è bene ragionare su una serie di provvedimenti rapidissimi ed a costo pressoché nullo per l’amministrazione, da porre in atto in tempi brevi.

1 –  accesso del transito delle biciclette sui marciapiedi purché a bassa velocità e con precedenza assoluta ai pedoni

Trattasi di norma generale che non richiede una cartellonistica specifica e può quindi diventare operativa fin da subito, avvalendosi dei “poteri speciali” per Roma capitale. Si tratterebbe di una deroga al CdS da far valere sull’intero territorio comunale e verrebbe incontro alle esigenze di chi non si sente sicuro ad iniziare a spostarsi sulle strade, a chi vuole muoversi coi bambini ed a tutta quella serie di “ciclisti tartaruga” che sono già identificati come target parziale in ambito europeo (mentre i “ciclisti lepre”, continuerebbero a preferire ed utilizzare la sede stradale). Il tutto senza penalizzare o mettere a rischio i pedoni, riconoscendone lo status privilegiato e la piena responsabilità del ciclista in caso di incidente. Dato che molte delle ultime “piste ciclabili” romane sono state realizzate sui marciapiedi senza alcun tipo di intervento di sistemazione ma solo con una pennellata per terra (già sbiadita), con questa soluzione risparmieremmo anche i costi della vernice.

2 – transito in controsenso sui sensi unici in presenza di sede stradale sufficientemente ampia “salvo diversa indicazione”

Il nuovo CdS consente ai sindaci l’adozione di questa misura con la formula “ove indicato”, che richiede l’individuazione delle strade e l’apposizione della specifica segnaletica. In questa maniera si liberalizzerebbe da subito l’utilizzo del “controsenso ciclabile” riservandosi di adeguare la segnaletica nell’arco di tempo necessario.

3 – limite di velocità generalizzato a 30 km/h sull’intero territorio comunale ad esclusione delle arterie di grande flusso, identificate dalla sezione della sede stradale (minimo due corsie per senso di marcia)

Anche questo intervento è di natura puramente normativa e non richiede cartellonistica specifica: si individuano le strade a sezione ampia come destinatarie del flusso veloce che mantengono l’attuale limite a 50km/h, e si declassano tutte le altre a “viabilità secondaria di quartiere” imponendo su di esse un limite più basso e ragionevole, compatibile con le esigenze di sicurezza degli utenti “leggeri” della strada.

4 – Estensione della possibilità di trasporto delle biciclette sui mezzi pubblici

Al momento il trasporto delle biciclette è fissato a tempi, orari e modalità estremamente limitanti. Vero è che mezzi ed infrastrutture scontano una obsolescenza ed un afflusso spesso eccessivi, tali da pregiudicarne fisicamente l’utilizzo, ma è altrettanto vero che con piccole e piccolissime attenzioni se ne potrebbe estendere facilmente la fruibilità alle biciclette. Il semplice trasporto della bici sulle scale mobili consentito in Germania e vietato in Italia (pensano che siamo più stupidi?), l’assenza di spazi chiaramente identificati sulle vetture, l’assenza di canaline ai lati delle scale per il trasporto a mano delle bici sono tutte piccole carenze che ci collocano al di fuori dell’ambito dei paesi “bike friendly”.

5 – obbligo per le aziende con molti dipendenti di dotarsi di parcheggi coperti per le biciclette e docce

Se si vuole operare un trasferimento modale massivo dall’auto alla bicicletta occorrerà predisporre le relative “facilities”. Le grandi aziende tendono a sottovalutare le possibilità di crescita nell’utilizzo della bici come mezzo di spostamento e a non mettere a disposizione i servizi essenziali ad essa collegati. In questo senso andrà individuata una ripartizione iniziale tra numero dei posti auto a disposizione dei dipendenti e numero dei posti bici da mettere a disposizione. Per le docce l’argomento è già presente nelle nuove normative edilizie, ne andrà obbligata e verificata l’implementazione anche negli edifici già esistenti.

6 – Possibilità di ricovero della bici negli spazi condominiali

L’altro estremo della filiera del trasporto bici è il ricovero in prossimità dell’abitazione. In questo senso molte altre città si sono dotate di regolamenti sull’utilizzo degli spazi comuni condominiali per il ricovero delle biciclette. Questa integrazione normativa potrà essere accompagnata da una campagna di incentivi per la predisposizione di tali spazi alla messa in sicurezza, con l’apposizione di rastrelliere (di tipologia predefinita).

