I ciclisti, il secchio e la pioggia (o la brutale spietatezza dei numeri)

La recente vicenda delle bici rimosse dalle balaustre della stazione Termini presenta numerosi risvolti non immediatamente evidenti. Cercherò di riassumerla brevemente, prima di passare all’analisi.

Accade spesso che, in assenza di stalli per il parcheggio delle bici, si finisca con l’utilizzare l’arredo urbano disponibile: pali, parapedonali, balaustre; tutto ciò che possa consentire un fissaggio del telaio del veicolo adeguato a prevenirne il rischio di furto. Di norma le bici così legate sono diluite nell’intera città, ma in luoghi particolarmente affollati tendono ad addensarsi.

Le biciclette parcheggiate in prossimità dei grandi nodi di scambio sono utilizzate abitualmente in abbinamento col treno: si arriva da casa a bordo del trasporto su ferro, si slega la bicicletta e si procede con quella a percorrere un breve tragitto fino al posto di lavoro, senza sovraccaricare i bus di linea e soprattutto evitando le attese ad essi connesse. Stessa modalità per il rientro.

Dato l’elevato rischio di furti, le bici utilizzate in questa modalità sono in genere di basso valore commerciale, da un lato per non rimetterci troppi soldi in caso di furto, dall’altro per disincentivare i ladri ed aumentare la probabilità di ritrovare la bici al suo posto la mattina successiva (problema ben più sentito che non il furto in sé).

A questa tipologia di utenza sembra essersi aggiunta, nell’ultimo periodo, quella dei fattorini che consegnano cibi a domicilio. Un’attività lavorativa caratterizzata da magri guadagni, che risulta attrattiva solo per fasce molto povere della popolazione. Riportano le cronache che diverse delle bici rimosse avessero accanto borse per il trasporto di cibarie, in condizioni igieniche ritenute non ottimali.

In assenza di stalli per la sosta sicuri e vigilati, l’aspetto esteriore ‘poco appetibile’ è un plus nella scelta delle bici da lasciare in strada. Il risultato è una sovrabbondanza di biciclette dall’aspetto trascurato e malandato.

Ora estrarrò due numeri dal cilindro. Il primo è il numero, indicato da Wikipedia, relativo ai passeggeri che quotidianamente transitano attraverso il nodo ferroviario della stazione Termini: 480.000. Questo numero è in realtà una stima per difetto del totale delle persone che si trovano a transitare giornalmente per Piazza dei Cinquecento, dove è presente un nodo di scambio tra due linee metropolitane e la maggior concentrazione di capolinea di bus dell’intera città.

Il secondo numero è la stima, effettuata dal Comune di Roma, relativa agli spostamenti in bicicletta, che si attesta sul 4% del totale. Andando ad incrociare queste due cifre otteniamo un numero disturbante. Il 4% di 480.000 (che, come già detto, è una stima per difetto) equivale a poco meno di 20.000. Questa cifra ci suggerisce, in prima approssimazione, il numero di stalli bici che dovrebbero essere garantiti, allo stato attuale di basso utilizzo della bicicletta, per la fruibilità della piazza.

Per confronto, la stazione di Utrecht Central, in Olanda, a fronte di un transito giornaliero molto inferiore (280.000 passeggeri), ha un’offerta di sosta per biciclette di 12.500 posti, che raggiungeranno i 33.000 nel 2020. Possiamo correggere queste cifre considerando che la percentuale di utenti della bicicletta in Olanda sia più elevata che da noi (circa dieci volte tanto, in percentuale), ma anche così i 20.000 posti equivalenti (ancora, stimati per difetto) si ridurrebbero a 2.000. Dove sono questi 2.000 stalli per biciclette a Piazza dei Cinquecento?

