A caccia di galassie (terza parte)

(trovate qui la prima parte, e qui la seconda)

Dopo circa tre mesi di “digiuno” astronomico, tra meteo sfavorevole, malanni stagionali e “luna di traverso” (rammento che per più di metà del mese la presenza della Luna rende impraticabile l’osservazione del “cielo profondo“), finalmente la scorsa settimana il barometro è passato sul “bello stabile” e ne ho approfittato per andare finalmente a verificare sul campo la qualità dei cieli maremmani.

Sabato mattina, imbarcata la strumentazione, io e Manu ci siamo messi in viaggio verso la nostra meta, raggiunta nel primo pomeriggio dopo aver percorso circa 200km in poco più di tre ore. La distanza in effetti si fa sentire, ma abbiamo tutto il tempo di riposarci e schiacciare un pisolino prima del tramonto.

All’arrivo scopro che l’agriturismo ha un’ampia terrazza esposta a sud-ovest accessibile da una sala comune, molto comoda per il fatto di non dover riporre tutta la strumentazione dopo la sessione osservativa. Una breve passeggiata nei dintorni non mi fa individuare siti preferibili, le radure adiacenti hanno ampie aree di cielo inaccessibili a causa della vegetazione.

Al tramonto comincio a tirar su il dob. Non disponendo di un tavolino pieghevole (prossimo acquisto…) appoggio valigetta oculari e mappe sul muretto di cinta. Lì per lì sembra una buona idea, ma poco dopo, a crepuscolo completato, mi rendo conto dell’errore strategico. Il muretto affaccia purtroppo sul parcheggio sottostante, illuminato dalle micidiali “palle“.

Su questo tipo di nefandezza illuminotecnica mi vedo obbligato ad una breve digressione. Le “palle” da giardino sono una delle soluzioni energeticamente meno efficienti in assoluto. La luce emessa viene sparata in prevalenza verso l’alto, dove l’unico effetto prodotto è il peggioramento dell’inquinamento luminoso del cielo. Un danno, quindi, oltre allo spreco.

Con riflettori adeguatamente progettati la stessa efficienza illuminativa si può ottenere per mezzo di lampade meno potenti e dal minor consumo. Perché dunque le “palle” continuano ad esistere ed essere commercializzate ed acquistate? Semplicemente perché costano poco, sono facili da fabbricare e chi le compra e mette in opera non si pone il problema di star facendo una cosa stupida.

Ma soprattutto perché manca, in questo paese, una normativa nazionale sull’inquinamento luminoso. Esistono solo leggi regionali (nelle regioni che le hanno emanate, ovviamente non tutte), ed esiste soprattutto l’opposizione dei fabbricanti di “palle“, che in caso contrario si vedrebbero costretti a ritirare questi oggetti dal mercato e ad investire su prodotti tecnologicamente più evoluti e costosi (che oltretutto potrebbero far riflettere i potenziali acquirenti sull’effettiva utilità di illuminare nottetempo giardini ed aiuole).

La proprietaria dell’agriturismo mi rassicura sul fatto che le luci esterne verranno spente  dopo l’ora di cena, ma per il momento non posso farci nulla. Le luci non sono tali da peggiorare la visione degli oggetti celesti, ma non posso in pratica girarmi, consultare le mappe o cambiare il puntamento del telescopio senza ritrovarmele negli occhi ad abbagliarmi e danneggiare il mio “adattamento al buio“.

La retina ha infatti bisogno di diversi minuti per adattarsi ai bassi livelli di illuminazione e raggiungere la massima sensibilità. In questo processo i sensori itulizzati per vedere di giorno, i “coni”, migrano in profondità, mentre vengono portati in superficie i “bastoncelli”, più sensibili alla luce fioca. Un adattamento lentissimo che può essere vanificato in pochissimo tempo da una luce intensa ed abbagliante.

Ma il cielo che ho sopra la testa è troppo spettacolare perché possa decidere di posticipare l’osservazione a dopo l’ora di cena. Buttato un rapido sguardo, subito dopo il tramonto, ad una sottile falce di Luna prossima all’orizzonte ed a Giove (oggetti brillanti visibili anche in condizioni di cielo non perfettamente buio), appena il crepuscolo avanza a sufficienza parto a macinare oggetti “non stellari“.