Queste sono le prime sei iniziative che mi vengono in mente, pressoché a costo zero per l’amministrazione ma in grado di lanciare un segnale importante e portare l’attenzione collettiva sul mondo in crescita degli utenti urbani della bicicletta. Più in là ci sarà tempo per ripensare la viabilità, il disegno delle sedi stradali, la vita sociale, la vivibilità complessiva dei quartieri. Per ora, e già da subito, trasformazioni importanti possono essere operate anche solo con una semplice delibera assembleare.

Tutti a/r mare

“Insegna ad una persona a viaggiare in bicicletta, ed avrai cambiato
per sempre il modo in cui penserà a sé stesso/a ed al mondo” (M.B.)

La Ciemmona è diventata, per me, nel corso degli anni, uno di quei momenti affatto speciali in cui i nodi di una vita intera appaiono finalmente appartenere ad un’unica rete. Passato, presente e futuro, per una rara coincidenza, si rivelano cuciti insieme.

Come per Paolo sulla via di Damasco, la prima Ciemmona, nel 2004 (quando ancora si chiamava semplicemente “Roma Pedala”), arrivò a sconvolgere tutto quello che credevo di sapere sulla promozione e diffusione dell’uso della bicicletta, e ben presto mi costrinse a rivedere molte radicate convinzioni sui processi umani e sociali correlati.

La storia di come andò è già stata raccontata, e sempre sulla Ciemmona sono tornato a ragionare, a pochi anni di distanza (in un post dal titolo molto simile). Rileggendo quanto scritto tempo addietro posso solo prendere atto della sostanziale attualità di quelle riflessioni. Non molto è cambiato, nemmeno nella città ostile che ci circonda.

L’anno scorso fui costretto a saltare l’appuntamento a causa di un matrimonio, quest’anno ho potuto partecipare a tutti e tre gli appuntamenti, anche se solo parzialmente ai primi due (venerdì e sabato), rientrando per l’ora di cena. La sensazione che ho avuto è quella di una forza gioiosa, ed in quanto tale inarrestabile.

La massa critica si compone di innumerevoli singole identità che, unite insieme, danno vita ad un sovra-organismo. Nessuno sa a priori dove si troverà nel corso della giornata, ed a fare cosa. Man mano che il serpentone di ciclisti procede, spontaneamente si formano le barriere per arginare gli autoveicoli, ci si ferma a dare una mano a chi ha problemi, si collabora e contribuisce alla riuscita dell’evento. Nessuno decide, nessuno ordina, ma tutti si attivano in base alle necessità.

Già da un po’ speravo di poter coinvolgere in quest’esperienza i miei nipoti, ma per tutta una serie di coincidenze solo quest’anno sono riuscito a coronare il mio sogno. Purtroppo la pioggia ha impedito che partecipassero al giro di sabato, ma la domenica siamo riusciti a portarli al mare. O meglio, ad accompagnarli, visto che al mare ci sono arrivati da soli, pedalando per più di 30km.

Tra le moltissime persone incontrate in quest’occasione diverse appartengono al lontano passato (con Guido A., Pino F. e Romano P. ho condiviso pedalate sul finire degli anni ’80), altri al passato meno remoto, in cui ero guida e poi presidente dell’associazione “Ruotalibera” (Marco G. su tutti), altri ancora al passato prossimo, il periodo in cui sono stato attivo nei “Ciclopicnic”, sul blog “Romapedala”, davvero troppi per citarli tutti.

Altri ancora, moltissimi, appartengono al presente, al forum “Cicloappuntamenti”, alle esperienze di “Di Traffico Si Muore” prima e “Salvaiciclisti” e “LACU” poi. E sopra tutto questo il futuro, incarnato dai miei tre nipotini, che spero riusciranno a godere i frutti di tanto lavoro, intelligenza, volontà e passione spesi nel corso degli anni.

Questo ha fatto sì che la giornata di domenica assumesse per me la dimensione di un “album dei ricordi” proiettato in tempo reale, un reminder delle tante cose fatte e delle tantissime ancora da fare, una sorta di “Cappella Sistina” momentanea, affresco situazionista del cicloattivismo degli ultimi vent’anni a Roma.

