La questione ambientale (prima parte)

Dopo esser stati sepolti sotto il tappeto per qualcosa come tre decenni, i nodi legati allo sfruttamento eccessivo del pianeta stanno tornando al centro del dibattito pubblico. Per gli ambientalisti di vecchia data, che hanno monitorato impotenti l’evoluzione delle vicende umane fino ad oggi, si tratta di un fatto inevitabile quanto necessario. Il punto, ormai, non è ‘se’ stiamo danneggiando il pianeta, ma semplicemente quanto possiamo ancora andare avanti a farlo e cosa ne resterà nel momento in cui, eventualmente, decideremo di smettere.

Il saccheggio delle risorse globali è una costante dell’azione umana fin dalla notte dei tempi, al punto che la nostra specie si è giunta ad identificare con tale processo, costruendo nei millenni mitologie fondate sul successo nell’antropizzare il mondo naturale, e giungendo in ultima istanza a modellare la divinità totemica del ‘progresso’, cui sacrificare, come ad un moderno Moloch, gli ultimi residui di foreste vergini, gli animali che le popolano ed in ultima istanza noi stessi.

Ripercorrendo la storia dell’umanità in questa chiave di lettura possiamo identificare il momento di inizio con la scoperta del fuoco. Non è un caso che questo evento sia stato mitizzato e personificato nella figura di Prometeo che, nella leggenda, ruba il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini. La scoperta del fuoco fu il primo vero passo nell’evoluzione tecnologica della nostra specie, perché portò con sé non solo un accorciamento dei tempi necessari alla digestione, quindi un maggior periodo di operatività, ma anche una miglior difesa contro i predatori e, non da ultimo, la possibilità di incendiare le foreste.

Quest’ultima divenne un fattore chiave col successivo passaggio tecnologico: il controllo della produzione alimentare attraverso allevamento ed agricoltura, che sostituirono le attività di caccia e raccolta ponendo termine al nomadismo e consentendo la nascita di comunità stanziali, che portarono allo sviluppo delle prime città.

Le risorse intellettuali del cervello umano, prima necessarie alla sopravvivenza nomade (caccia, raccolta, orientamento, difesa dai predatori, fabbricazione di utensili), vennero quindi messe al servizio dello sviluppo di ulteriori nuove tecnologie. Nacquero quindi da un lato i sistemi di regimentazione idraulica, necessari a garantire una efficiente irrigazione delle colture, dall’altro la costruzione di edifici per ospitare la crescita della popolazione generata dall’aumentata disponibilità di cibo.

La nascita delle prime città comportò un netto salto di qualità nell’organizzazione della conflittualità nella nostra specie. Le scaramucce tra tribù caratteristiche dei piccoli nuclei di cacciatori/raccoglitori, a fronte dell’incremento demografico, si trasformarono in vere e proprie guerre per il controllo di territori e risorse. Le città stesse, dal canto loro, tendevano spontaneamente al controllo del territorio circostante mediante la creazione di insediamenti coloniali e, con essi, l’avvio di ulteriori attività di allevamento ed agricoltura.

Un ulteriore portato della scoperta del fuoco fu la metallurgia, che consentì la realizzazione di armi via via più potenti e micidiali. L’età del bronzo vide la nascita dei primi imperi.

Dal punto di vista ambientale, le trasformazioni avviate già all’alba della storia dell’uomo potranno apparire insignificanti, ma nel complesso non vanno sottovalutate. Come fa notare Jared Diamond in Collasso, come le società scelgono di morire o vivere, le terre che furono un tempo la culla dell’agricoltura e delle prime civiltà, la ‘mezzaluna fertile’ compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate, sono oggi ridotte a deserti. Molto probabilmente questo non è dovuto al caso ma semplicemente il risultato di secoli di agricoltura.

Ciò che sappiamo oggi non è ancora sufficiente a dirimere la questione (secondo altri pareri la desertificazione del Medio Oriente sarebbe dipesa da fluttuazioni climatiche di lungo periodo), ma a supporto della prima tesi esistono evidenze che non possono essere sottovalutate. La prima, un’acquisizione relativamente recente, è che le foreste pluviali generano da sé il proprio microclima: la pioggia che cade quotidianamente non fa che restituire alla foresta l’umidità che essa stessa ha emesso, per evaporazione, col riscaldamento diurno.

Questo consente un rigoglioso sviluppo della vegetazione, che marcendo si deposita al suolo formando un substrato fertilissimo, che a sua volta si accumula nel corso dei secoli. Quella che è l’azione umana, da qualche millennio a questa parte, consiste nella distruzione delle foreste, mediante abbattimento degli alberi o incendi, e nella successiva esposizione e coltivazione del suolo con varietà vegetali commestibili o variamente utilizzabili (come mangimi o per la produzione di tessuti).

Ciò causa una trasformazione drammatica dal punto di vista ambientale. Da un lato la scomparsa della foresta elimina il frequente ricambio d’acqua, che deve essere appositamente trasportata da fiumi e laghi, con opere idriche imponenti. Dall’altro il suolo, privato dello strato protettivo rappresentato dalla vegetazione permanente, è soggetto alle aggressioni degli elementi: lo strato superficiale secca e si polverizza, ed il vento ha facile gioco nel soffiarlo via.

Questo potrà apparire un problema minore sul breve periodo, ma su un arco temporale di secoli, quando non di millenni, diventa un meccanismo devastante, perfettamente in grado di dar luogo alla desertificazione di intere porzioni di pianeta. A ciò va aggiunto che i deserti, privi di uno strato di vegetazione in grado di assorbire la radiazione solare, si surriscaldano molto più delle foreste preesistenti, creando condizioni atmosferiche di alta pressione che ostacolano le piogge, in un processo molto difficile da invertire.

Le foreste stesse, da un punto di vista sistemico, si comportano come dei macro-organismi viventi: catturano l’acqua e la utilizzano per prosperare e creare le condizioni per la propria stessa sopravvivenza. Distruggere una foresta per sfruttarne il suolo sottostante significa uccidere l’entità che ha prodotto quel suolo. Cosa non diversa dall’uccidere un animale per nutrirsi della sua carcassa. Una volta completata l’opera, l’animale non c’è più.

Come se non bastasse, l’aumentata disponibilità di cibo innesca un processo di crescita della popolazione, con un progressivo aumento della domanda di terre coltivabili, o da destinare all’allevamento. La crescita della popolazione ha come riflesso l’aumento della potenza militare, quindi è impensabile che una singola nazione possa porre un argine a tale tendenza, pena essere attaccata e sconfitta dalle nazioni confinanti. Il risultato è una corsa alla distruzione delle foreste ed alla coltivazione di terre fertili, quindi, in ultima istanza, al consumo di suolo.

Cosa poteva accadere di peggio a questo punto? Inutile dirlo: la Rivoluzione Industriale e la nascita dell’agricoltura meccanizzata.

(continua)

Damage

10 pensieri su “La questione ambientale (prima parte)

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  6. Post bellissimo. Dopo la prima parte ce ne sono altre 5.
    Post con contenuti molto affidabili, a parte i tempi primitivi nei quali è difficile dare la certezza di quel che è realmente successo.

    Gianni Tiziano

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