Attualmente non ci sono stalli disponibili, se non molto nascosti e facilmente depredabili. Le poche biciclette parcheggiate (malamente) appartengono a cittadini consapevoli di infrangere la legge e rischiare la rimozione, il danneggiamento del meccanismo di blocco ed una multa salata, entrambi spesso superiori al valore di mercato della bicicletta stessa. In ragione di ciò è estremamente raro che i mezzi sequestrati nelle occasionali azioni di ‘repulisti’ vengano rivendicati dai legittimi proprietari, il che viene generalmente interpretato come ‘stato di abbandono’ delle bici stesse.

Questo mi porta a sviluppare un parallelo analogo al celebre dilemma “è nato prima l’uovo o la gallina?”, ovvero: vengono prima i ciclisti o le infrastrutture di cui hanno necessità. Ed arriviamo al secchio ed alla pioggia, che ho premesso nel titolo.

Possiamo pensare di raccogliere la pioggia in un secchio, ma il secchio va posizionato all’aperto prima che la pioggia cada. Quando la pioggia cadrà, troverà il secchio, e non verrà assorbita dal suolo. Appare ovviamente irragionevole pensare di aspettare che la pioggia si raccolga da sé, nell’aria, in assenza del secchio.

Trasportando questo parallelo alla situazione sopra descritta, la pioggia rappresenterà i ciclisti, ed il secchio le infrastrutture per la ciclabilità. Se non si creano le condizioni minime a consentire una reale fruibilità delle infrastrutture cittadine (il secchio) il numero dei ciclisti non crescerà oltre una soglia minima, rappresentata da quella ridotta fetta di popolazione talmente ostinata, o disperata, da accettare di misurarsi quotidianamente con una realtà ostile e pericolosa.

Questa è esattamente la situazione di stallo in cui annaspa il cicloattivismo italiano ormai da decenni. I nuovi ciclisti che si affacciano sulle strade non trovano alcun ‘secchio’ ad accoglierli e confortarli: trovano una terra arida e secca, pronta ad assorbirne e prosciugarne le residue energie e volontà. E per ogni nuovo combattente che sceglie di non arrendersi ce n’è uno di vecchia data che getta la spugna, o che tira i remi in barca.

Se davvero pensiamo di far crescere significativamente l’uso della bicicletta a Roma, un nodo cittadino cruciale come Piazza dei Cinquecento, oltre ad una rete di piste ciclabili a servizio, dovrebbe disporre di centinaia, se non migliaia, di stalli bici vigilati e protetti, non certo dell’ennesimo parcheggio per automobili, recentemente realizzato, che otterrà unicamente di attrarre ulteriore traffico veicolare in prossimità della stazione, aggravando una situazione già adesso ingestibile.

Ed il Comune di Roma dovrebbe obbligare Grandi Stazioni, in quanto gestore di servizio pubblico, a dotarsi delle infrastrutture necessarie a svolgere i servizi utili alla visione di città che si vuole promuovere. Perché la riduzione del traffico veicolare si realizza con fatti concreti, con infrastrutture a servizio di una diversa visione della città, non unicamente con i buoni propositi.

Men che meno si realizza con la repressione di quei pochi coraggiosi utenti che, in assenza di tali servizi, si mettono in gioco e rischiano del proprio per portare avanti una visione sostenibile della mobilità cittadina. Questo intervento di rimozione, nei termini e nelle modalità in cui è stato posto in atto più che nella sua formale legittimità, rappresenta purtroppo un significativo passo falso nel dichiarato percorso di questa amministrazione a favore della mobilità sostenibile.

2 pensieri su “I ciclisti, il secchio e la pioggia (o la brutale spietatezza dei numeri)

  1. Questo in scala è applicabile dalla stazione Termini al paesino sperduto nella remota provincia, pertanto ti ingrazio.
    E riassumibile con la soluzione già data al dilemma dal buon vecchio Colville-Andersen: «Non esiste l’uovo o la gallina, c’è solo l’infrastruttura».

  2. Pingback: A Roma Termini servono *almeno* 10.000 posti bicicletta protetti, ma Grandi Stazioni, vigili e istituzioni dormono | Benzina Zero

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