Un movimento dalle molte anime, e forse dalle troppe diverse priorità, che si proietta in avanti sullo slancio di una crescita numerica a lungo attesa e finalmente realizzata, tale da portare con sé il consenso necessario a produrre trasformazioni politico sociali, per anni esistite solo nelle fantasie di pochi sognatori.

Ad un certo punto Emanuele mi ha detto: “Zio, però se fossimo andati in macchina saremmo già arrivati…”. “Certo”, gli ho risposto, “ma ci saremmo persi tutto questo (indicando l’incredibile serpentone di ciclisti che occupava via Cristoforo Colombo fin dove era possibile guardare), che in fondo è la parte migliore!”. Per questo ho voluto concludere il video con una frase che ho messo a fuoco solo sulla via di casa:

“Non ha importanza da dove vieni, o dove vai. Importante è il viaggio”.

Poi ho capito che questo è stato, negli ultimi vent’anni, il mio “viaggio”. Tutte queste persone con cui ho condiviso pedalate, incontri, riunioni, sorrisi, arrabbiature. Questo è stato fin qui il viaggio della mia vita. Magari non mi ha portato da nessuna parte, ma è stato lo stesso un gran bel viaggio, e se pure potessi, non lo cambierei.

Sudditanze culturali

Tutte le battaglie di civiltà, ivi compresa quella per la diffusione dell’uso della bicicletta che sto portando avanti ormai da decenni, si trovano a scontrarsi col modello culturale dominante. Non è infatti pensabile che una consuetudine diffusa e condivisa da intere popolazioni possa porsi in atto senza che a supportarla non vi sia una propaganda altrettanto diffusa, perdurante e onnicomprensiva.

Questo vale ovunque appaia un sistema organizzato per lo sfruttamento di una ricchezza collettiva, sia essa una risorsa naturale o una fonte energetica. Nel momento stesso in cui tale risorsa viene individuata, in vista del suo futuro utilizzo su larga scala, la macchina della propaganda si mette in moto per garantire che alla sua pubblica diffusione faccia seguito un accoglimento entusiasta da parte del pubblico.

Il perenne conflitto ideale fra cooperazione e competizione (soprattutto in paesi come il nostro, dominati da una secolare tradizione cristiana più orientata verso la prima delle due) fa sì che le trasformazioni sociali e culturali passino il vaglio di una interpretazione che le renda eticamente accettabili alle masse, esaltandone i lati positivi e mettendone in ombra i lati negativi.

A titolo di esempio, l’invasione di “terre vergini” e la riduzione in schiavitù delle relative popolazioni è sempre stata giustificata nei termini di una diffusione della civiltà alle terre conquistate, di una superiorità tecnologico/culturale del popolo invasore, e legata a discutibili vantaggi realizzati in loco come case, scuole, infrastrutture (dall’impatto spesso devastante in un contesto culturale ed ambientale totalmente diverso da quello del paese occupante).

I meno giovani ricorderanno la mitizzazione della conquista del selvaggio west” americano, divenuto valvola di sfogo per la sovrappopolata Europa e che costò lo sterminio di milioni di nativi, sulle cui terre si costruì la ricchezza di una nuova nazione (che ancora a distanza di decenni sentiva la necessità di giustificare tale massacro con la retorica dei “coraggiosi pionieri”).

L’energia atomica, per fare un altro esempio, vide inizialmente la luce come applicazione militare, col bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, una vergogna storica che fu rapidamente dimenticata grazie alla promessa di una fonte di energia inesauribile e “pulita” per il futuro a venire.

Tale fu l’entusiasmo collettivo artificiosamente prodotto nei suoi confronti da tracimare massicciamente nella letteratura d’intrattenimento e nei fumetti (dando vita all’ondata dei “supereroi”, da poco approdata sugli schermi cinematografici a seguito del perfezionamento delle tecniche di animazione computerizzata). Nei fumetti l’esposizione alle radiazioni nucleari non produce il cancro, la leucemia, la morte tra sofferenze atroci, bensì “mutazioni” positive che conferiscono ai personaggi poteri sovrumani, in un totale rovesciamento della realtà e di quanto all’epoca già noto da decenni.

