La questione ambientale (quinta parte)

Michelangelo-Peccato-originale-e-Cacciata

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Mi domandavo, al termine del precedente post: ‘cosa è possibile fare per evitare l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita complesse del pianeta e della nostra stessa specie?’ (che è un po’ la mia personale “Grande Domanda sulla Vita l’Universo e Tutto Quanto”, per parafrasare l’umorista inglese Douglas Adams). L’analisi sviluppata fin qui suggerisce una soluzione tanto semplice quanto impraticabile: disfare tutto quello che abbiamo fatto, come specie, dall’età della pietra fino ai giorni nostri.

In soldoni dovremmo iniziare a tutelare (seriamente) e progressivamente ampliare gli habitat ancora intatti, sospendere le attività di caccia e pesca a livelli industriali, pianificare una progressiva riduzione della popolazione umana, smantellare via via le propaggini delle città non più necessarie, interrompere le attività estrattive di minerali e combustibili fossili, rinunciare alle produzioni industriali su larga scala, riconvertire l’agricoltura e l’allevamento, azzerare l’inquinamento.

Il motivo che rende questa soluzione impraticabile è evidente. Lo sviluppo tecnologico ha risposto a bisogni archetipi dell’animo umano: sicurezza, stabilità alimentare, desiderio di agiatezza e di forme ricreative, volontà di dominio. Questi bisogni profondi sono ancora lì, costituiscono parte integrante delle principali culture globali e dell’immaginario collettivo, non possono essere ‘spenti’ a volontà, semplicemente schiacciando un bottone.

E tuttavia quest’ansia ‘consumista’ sta, per l’appunto, consumando il mondo, e presto o tardi dovrà fare i conti con la sua finitezza. Le risorse energetiche fossili sono, a detta di molti, già in via di esaurimento, con chiari indicatori che la parte restante sarà più difficile da estrarre o, in altri termini, più costosa, e non potrà alimentare una ‘società dei consumi’ energivora come l’attuale. Quando ciò avverrà ognuno di noi dovrà ridimensionare le proprie aspettative.

Secondo uno studio di diversi anni fa, se paragoniamo l’energia messa a disposizione dall’estrazione di petrolio con quella generata dal lavoro muscolare, ogni abitante del mondo occidentale ha a disposizione l’equivalente di 100 schiavi dell’antichità. Quando questa disponibilità, come è altamente probabile, comincerà a ridursi o finirà col mancare del tutto, dovremo abituarci all’idea di un mondo in cui si lavora di più per ottenere meno.

Nel transitorio potremmo, se saremo in grado di volerlo e, soprattutto, se non finiremo a subire gli effetti di comportamenti irrazionali, pianificare tutta una serie di azioni per ridurre gli inevitabili disagi. La strada per un rientro ‘dolce’ entro parametri di sostenibilità ambientale appare tuttavia molto stretta e costellata di questioni irrisolte.

Si pongono pertanto due distinti ordini di problemi: da un lato motivare l’umanità a cambiare rotta, agendo in maniera diametralmente opposta a quanto fatto per millenni, dall’altro pianificare un percorso in grado di riportarci ad un equilibrio non distruttivo con la biosfera. È evidente come le due questioni siano strettamente intrecciate, dal momento che più difficoltosa sarà la rotta tracciata, più ardua l’opera di convincimento.

Il previsto aumento dei costi energetici, legato ad una futura scarsità di combustibili fossili e più in generale di risorse cui attingere, causerà un’instabilità del modello dei consumi attuale, con ricadute politiche e sociali complesse. Ad aggravare il quadro, la ridotta disponibilità di energia porterà con sé un aumento generalizzato dei costi di estrazione e raffinazione delle materie prime e si tradurrà in un’impennata dei costi dei manufatti che lascerà poco margine ad ulteriori spinte consumiste.

Nell’ipotesi, a mio parere molto remota, che si riesca a cavalcare la tigre dello scontento popolare ed indirizzare le diverse società mondiali sulla via di un riequilibrio con la disponibilità reale di risorse, proverò a delineare un percorso di graduale rientro dell’attuale cultura dello spreco all’interno di parametri di sostenibilità ambientale.

Il primo punto su cui lavorare è la riduzione dell’inquinamento in tutte le sue forme, dal momento che è il fattore che maggiormente sta attentando alla funzionalità degli ecosistemi superstiti. Appare evidente come questa esigenza sia strettamente legata alla progressiva riduzione della produzione industriale, nonché dei posti di lavoro ad essa connessi. Dobbiamo smettere di fabbricare sciocchezze dalla vita utile brevissima ed investire su prodotti essenziali, robusti, di facile manutenzione, riusabili potenzialmente all’infinito e composti da materie prime pienamente riciclabili.

In quest’ottica dovranno essere bandite le plastiche monouso, in special modo quelle utilizzate per il confezionamento (packaging), mentre tutte quelle utilizzate nella componentistica di apparati complessi dovranno essere rese riciclabili. Un buon metodo per ottenere ciò sarà fare in modo che i produttori divengano responsabili degli oggetti fabbricati fino al termine della loro vita utile, attraverso un modello che escluda la vendita a privati ma punti sul noleggio. L’oggetto, al termine del periodo di noleggio, tornerà in mano al fabbricante, che ne dovrà curare la ricollocazione o il riutilizzo in forme diverse.

