La questione ambientale (terza parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

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Nella prima parte di questa analisi abbiamo visto come la specie umana sia riuscita, nel corso dei millenni, a ricavare nuove ed abbondanti forme di nutrimento aggredendo interi habitat vergini mediante l’allevamento e l’agricoltura. Molto di questo successo si è realizzato grazie all’invenzione di macchine semplici.

Le ‘macchine semplici’ nascono assieme alla nostra specie, caratterizzata dalla capacità di manipolare, per mezzo degli arti superiori, quanto disponibile nell’ambiente al fine di migliorare la caccia e la raccolta. Una macchina semplice è l’ascia a mano, una pietra con un bordo tagliente ricavato per lavorazioni successive, che consentiva di abbattere animali di medie dimensioni. Altra macchina semplice è la lancia, evolutasi successivamente in arco e frecce.

Per la raccolta si usavano con molta probabilità cesti di vimini, che consentivano il trasporto di un maggior numero di cibarie. Dalla tecnica di intrecciare fibre vegetali derivò con molta probabilità la produzione di tessuti. L’agricoltura divenne più produttiva grazie all’invenzione dell’aratro, uno strumento in grado di ‘ammorbidire’ il terreno e facilitare l’attecchimento delle sementi.

L’aratro fu, molto probabilmente, il primo strumento per mezzo del quale l’umanità sperimentò l’utilizzo di forze motrici diverse dalle proprie stesse masse muscolari, aggiogando bovini e cavalli per utilizzarne l’energia metabolica. Altri esempi sono l’uso del vento per la propulsione di imbarcazioni, destinate a diventare un importante strumento per la pesca, il commercio e l’esplorazione di nuovi habitat.

Un ulteriore processo fisico, ben presto asservito ad usi pratici, furono le proprietà esplosive di alcuni composti chimici, esplorate dapprima in Asia con funzioni ricreative (fuochi d’artificio) e trasformate quindi in occidente, grazie ai progressi della metallurgia, in armi da fuoco (fucili e cannoni). Queste nuove armi svolsero un ruolo chiave nell’invasione e colonizzazione manu militari di due nuove masse continentali, le Americhe.

I due sub continenti americani erano già stati colonizzati dall’homo sapiens ventimila anni prima, nel corso dell’era glaciale, da popolazioni spintesi a piedi nei territori dell’attuale stretto di Bering. Le popolazioni ivi insediate avevano trovato un habitat intatto ed una macro-fauna totalmente impreparata all’arrivo di un nuovo predatore. Quest’ultima fu sistematicamente cacciata fino all’estinzione, con rare eccezioni. Al termine della glaciazione le Americhe rimasero isolate dalle altre masse continentali a causa della risalita del livello dei mari.

Le popolazioni insediate nel nuovo continente rimasero perciò tagliate fuori dall’evoluzione tecnologica che stava avvenendo in Eurasia, col risultato che, all’epoca della loro ‘riscoperta’ da parte degli europei, civiltà ancora all’età della pietra dovettero scontrarsi e soccombere al cospetto di invasori muniti di sciabole d’acciaio, fucili, cannoni e cavalli.

A metà del diciottesimo secolo la nostra specie si era già diffusa sulla totalità delle terre emerse (ad esclusione, per ovvi motivi, dell’Antartide), praticando l’agricoltura su buona parte delle pianure irrigate, l’allevamento di bestiame nelle praterie, la pesca nei mari e negli oceani. Quest’ultima attività si estese alla caccia ai cetacei per ricavarne l’olio da utilizzare nell’illuminazione notturna, cosa che portò diverse specie di mammiferi marini sull’orlo della completa estinzione.

La situazione, vista e considerata col senno di poi, era già sufficientemente preoccupante. Quello che produsse un’ulteriore accelerazione al processo fu l’invenzione della macchina a vapore, un meccanismo complesso che sfruttava la combustione del carbone per trasformare il calore in movimento, ed il movimento in lavoro. Ben presto le macchine a vapore vennero impiegate massivamente per la fabbricazione di tessuti e per i trasporti su terra e mare.

I motori a vapore erano obbligati a grandi pesi e grandi dimensioni, trovando facile applicazione principalmente alla propulsione di treni e navi. Anche così, l’impatto fu enorme, consentendo alle metropoli occidentali, già all’epoca sovrappopolate, di drenare ricchezze e derrate alimentari dai quattro angoli del pianeta.

