Galassie

La passione per l’astronomia, che mi accompagna ormai da diversi decenni, è in fondo il riflesso di quella curiosità insaziabile che mi spinge ad indagare tutto ciò che non so. In questa continua esplorazione ha assunto forme diverse, si è avvalsa negli anni di strumenti diversi, via via più specialistici e performanti, ha avuto periodi alti e bassi, ma non mi ha mai abbandonato.

Ad oggi, sulla soglia dei cinquant’anni, mi ritrovo a partire da solo (non sempre si creano le condizioni per coinvolgere altri), in macchina, sul far della sera, ed a viaggiare per diverse decine di chilometri alla ricerca delle montagne e del (relativo) buio. Una volta arrivato nel luogo prescelto mi serve quasi un’ora per riassemblare e mettere a punto la strumentazione prima di poter osservare veramente.

Non c’è fretta, dato che la “notte astronomica” inizia in media un’ora e mezza dopo il tramonto del Sole, e i target che mi interessano hanno bisogno del buio più assoluto, o almeno buio quanto le luci delle lontane città consentano (l’inquinamento luminoso arriva a far danni a decine di km di distanza).

A quel punto scelgo sulla mappa l’oggetto che voglio osservare, accendo un piccolo laser verde allineato al telescopio che, come una sottile matita di luce, mi indica sulla sfera celeste il punto dove l’oggetto dovrebbe trovarsi, accosto l’occhio all’oculare ed attendo di vedere la “magia” ripetersi ancora una volta.

Quello che appare nel campo dell’oculare è quanto di meno spettacolare si potrebbe immaginare, in genere si vedono un po’ di deboli stelline sparpagliate in maniera casuale, ed in mezzo a queste stelline puntiformi l’oggetto appare come una macchia estesa e debolissima, a volte perfino troppo debole per essere visto direttamente, ma percepibile solo con la coda dell’occhio.

Allora cos’è che fa scattare il meccanismo di meraviglia? Cos’è che giustifica la fatica, i chilometri percorsi, la spesa per benzina ed autostrada, l’inquietudine del trovarsi da soli in un luogo sperduto ed isolato, il disagio, spesso il freddo? Si rende necessario un passaggio ulteriore, un passaggio interpretativo, di natura culturale.

Il termine stesso “oggetto” non rende minimamente l’idea di cosa si stia osservando. Gli astrofili lo utilizzano in mancanza di termini migliori, ma basta provare a coinvolgere un profano (in questo caso mia moglie, almeno le prime volte) per rendersi conto dell’enorme sforzo necessario per rendere maneggiabile e comprensibile, inquadrabile in un qualsivoglia schema della realtà, quello che stiamo osservando. Di quanto lontano dall’esperienza quotidiana sia quello che ci si dischiude davanti agli occhi.

Il fatto è che l’Universo è in larghissima parte vuoto, completamente vuoto. Non c’è nulla, al di fuori del sottilissimo strato di atmosfera nel quale siamo immersi, che possa fermare la radiazione luminosa, che ha quindi modo di viaggiare indisturbata. E questa luce arriva a noi da ogni punto dell’Universo dove vi sia una sorgente luminosa, a qualsiasi distanza tale sorgente si trovi.

Di giorno la luce del Sole ci arriva, dalla distanza di 150 milioni di chilometri, dopo otto minuti di viaggio. Ci arriva dalla Luna, riflesso di quella emessa dal Sole, e per farlo compie un tragitto di 380.000 km in poco più di un secondo. Allo stesso modo la luce riflessa del Sole ci arriva dagli altri pianeti: da Giove ci arriva mezz’ora dopo aver lasciato la superficie del pianeta.

Ma le stelle, oggetti in tutto e per tutto simili al nostro Sole, sono ancora più lontane. La luce della stella più vicina alla Terra, Proxima Centauri, arriva a noi dopo un viaggio di quattro anni e mezzo, effettuato all’irraggiungibile velocità di 300 mila chilometri al secondo: 4,5 anni luce, un’unità di distanza, anche se riferita ad un tempo.

Tutte le altre stelle sono più lontane, e formano complessivamente una struttura chiamata Galassia, che ne contiene un numero prossimo a cento miliardi ed ha la forma di un disco schiacciato con un diametro di circa centomila anni luce. Una struttura perfettamente visibile ad occhio nudo, da un cielo sufficientemente buio, e che prende il nome di Via Lattea (in greco antico Ga Lacta, da cui il termine galassia).

Già un concetto del genere va oltre le misere capacità della mente umana, qualunque sforzo di renderlo comprensibile e riportarlo in una scala in qualche maniera gestibile è del tutto vano. L’unica maniera di maneggiarlo è attraverso la fredda astrazione dei numeri, del linguaggio matematico, dei calcoli.

Ma da molti decenni ormai sappiamo che la Via Lattea, per quanto sconfinata, immensa, inconcepibile, non rappresenta l’intero Universo. E’ invece un oggetto tipico nel suo genere: spingendo lo sguardo un po’ più in là si scopre che su una scala più grande l’Universo è popolato di Galassie, poste fra loro a distanze dell’ordine del milione, o delle decine di milioni di anni luce.

Come si fa a prendere per vera un’idea del genere? Come può un curioso, un vero curioso, mettere alla prova tali affermazioni? In quale piaga il nostro moderno San Tommaso deve andare ad infilare la sua mano per accettare una verità che va al di là della comprensione?

La risposta, l’avrete intuito, è molto semplice: l’Universo è vuoto, quindi trasparente. Nulla impedisce alla luce di viaggiare anche per decine di milioni di anni nella nostra direzione, dobbiamo solo costruirci degli “occhi” abbastanza grandi da raccoglierla e vederla. Occhi fatti di vetro e specchi che abbiamo finito col chiamare telescopi.

E quindi ecco spiegata la magia di quella macchiolina ovale ed indistinta che ci appare, al limite della visibilità, osservando al telescopio. Altro non è che il fantasma emesso milioni di anni addietro, quando la specie umana ancora non esisteva da un conglomerato di centinaia di miliardi di soli. Luce fossile che ha viaggiato nel vuoto assoluto per un tempo incommensurabile solo per raggiungere le nostre retine e raccontare al un minuscolo cervello di un mammifero bipede la propria esistenza.

Bastano davvero pochi fotoni per raccontarci la realtà di un Cosmo semplicemente al di là della nostra capacità di comprensione, ad instaurare quello che personalmente considero un “rapporto privilegiato con l’Universo”, ed a ricordarci quanto piccola, fragile e per ciò stesso preziosa sia la nostra esistenza su questo minuscolo granello di polvere, posto ai margini dell’infinito.

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