Questo ridurrà (sperabilmente eliminerà) il ricorso a pratiche come l’obsolescenza programmata, anche se avrà l’effetto di rallentare bruscamente l’innovazione nei campi di punta, come il mercato dei prodotti digitali. È altrettanto evidente come la soluzione proposta sia incompatibile con le logiche di ‘libero mercato’ attualmente in essere, richiedendo al contrario uno stretto controllo della macchina statale sulle dinamiche economiche. Questa esigenza sarà declinata in vario modo dai diversi sistemi di governo esistenti, non necessariamente in forme incruente.

Effetto collaterale della scelta di abbattere l’uso della plastica sarà una drastica riduzione della produzione e dello smaltimento di rifiuti, oltreché dei costi ad esse connessi, attualmente una delle maggiori criticità nella gestione dei contesti urbani.

Il secondo terreno di riduzione dell’inquinamento e dei consumi riguarda la mobilità, delle merci e delle persone. La riduzione nella produzione di materiali di consumo richiederà da sé una minor movimentazione di merci, quindi i principali interventi riguarderanno la mobilità individuale, stravolgendo l’abitudine all’automobile personale che ha dominato un intero secolo.

La proprietà privata delle automobili andrà in una prima fase sostituita da forme di noleggio. Questo comporterà diversi effetti, inclusa la riduzione dell’attaccamento feticistico al singolo oggetto/veicolo e l’esibizione dello stesso in termini di status. Le automobili torneranno ad essere strumenti d’uso, prelevati e restituiti a seconda delle necessità, soggetti a limitazioni legate alle esigenze del trasporto pubblico e della vivibilità dei quartieri.

Il grosso del trasporto collettivo nelle città dovrà svilupparsi mediante reti elettrificate su ferro, che collegheranno con rapidità ed efficienza le zone interessate. Sarà necessario progettare una ricompattazione dei territori urbani troppo dispersi perché un tale servizio sia efficiente, cosa che richiederà la ristrutturazione di interi quartieri, e si scontrerà con l’abitudine tutta italiana alla casa di proprietà.

Il quartiere urbano modello dovrà disporre di commercio di prossimità accessibile a piedi, strade e spazi pubblici vivibili, luoghi di ristorazione e ricreazione, aree per attività ginnica e sportiva. Dovrà avere in stretta prossimità una fermata del trasporto pubblico, che porterà in breve tempo nei principali luoghi d’interesse, culturali o lavorativi. Una ‘forma urbis’ già presente in diverse aree della città, che andrà estesa alle restanti.

Questa non è che la prima tappa di un ideale viaggio ‘indietro nel tempo’, che ci riporterebbe alla realtà di circa un secolo fa, sfrondando quanto di più superfluo e distruttivo è stato prodotto nel ventesimo secolo. Ovviamente l’abbandono delle cattive pratiche non significherà rinunciare completamente alle moderne tecnologie, ma semplicemente a quella parte di consumi più esagerata ed insostenibile.

Avremo ancora, e per diverso tempo, i televisori a schermo piatto e la telefonia cellulare, le luci a led ed il forno a microonde. Dovremo semmai abituarci ad andare a far la spesa a piedi, portandoci appresso i contenitori necessari: sacchetti, buste, bottiglie, perché quasi tutto sarà sfuso o imballato nella carta. Non disponendo più di automobili, faremo acquisti prevalentemente nei negozi vicino casa anziché nei grandi centri commerciali, che pian piano spariranno.

Come pure spariranno, per tutti i motivi sopra elencati, a partire dalla drastica riduzione nell’uso di auto private, le propaggini abitative disperse, a cominciare dai villini monofamiliari ‘immersi nel verde’. Questo processo avverrà spontaneamente, a cominciare da una rarefazione nel loro utilizzo per concludersi col totale abbandono, seguito dall’abbattimento e dalla riconversione degli spazi ad uso agricolo.

La progressiva riduzione nell’uso di automobili renderà superflua la manutenzione di buona parte delle attuali sedi stradali, producendo un declino della viabilità minore, per la quale i costi della stesa di nuovo asfalto diverranno insostenibili. Più in generale si andrà verso la riconversione di molte delle attuali attività lavorative con funzioni diverse: in una prima fase lavoreremo meno per consumare meno. Sul lungo periodo le facilitazioni prodotte fin qui (macchine, tecnologie, infrastrutture) tenderanno a decadere e guastarsi, quindi in capo a poche generazioni finiremo col tornare a lavorare principalmente per il sostentamento alimentare.

Potrà bastare, quanto sopra descritto, a salvare il pianeta dall’aggressione umana? No, a meno di porre ulteriori paletti e limitazioni, sulle quali varrà la pena di sviluppare un ulteriore approfondimento. Orientativamente: per quanto la civiltà di un secolo fa fosse meno invasiva ed aggressiva dell’attuale, lo era significativamente di più rispetto a quella medioevale. E quella medioevale era, a sua volta, più invasiva ed aggressiva di quella dell’età della pietra.

Dovremo pertanto ragionare sul concetto stesso di sostenibilità, o meglio: su quale arco temporale possa protrarsi tale ipotizzata sostenibilità. E cominciare a mettere in discussione ben di più che non la sola oggettistica superflua, le modalità di spostamento o le abitudini ricreative. Molto probabilmente dovremo rimettere in discussione l’attuale idea di libertà.

(continua)

2 pensieri su “La questione ambientale (quinta parte)

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