La propaganda culturale, sopratutto quella più subdola, fa leva sulla necessità di giustificare le proprie azioni, dettate molto spesso da convenienza spicciola, in una chiave etica che sia collettivamente accettabile. Si ha perciò facile gioco nel mascherare gli egoismi individuali rivestendoli di una patina fittizia di altruismo e buoni sentimenti.

Come per ogni idea variamente legata al concetto di “modernità”, la diffusione massiccia e per molti versi scriteriata dell’automobile si è anch’essa servita di argomentazioni ipocrite e surrettizie, di una sostanziale mistificazione dei fatti e dell’appoggio acritico di gran parte delle popolazioni.

L’automobile, come il treno prima di essa, viene da principio veicolata come un mezzo per ridurre le distanze ed avvicinare le persone. A differenza del treno, tuttavia, la sua natura di veicolo individuale consente di farne uno strumento di identificazione personale, cosa che la rende ben presto uno status symbol.

La discendenza in linea diretta dalla carrozza ottocentesca, col suo portato di icona di lusso e successo, ne produce la differenziazione in modelli di diverse prestazioni, costo e finiture, innescando così un processo di identificazione verso l’alto. Mentre il cittadino medio non può facilmente aspirare, per dire, a possedere una barca, gli è abbastanza semplice fantasticare sul possedere un’auto di lusso.

Si innesca a questo punto quel meccanismo psicologico di sudditanza culturale cui alludevo nel titolo: da un lato l’accettazione di un’inferiorità economica e sociale, dall’altro l’ammirazione acritica nei confronti del veicolo di esibizione dello status sociale, e di conseguenza nell’accettazione acritica di sé e del proprio modello di vita ben più miserevole.

A supporto di questa “vision” la grancassa della propaganda ha facile gioco nel distribuire “a pioggia” meriti ed onori, per cui il successo economico o sportivo di un brand italiano diventa una vittoria “dell’intero paese”, cosicché anche un muratore o bracciante agricolo possa sentirsene orgoglioso e continuare a contribuire con entusiasmo al sistema ideologico cui è culturalmente asservito.

Dalla grancassa pubblicitaria onnipresente, martellante ed ideologicamente focalizzata nel mantenere elevato il grado di accettazione sociale del modello automobile manca ogni possibile lettura critica del fenomeno che ne evidenzi le ricadute negative.

Dalle pubblicità magicamente scompaiono i riferimenti all’inquinamento delle città, alla congestione del traffico, all’incidentalità stradale, ai costi individuali e collettivi che tale scelta comporta, e non potrebbe essere diverso trattandosi appunto di propaganda, il cui unico fine è il nostro asservimento culturale.

E non basta neppure essere consapevoli di ciò per essere in grado di dar vita ad un’autonoma regressione da un modello culturale che si è passivamente introiettato nel corso degli anni o nell’intero arco vitale, fin dalla più tenera età in cui giocavamo con autopiste e macchinine. Occorre una capacità di analisi critica ormai rara.

“Si salvi chi può” edizione 2013

(quello che segue è il racconto, condensato, dell’uscita in bici da Tagliacozzo a Terni, 110km dall’Abruzzo all’Umbria, proposta sul forum Cicloappuntamenti)

Antefatto
L’unica volta che sono riuscito a completare questo percorso nel tempo previsto e con l’intero gruppo presente alla partenza è stato nel lontano 2006, quando i partecipanti erano soltanto in tre. Già alla prima riproposizione sul forum Cicloappuntamenti, con partenza spostata a Celano (ben 150km!) apparve netta l’impossibilità di percorrere tanta strada con tanti partecipanti senza problemi: un ginocchio partito per lo sforzo, un Artiglio (Pierluigi) abbandonato lungo la strada, il gruppo che via via perdeva tempo e partecipanti fino a passare in modalità “si salvi chi può” nel tratto finale. Sarà così che intitolerò, d’ora in poi, questo tipo di uscite che attraversano tre regioni.

