Le cause e gli effetti

In questi giorni sono tornato a riflettere sulla questione del collasso delle civiltà. Normalmente tendiamo a considerare l’avvento della civiltà come un processo in divenire mentre il suo collasso viene descritto come qualcosa a sé stante, un fenomeno che innesca il precipitare degli eventi e la distruzione, o lo stravolgimento, della civiltà stessa.

Ma è realmente così? È corretto questo approccio? Il collasso delle civiltà è un effetto inatteso o piuttosto parte integrante del percorso complessivo? Questa seconda opzione ci apre una chiave di lettura diversa e forse più calzante.

Pensiamo ad un qualunque oggetto di uso comune sottoposto ad usura: è corretto pensare che sul lungo periodo finirà per degradarsi al punto da diventare inutilizzabile. Quindi come descriveremmo il momento in cui l’oggetto si rompe in maniera irrimediabile? Collasso? Quanto è davvero inatteso tale esito?

Prendiamo ad esempio l’oggetto di consumo principe dei nostri tempi: l’automobile. Nessuno ormai pensa più di acquistare un’automobile per continuare ad utilizzarla tutta la vita e lasciarla poi in eredità alla propria discendenza, per tutta una serie di motivi non ultimo di quali l’obsolescenza programmata.

L’utilizzo stesso dell’automobile produce una lenta ed inesorabile usura, il meccanismo di trasformazione energetica del motore a scoppio inevitabilmente degrada le parti mobili coinvolte; le trasmissioni meccaniche lentamente erodono le parti metalliche con le quali sono realizzate; gli urti e le vibrazioni innescano processi distruttivi nelle diverse parti strutturali del veicolo; pioggia, sole e sbalzi termici danneggiano vernici e finiture estetiche.

Nel corso degli anni il veicolo viene sottoposto ad interventi di manutenzione e riparazione che diventano progressivamente più frequenti ed onerosi, mentre le parti non direttamente coinvolte nella funzionalità dello stesso vanno incontro ad un lento ed inesorabile declino. Parallelamente le prestazioni ed il grado di soddisfazione prodotto dal suo utilizzo scemano vistosamente.

Alla fine del ciclo di vita del mezzo emerge con evidenza l’irreparabilità dei danni cumulati e l’impossibilità di ripristinare le funzionalità iniziali senza un investimento di gran lunga superiore al valore commerciale del veicolo. Detto in altri termini, il processo industriale di fabbricazione di una vettura nuova (all’interno dell’attuale sistema economico) risulta meno costoso rispetto agli interventi necessari a mantenere la funzionalità della vecchia ad un livello accettabile.

A questo punto l’automobile viene rottamata, ma possiamo davvero definire questa parte del processo, questo cosiddetto “collasso”, come inatteso, imprevedibile? Ovviamente no: la conclusione è parte del processo e dipende dal processo stesso, non è un evento a sé stante. Possiamo non sapere quando avverrà una rottura, ma sapremo che prima o poi qualcosa si romperà perché è nella natura fisica delle cose non essere indistruttibili.

Ora proviamo a trasferire questo parallelo alle civiltà umane. È difficile definire con esattezza il momento di inizio di una cultura perché la storia non procede per salti: ogni epoca fluisce e si trasforma lentamente nella successiva. Tuttavia le civiltà sono caratterizzate dal perdurare di linguaggio, estetica, modalità relazionali, filosofie lungo un arco di tempo sufficientemente esteso da distinguersi rispetto a ciò che le precede e le segue.

Potremmo dire che l’inizio di una civiltà consiste nel diversificarsi, per più di qualche carattere di costume, dall’epoca che l’ha preceduta. Nel muovere ad una trasformazione culturale profonda innescata da un mutamento nell’approccio all’esistente, come può essere l’avvento di una religione, o di una corrente filosofica, come il pensiero scientifico.

Quello che è comune in tutti questi processi è l’alterazione di un precedente stato di equilibrio, o la reazione ad un disequilibrio venutosi a creare come esito della precedente civiltà. Così, ad esempio, l’impero romano sorge quando una delle tante piccole città del centro Italia in perenne conflitto con le altre sviluppa una strategia politico-militare particolarmente efficiente ed inizia ad espandere il proprio controllo a mezza Europa ed all’intero bacino del Mediterraneo.

Lo fa creando un equilibrio dinamico dove prima ce n’era uno statico, e nel farlo innesca un processo di progressivo esaurimento delle risorse che sul lungo periodo riporta la situazione al punto di partenza, seppure con un millennio di evoluzione tecnologica, culturale e filosofica in più a guidare la nascita di nuovi imperi e civiltà.

Se consideriamo come tratto dominante delle culture preistoriche e tradizionali l’equilibrio con l’ecosistema (anche qui con parecchie eccezioni dato che uno dei principali esiti della diffusione della nostra specie al di fuori del continente africano è consistita nell’estinzione della macrofauna e di alcune forme di macroflora da quattro dei cinque continenti), possiamo individuare nel disequilibrio il tratto dominante delle culture storiche.