Inizio con un po’ di roba già familiare, per testare la qualità del cielo e far osservare anche un po’ di cose molto vistose a Manu, che alla ventosa terrazza stellata preferisce alternare il comodo salotto adiacente ed un buon libro.

Il primo oggetto della serata, se ben ricordo, è la “Crab Nebula” nel Toro, molto netta. Poi cerco e trovo M78. La “Fiamma“, accanto alla Zeta è anch’essa evidente, mi riprometto di tornarci su più tardi per cercare la “Testa di Cavallo” che lì per lì non riesco a vedere (ma me ne dimenticherò…).

La nebulosa di Orione (M42-43) è al suo top, a bassi ingrandimenti è evidente il ponte luminoso che “chiude” le ali, come pure la evanescente nebulosa NGC1977. Ingrandisco la zona del Trapezio per ammirare le sei stelline immerse nella nebulosità.

Quindi punto la nebulosa “Rosetta” (NGC2237), intravista per la prima volta la sera precedente dal mediocre cielo di Frasso Sabino col 10″ dell’amico Andrea. La differenza è notevolissima, il fondo cielo è molto più scuro e consente di seguire la debole nebulosità tutto intorno all’ammasso aperto racchiuso al suo interno. Da Frasso se ne intravedeva solo il lembo più luminoso.

Uso poco il filtro nebulare OIII, a differenza di quanto accade sotto cieli più inquinati l’effetto di “distacco” delle nebulose è meno evidente, e la perdita di luminosità generale penalizza l’osservazione. Ho la sensazione che il fondo cielo sia già talmente scuro da non premiare l’uso di filtri.

Un’occhiata all’ammasso aperto M46, ma solo per ammirare la piccola nebulosa planetaria contenuta al suo interno, poi faccio un po’ di confusione con NGC2359, la “Thor’s Helmet” (che nel mio catalogo, chissà perché, è riportata come “Duck Nebula“), la osservo ma perdo l’occasione per studiarmela con calma.

Altro oggetto da non mancare la supernova appena esplosa in una galassia nella Giraffa, NGC 2655, ben visibile accanto al nucleo. Quindi, dato che “sono in zona“, la coppia M81-M82, spendendo un po’ più di tempo sulla seconda per osservarne le irregolarità nel nucleo.

Passo ad M33, molto ben evidente, e per la prima volta ho la sensazione di intravedere la struttura delle braccia a spirale. Sbircio anche M31, la grande galassia in Andromeda, con le due compagne nettissime, ma sono ormai preso dalla “sindrome del buffet“: troppe cose da vedere e rivedere sotto un cielo fantastico. Saltello dall’una all’altra senza sosta. Penso un oggetto (NGC891, avrei tanto voluto rivederla…), e prima di averlo puntato me ne viene in mente un altro e vado su quello, dimenticando di osservare il primo.

Gli appunti presi (quando mi ricordavo di segnare le cose osservate…) mi rammentano anche due nebulose planetarie, una nella Giraffa (NGC1501) ed una nell’Eridano (NGC1535), entrambe marcate con un punto esclamativo di apprezzamento, la “Eskimo Nebula” (NGC2392) nei Gemelli ed il flebile ammasso globulare nella Lepre (M79) le cui deboli stelline appaiono in parte risolte.

Tutto questo con un lieve vento freddo che lentamente mi gela le gambe e le mani e minaccia di far svolazzare le mappe ed il catalogo di oggetti da osservare, mentre mi muovo ingobbito ed incappucciato per evitare di farmi abbagliare dai lampioncini “a palla” e mi arrabatto per sfruttare una normale sedia dallo schienale troppo alto al posto della ben più versatile scaletta Foppa Pedretti dimenticata a casa.

L’ora di cena mi coglie già sazio di visioni “non stellari” e molto disponibile ad un break di tepore e buon cibo. In seguito, rifocillato e “stiepidito“, provvedo ad indossare i pantaloni da sci, vero asso nella manica contro il freddo pungente.

Ho scoperto dopo averli acquistati che non è sufficiente coprire bene solo una parte del corpo, il freddo aggredisce quello che rimane meno protetto e si diffonde. Doverosamente scafandrato posso affrontare una ventosa notte invernale senza neppure dover indossare i guanti, che mi impedirebbero notevolmente l’alternanza degli oculari.