Quando tutto sembra ancora dover andar bene
Alla stazione di Tagliacozzo si contano diciotto partecipanti. Mentre esco il capostazione mi domanda: “dove andate?” Rispondo con un sorriso: “a Terni”. Occhi che strabuzzano e seconda domanda: “da qui???” e io gli spiego il percorso di massima. Salendo verso Pietrasecca penso che la giornata non potrebbe essere migliore: sole, cielo sereno, ed il gruppo che va su allegro sulla prima salita. Perfino una foratura viene riparata senza produrre rallentamenti apprezzabili. La strada, già bella nel primo tratto, diventa splendida nella risalita da Tufo al valico di Santa Lucia, dove attraversa un’area boschiva quasi incontaminata. Manu, sulla sua BdC salvata dal cassonetto, collauda una versione upgradata del cambio che ora ha un 42×28 come marcia più corta (la scorsa settimana il precedente 42×24 aveva mostrato la corda) e sale senza fiatone ad un buon passo.

Il tradimento di Google
Quando sta andando tutto troppo bene accadono due “disastri”: la traccia generata da Google si rivela farlocca e lo zaino di Frantz viene abbandonato a Leofreni. La traccia che ho rilasciato sul sito è stata generata dal sito MapMyRide con una serie di click sulle mappe di Google. Siccome le strade della zona sono poche, è sufficiente selezionare pochissimi punti. Ma Google stavolta si sbaglia, e a Colli di Pace, invece della strada asfaltata per Pace, traccia un passaggio in direzione Ospanesco senza che io me ne accorga. A Colli di Pace passo via tranquillo. La strada risale. Mi telefona Emanuela chiedendo delucidazioni. Le dico di tenersi a destra. Mi spiega che altri (solo Pino e Johnnina, ma questo non me lo dice…) sono scesi a sinistra, dal che capisco che la traccia passa invece da quel lato. A lei confermo di proseguire a destra. Quando mi raggiunge mi spiega che Carmine è rimasto al bivio ad aspettare che Franz recuperasse lo zaino a Leofreni. A questo punto commetto l’errore drammatico di dar retta a Google, penso che la strada tracciata sull’altro lato sia più veloce, telefono a Carmine e gli dico di seguire la traccia imboccando il bivio verso sinistra…

Uno sguardo dal ponte
Raggiungiamo il lago sul ponte per Fiumata, salutiamo Folletto e Umby che partono in direzione fettuccine (che poi si riveleranno “fregnacce”) e recuperiamo il punto di congiunzione dei due percorsi. E aspettiamo. E aspettiamo. Dopo una mezz’ora arrivano Pino e Johnnina stravolti, ci spiegano che la strada, arrivata al paese, diventa uno sterrato non pedalabile, con fango e fossi, e che se la sono dovuta fare praticamente bici in spalla!!! Mandiamo avanti i superstiti a cercare un posto per il pranzo e con Pino ci mettiamo ad aspettare il gruppo di Carmine. E aspettiamo. Dopo un’altra mezz’ora arriva fantabici (Angelo) che ha potuto percorrere parte del percorso in sella alla sua mtb slikkata. In quel momento realizzo che il pranzo di Manu ce l’ho io nel borsino, e per non lasciarla a digiuno, prima che arrivino gli ultimi, mi scapicollo per i restanti 12km di strada bordo lago fino al punto scelto per il pranzo.

La maledizione di Alex Drastico
Pranzato in fretta e furia (e crostata), recuperati tutti i partecipanti compresi Folletto e Umby, imbocchiamo la discesa per Rieti dove realizzo che le malefatte (involontarie) mi hanno guadagnato una maledizione coi controfiocchi. Mentre sono lanciato in discesa, piegato in curva, sento la ruota posteriore che letteralmente se ne va… Riprendo la traiettoria per i capelli, mi fermo parecchio più avanti dopo aver sbalzellato sull’asfalto rovinato, tiro giù gli attrezzi e comincio a riparare la foratura. Estraggo la camera d’aria, la gonfio, individuo due buchi: scartavetro, colla, toppe, riparati. Controllo il copertone e ci trovo una scheggia di vetro verde conficcata, la estraggo, rimonto la camera d’aria, gonfio e perde ancora… La riapro, estraggo la camera d’aria, sento che perde in prossimità di una toppa e penso di averla incollata male: la tolgo, riscartavetro e applico una seconda tip-top. Rimonto e perde ancora… La riapro, estraggo la camera d’aria, sento che perde in prossimità della toppa appena aggiunta e stavolta scopro un secondo foro: non era una foratura ma una “pizzicatura”. Applico una tip top “oversize” su entrambi i fori, rimonto, e mentre rigonfio accosto l’orecchio alla pompa e sento che perde ancora. Tiro giù la camera d’aria per la quarta volta, la gonfio all’aria e stavolta non perde! Guardo meglio e noto che il blocco della valvola è leggermente piegato, lo tocco col dito per raddrizzarlo e comincia a perdere. Questa è una buona notizia: la valvola perdeva solo con la pompa montata sopra: rigonfio, chiudo, rimonto la ruota, gonfio e stavolta la riparazione terrà fino a fine giro.