Così, ad esempio, l’invenzione dell’agricoltura in Mesopotamia ha dato il via alla nascita delle città, al saccheggio delle risorse ed alle guerre per l’acqua, quindi, lentamente ma inesorabilmente, alla progressiva desertificazione di quelle terre. La civiltà industriale sta portando questo processo su scala planetaria in termini di saccheggio delle risorse e danni ambientali.

Dalla distruzione di suolo fertile (30% negli ultimi quarant’anni!), all’overfishing, alla sovrappopolazione, al progressivo surriscaldamento dell’atmosfera, tutti gli indicatori ci segnalano l’insostenibilità del nostro modo di vivere, quindi che aspettative possiamo avere rispetto al futuro se non un brutale arresto quando non sarà rimasto più nulla da consumare?

Disgiungere gli effetti dalle cause non è prassi accettabile in un’analisi onesta, men che meno confidare nei miracoli. Il risultato finale della civiltà dei consumi sarà l’esatto prodotto di quello che stiamo pazientemente costruendo: il consumo di tutto quello che è consumabile. Ottenuto questo risultato, al quale stiamo alacremente lavorando da decenni, non resterà più nulla se non rifiuti tossici e degrado, popolazione in sovrannumero e conflitti per le briciole residue.

E non dovrà sorprenderci, perché è esattamente quello che stiamo consapevolmente realizzando, assecondando l’avidità del momento e fingendo di ignorare che ad ogni azione corrisponde una reazione, ad ogni causa un effetto. Le civiltà umane corrono tutte alla massima velocità verso la propria conclusione, come un fuoco pirotecnico che schizza verso l’alto ed esplode nel massimo splendore, poco prima di bruciare completamente e ridursi in cenere.

2 thoughts on “Le cause e gli effetti

  1. Beh…non saprei dire se l’umanità si usura…piuttosto usura l’ecosistema. Tuttavia si evolve (cosa che un auto non fa, di norma…) e mi sembra che comunque si riaffermi vividamente il modello complessità che porta al collasso (Tainter, Bardi, etc.). La cosa che mi ha colpito di più nella lettura di Collapse di Diamond è l’evidenza del fatto che civiltà siano giunte al collasso nonostante la consapevolezza di tale rischio, la sua evitabilità a fronte dell’adozione di opportune scelte e della disponibilità delle classi dirigenti di informazioni, mezzi e poteri idonei a tal fine. Civiltà collassate per insipienza, inerzia, stupidità,…Invece sembra che qui si sia tutti imbevuti di un misto di cultura post illuminista, film di bruce willis e scientismo fideistico, per cui alla fine l’Uomo trova la soluzione geniale e in qualche modo la sfanga e siamo tutti contenti, come prima proiettati verso nuove e meravigliose sorti progressive. E poi: “non vorrai mica tarpare le ali allo sviluppo (ala ottimismo e ala consumo) con queste tue argomentazioni jettatorie?”

    • Le civiltà si usurano. Gli edifici, per dire, all’inizio sono nuovi e splendidi, poi col passare del tempo inizia la decadenza e la loro stessa manutenzione assorbe risorse. Quelli più spettacolari si tengono, gli altri si abbattono per costruirne di nuovi. C’è una frase che ho sentito recentemente riferita alle civiltà: “un rapido collasso può risultare preferibile ad una prolungata agonia”.

      La complessità certo ha il suo peso, ma credo che alla fine prevalga la stanchezza, l’affermarsi di una dicotomia continuità/cambiamento che divide i popoli. Così i conservatori si ritrovano schierati da un lato, i rivoluzionari dall’altro. I primi hanno dalla loro le leve economiche, i secondi la fantasia e la volontà, e l’occasione di prevalere è data dal progressivo esaurimento delle fonti di ricchezza che hanno dato vita alla cultura in essere. Se queste fonti non si esauriscono (penso al secolare impero cinese) la civiltà entra in una stasi che può durare secoli e venire turbata solo da rivoluzioni tecnologiche, non politiche.

      In sostanza chiamiamo “civiltà” una modalità organizzata di sfruttamento delle risorse disponibili, siano esse gli schiavi (impero romano), le palme giganti (Rapa Nui), il petrolio (era industriale). Il collasso avviene insindacabilmente con l’esaurirsi di queste risorse, o in alternativa avviene una transizione a risorse diverse. E questa cosa ha un senso in quello che potremmo definire come “principio del massimo saccheggio”: la realtà che riesce ad operare la massima conversione (aka: distruzione) di risorse è quella che nel momento storico prevale. Valeva per l’avvento dei mammiferi sui rettili, ancor più vale per i gruppi umani. In soldoni la lungimiranza è una bella cosa, ma è anche un lusso che nessuno, nel proprio momento contingente, vuole permettersi.

      Detto in altri termini: “chi vuol esser lieto il sia/di doman non v’è certezza”.

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