L’idea di utilizzare fonti energetiche fossili per accelerare i processi produttivi segna il passaggio all’era industriale. L’accelerazione impressa ai trasporti favorisce la nascita dei grandi imperi commerciali, che a loro volta alimentano politiche imperialiste e colonialiste.

Ma c’è un ulteriore risvolto nella rivoluzione industriale, e riguarda la necessità di accaparramento di risorse non organiche. Già in epoche preistoriche l’umanità aveva scoperto le proprietà di durezza e malleabilità dei metalli che potevano venir estratti dalla crosta terrestre. L’estrazione e lavorazione dei metalli aveva però costi molto elevati, che ne relegavano l’impiego ad oggetti di lusso, oppure a finalità prevalentemente belliche, restando il grosso dei manufatti di uso comune ancora in legno, pietra, ceramica ed osso.

Nella nuova fase ‘industriale’ della storia umana, grazie anche allo sviluppo della chimica, le risorse inorganiche trovarono applicazioni in innumerevoli campi, arrivando ad avere un peso via via sempre maggiore nella produzione di cibi e manufatti. Questo comportò un’accelerazione nei processi estrattivi, nelle esplorazioni minerarie, nella ricerca scientifica, ed un’escalation della potenza militare non più legata al semplice fattore demografico.

Le macchine a vapore, la scienza e le nuove tecnologie rappresentarono un’importante rottura col passato, dominato dai testi sacri e dalle caste sacerdotali. Esse non solo rivoluzionarono le modalità produttive, ma ebbero un effetto ben più dirompente sul piano culturale, finendo col dar vita a quella che potremmo definire come ’ideologia del Progresso’.

Nell’ideologia del progresso, tutto quello che l’uomo fa all’ambiente è giustificato dal suo essersi dimostrato superiore a Dio, dall’aver imposto la propria volontà al mondo, dall’aver sottomesso la Natura al proprio Ego. L’Uomo regna sull’Universo, ne svela le leggi e le piega ai propri bisogni, accrescendo via via la propria potenza e ricchezza, e ciò non può essere che buono e giusto.

Se pensiamo al dettato biblico che è gravato per millenni sulla testa dei popoli occidentali, quel “lavorerai col sudore della tua fronte” che rappresentava la condanna divina all’uomo nel momento in cui quest’ultimo aveva cercato di rendersi più simile a Dio per mezzo della conoscenza, possiamo ben comprendere quello che la Rivoluzione Industriale rappresentò per le popolazioni dell’epoca.

Al di là delle condizioni miserrime degli operai del diciannovesimo secolo, la prospettiva di un mondo futuro, nel quale le macchine avrebbero affrancato l’uomo dalla fatica e dall’immobilità in uno stesso luogo di residenza, regalando ricchezza e benessere a tutti, dovette apparire come il tanto atteso riscatto, l’affrancamento finale dal giogo divino.

Sul fronte della ricerca di nuove fonti energetiche, dopo il carbone fossile si trovò il modo di sfruttare i prodotti della raffinazione del petrolio, composti chimicamente molto attivi in grado di alimentare motori a scoppio molto più piccoli di quelli a vapore, quindi applicabili a macchine agricole e veicoli per la mobilità individuale. Nascevano trattori ed automobili, e con essi un intero nuovo modello di mondo.

Nel tempo, col progredire delle conoscenze e delle tecnologie, materiali sempre nuovi iniziarono a trovare un impiego, dai prodotti fissili in grado di alimentare l’industria nucleare militare e civile, a cemento, acciaio, vetro ed alluminio per i nuovi edifici, alle materie plastiche, sintetizzate a partire dagli idrocarburi, ai semiconduttori e metalli rari per le tecnologie informatiche. Tutto questo estrarre, lavorare, consumare ed in ultima istanza abbandonare materiali inorganici su larga scala ha rappresentato un nuovo problema per il pianeta, quello dell’inquinamento.

Una caratteristica dei processi biologici, fin dalla loro comparsa, consiste nell’incessante riciclaggio delle materie prime necessarie alla chimica organica, e nel conseguente sequestro, nel sottosuolo, delle sostanze inutili, tossiche e nocive. Dalla rivoluzione industriale in poi la nostra specie ha alacremente lavorato a scavar fuori tutti questi composti, potenzialmente tossici e nocivi per i processi biologici, finendo col rilasciarne sconsideratamente nell’ambiente quantità via via crescenti.

(continua)

6 pensieri su “La questione ambientale (terza parte)

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