Soli e abbandonati
Mentre scendo a scapicollo verso Rieti mi telefona Emanuela. Sono rimaste ad aspettarmi lei, Patrizia ed un terzo ciclista, il gruppo ha invece proseguito. Ripartiamo in quattro sotto una lieve pioggerellina per rimanere poco dopo in tre, e senza problemi raggiungiamo Rieti. Qui, dopo l’attraversamento della città, è Patrizia a dare forfait optando per il ritorno in treno da Rieti (poi convertito in ritorno in pullman). Con Emanuela proseguiamo ostinatamente verso Terni. Mentre ci inoltriamo per una scarsamente trafficata piana reatina, in attesa della “variante” che ho pazientemente tracciato e scaricato sul GPS, a salutarci sono le batterie del GPS stesso, ad un chilometro o poco più dal fatidico bivio da esplorare (che riesco ugualmente a riconoscere ed imboccare).

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere
Appena imboccato l’idilliaco stradello comincia a piovere. Giustamente le meravigliose mantelle antipioggia Vaude sono rimaste a casa. Aspettiamo qualche minuto quindi ci risolviamo a partire approfittando di un lieve diradare dell’acquazzone. La strada è davvero molto bella, anche se con la pioggia mi rammenta i viaggi in Irlanda, Galles, e la Galizia nel tratto finale del Camino de Santiago. La “pettata” al 14% per raggiungere Colli sul Velino, anziché un’esagerazione delle mappe, si rivela esattamente come prevista e la saliamo a piedi. Ultima nota dolente, la strada che costeggia il lago di Ventina è stata resa, per qualche ennesima meravigliosa idiozia della burocrazia italica, a senso unico. Sono troppo stanco ed incazzato per accettare l’ennesimo sopruso, e pur col parere contrario di Manu la imbocchiamo contromano. Superato il lago imbocchiamo una valletta un tempo idilliaca, ora deturpata da un orripilante riporto di materiale pietroso per chissà quale ennesima opera pubblica di estremamente dubbia utilità (haddavenì peakoil!!!). Impossibilitati ad effettuare l’ennesima mini deviazione causa GPS defunto scendiamo per la classica via fino a Terni, dove arriviamo in stazione alle 18.00 (perdendo il treno delle 17.27).

Epilogo
Aspettando il treno delle 19.26 ci concediamo una passeggiata per Terni (del tutto risparmiabile…) ed un buon gelato. Arrivati a casa (alle 21.00) dobbiamo rinunciare anche al sospirato take-away cinese, dato che il ristorante è in ristrutturazione.
Intorno alle 22.00 ceniamo con un kebab…

Ringraziamenti
Ringrazio tutti i pazzi furiosi che ogni anno si ostinano a seguirmi, consapevoli dell’impossibilità di completare il giro “in serenità”. Ogni anno ci proviamo ed ogni anno finiamo vittime di pastrocchi imprevisti. Ma in fondo è il bello dell’avventura.

Fra un milione di anni

Papaveri rossi
ondeggiano
davanti al cemento
fratturato
di una periferia di città

Quel rosso è un grido
rosso di sangue
il grigio recede
soverchiato

“Io sono vivo”
urla al cemento
il rosso papavero
“sono vivo e morirò”

“Fra un anno però
vivrò di nuovo
perché io sono vita
e la vita rivive

Ti troverò ancora qui
grigio ed immobile
con qualche crepa in più
con qualche briciola in meno

Fra un milione di anni
io sarò ancora qui
di nuovo
e per sempre

Tu sarai polvere
soffiata dal vento
o sepolta nel terreno

Le mie radici
ti accarezzeranno

Sarai dimenticato
assieme al ricordo
delle sciocche creature
che un tempo lontano
ti diedero forma”