Finalmente le “palle” sono spente e la rotazione terrestre ha portato la zona tra il Leone e la Vergine ad un’altezza utile per le osservazioni. In questo fazzoletto di cielo sono rintracciabili letteralmente decine e decine di galassie, appartenenti al cosiddetto “Virgo Cluster“. Comincio con la zona della Chioma di Berenice, gli appunti riportano NGC4293, M100, NGC4312, NGC4262, M99, la coppia NGC4302-4298, M86… poi si arrestano.

Gli oggetti si accavallano all’oculare, perderei più tempo ad appuntarli che ad osservare, uso le mappe per capire da che parte spostare il telescopio guardando direttamente nell’oculare, senza bisogno di usare il sistema di puntamento del telescopio. Da una galassia all’altra, come pollicino con i suoi sassolini.

E’ difficile condensare in parole l’emozione che dà scorgere questi batuffolini sospesi nel vuoto, tondi, ovali, allungati. C’è un dato estetico, ovviamente, ma ancora di più la consapevolezza di essere al cospetto dell’immensità sconfinata del Cosmo.

Ognuna di quelle macchioline è un sistema stellare paragonabile alla nostra galassia, la Via Lattea, ognuna composta da centinaia di miliardi di stelle, coi relativi sistemi planetari, probabilmente forme di vita, civiltà irraggiungibili ed inconoscibili. Penso alla luce che raggiunge la mia retina dopo aver viaggiato nel vuoto per cinquanta milioni di anni…

Mi fermo ad appuntare un oggetto che non è segnato sulla mia mappa: tra le galassie NGC4459 ed NGC4474 c’è qualcosa di ancora più debole ma percettibile. Scoprirò, una volta tornato a casa, trattarsi della minuscola NGC4468.

Macino galassie a decine, ebbro di entusiasmo per un cielo finalmente all’altezza delle mie aspettative, senza preoccuparmi di appuntare il numero di catalogo, la forma, le dimensioni, semplicemente come un bambino affacciato sugli incomprensibili misteri dell’Universo.

A differenza dell’anno precedente, quando avevo effettuato lo stesso tour in primavera, in beata solitudo sotto i cieli di Campo Felice, stavolta mi ricordo di cercare M104, la “Sombrero Galaxy“. Oggetto assolutamente unico tra quelli osservabili con piccoli telescopi, quasi perfettamente di taglio, con un bulge evidente ed una banda scura nettissima che ne nasconde la metà inferiore.

Poi, forse a voler cambiare un po’ tipologia di oggetti dopo l’indigestione, gli appunti riportano NGC2419, un ammasso globulare nella Lince, debolissimo. A posteriori realizzerò trattarsi di un oggetto molto particolare: “the Intergalactic Wanderer“, il vagabondo intergalattico, l’ammasso globulare più lontano tra quelli in orbita intorno alla Via Lattea.

Quindi torno nell’Orsa Maggiore, di nuovo a caccia di galassie, dove rintraccio NGC3184, M101 (di cui intravedo per la prima volta la struttura delle braccia spirali), M109, M108 con accanto la nebulosa planetaria M97, la “Nebulosa Gufo“. Poi mi sposto nei Cani da caccia ed osservo i già noti quattro oggetti Messier della costellazione; M51, M63, M94 ed M106, quindi per la prima volta la coppia di galassie NGC4485+4490 e le adiacenti NGC4449 ed NGC4244.

La serie di appunti termina qui, probabilmente intorno alle tre e mezza di notte. Manu per qualche motivo si sveglia e decide di alzarsi per venirmi a strappare dalle visioni notturne. Mi trova in terrazza ormai allo stremo delle forze, stanco ed appagato. Nel giro di una manciata di minuti le faccio fare un tour rapidissimo di una quindicina di oggetti particolarmente spettacolari, approfittandone per rivederli io stesso e “piluccare” chicche già note e fino a quel momento bypassate come il globulare M3.

Quindi mi arrendo, chiudo tutto, appoggio il telescopio ancora montato nel saloncino adiacente e mi abbandono finalmente al meritato riposo.

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4 thoughts on “A caccia di galassie (terza parte)

  1. Sono passata di qui, mi sono fermata un po'. Tu osservi il cielo, io vivo tra le nuvole… forse perché la terra in questo momento (o almeno il nostro pezzettino) sembra un luogo così difficile?
    Tornerò, se posso.
    Alexandra
     

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