A caccia di galassie (prima parte)

Chi mi segue da un po’ sa della mia passione per l’osservazione del cielo, e di come questa si sia trasformata, nel corso degli anni, in una piccola ossessione personale volta alla ricerca di cieli il più possibile incontaminati dall’illuminazione artificiale. Sui disastri prodotti dallo spreco energetico notturno ho già scritto molto, in particolare qui, per rendere meglio l’idea aggiungo questa recente foto scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale.

L’effetto visivo è molto scenografico, ma il risultato pratico di questa foga nel cancellare il buio è rovinoso. Oltre allo spreco energetico connesso, l’enorme lampadario alla rovescia in cui abbiamo trasformato l’intera nazione ottiene il risultato di illuminare il cielo stellato sopra le nostre teste, cancellandone la percezione e, sulla distanza, perfino il ricordo.

Già oggi dalle città è impossibile vedere altro che le stelle più brillanti, i disegni delle costellazioni sono irriconoscibili, per non parlare della Via Lattea, a malapena individuabile ormai anche dall’aperta campagna. Solo dalla cima delle montagne più impervie è possibile avere un’idea dello spettacolo incredibile che per millenni ha accompagnato la crescita dell’umanità su questo pianeta.

La mia “ricerca del cielo perduto“, dopo anni di letargo dovuto allo sconforto, è ripartita due anni e mezzo fa dal monte Nerone, ha visto un culmine sul Roque de Los Muchachos, alle Canarie, è proseguita in Corsica l’estate scorsa e procede tutt’ora, alla ricerca del miglior compromesso tra qualità del cielo, distanza e complicazioni connesse.

Mi serve a poco un cielo perfetto se posso arrivarci al massimo una volta l’anno e senza portare il telescopio (Canarie), va già meglio un cielo quasi perfetto raggiungibile, sempre una volta l’anno col dob in macchina (Corsica), ma l’ottimale è un cielo raggiungibile, con adeguata (ed ingombrante) strumentazione al seguito, almeno una volta al mese.

Per meglio comprendere l’entità del problema occorre ragionare partendo dallo studio di Pierantonio Cinzano (anche se vecchio di ormai dieci anni). L’illustrazione qui sotto mostra lo stato disperante della nostra penisola.

In questa che si potrebbe ben definire “natura morta” le zone prive di inquinamento luminoso sono rappresentate in nero, quelle con IL modesto in blu, quelle con IL percepibile e già fastidioso in verde. Dal giallo in poi per una varietà di oggetti deboli come nebulose e galassie è meglio lasciar perdere. La fatica di spostarsi e montare la strumentazione non è ripagata dal poco che si vede.

Va detto a questo proposito che l’osservazione di oggetti deboli (in gergo “deep sky“) non è l’unica pratica astronomica possibile. L’osservazione lunare e planetaria non abbisogna di cieli bui, ed anche le riprese astronomiche sono meno penalizzate dalla presenza di fondo cielo, facilmente rimovibile col fotoritocco.

Solo l’osservazione visuale richiede cieli perfettamente bui. Quei cieli che da noi non esistono più. Stabilito questo, con la passione di un naturalista in cerca di esemplari di una specie rarissima ed ormai quasi estinta mi metto in caccia di qualcosa che potrei non riuscire a trovare: la luce fioca di galassie lontanissime.

(continua)

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5 thoughts on “A caccia di galassie (prima parte)

  1. Ciao cacciatore di galassie !

    A me più che il paragone con le specie estinte viene in mente quello con le qualità "quasi estinte" dell'uomo, soprattutto nell'Italia di oggi. Meglio non citarle, c'è il rischio di spaventarsi, creando il più realistico dei film horror.

    Ma per fortuna hai scritto "quasi". Ci sono ancora tante isole di deep sky, di rispetto, di amicizia. Certo bisogna cercarle, coltivarle, lasciare che affiorino dal buio più profondo. Ma se le scopri …….

    Verrò a caccia di galassie …

    Nick

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