Il trionfo della morte – 1

Sto ammucchiando idee da diverso tempo, e il guaio è che sono tutte idee collegate tra loro. Formano la trama di un affresco discretamente vasto, che non ho modo di contenere in un unico post senza renderlo prolisso e strabordante. La soluzione è smembrarlo, questa è la prima parte.

Difficile anche stabilire un punto di partenza del ragionamento, dato che dovrò toccare punti culturalmente molto distanti. Probabilmente converrà iniziare dalla prima intuizione, datata un paio di mesi fa, riguardante gli sguardi degli automobilisti mentre mi sposto in bicicletta attraverso la città.

Parte prima: gli occhi degli automobilisti

Tempo addietro scrissi un post semi-ironico intitolato “Perché gli automobilisti ci odiano”, col tempo ho compreso che in quegli sguardi c’è qualcosa di più, e di diverso, dall’odio. Ritengo si tratti di una forma di nostalgia.

Da appassionato di quella meravigliosa forma di narrativa metaforica che ricade sotto la definizione di fantascienza, rimasi estremamente colpito, molti anni fa, da un racconto breve di Isaac Asimov intitolato Occhi non soltanto per vedere. Solo poche pagine per affrontare il tema del cambiamento, della trasformazione, della perdita di sé.

Il racconto, in breve, immagina l’evoluzione finale dell’umanità in forma di creature semi-divine di pura energia, immortali ed in grado di manipolare la realtà grazie a campi di forze. Volendo attingere ad un immaginario più tradizionale, creature sostanzialmente non troppo dissimili dagli angeli.

All’approssimarsi di una ricorrenza due di queste creature si incontrano nel vuoto dello spazio interstellare per discutere di quale opera d’arte presentare. Una delle due ha un’idea estremamente radicale per esseri di pura energia che hanno fatto dell’energia ogni uso artistico possibile ed immaginabile: produrre un manufatto di materia.

Ottenuta la perplessa attenzione dell’altro, questi comincia a raccogliere della polvere interstellare, fino a metterne insieme una palla, che prende a modellare. Da principio non sa bene cosa tirarne fuori, se non che la forma irregolare di quel mucchietto di materia comincia a smuovere dei ricordi di ciò che era prima di diventare pura energia, di quando era un essere umano.

Comincia quindi a modellare una testa, un naso, degli occhi, finché l’essere di pura energia non viene colto da un’ondata devastante di ricordi sulla propria umanità, fino a diventare consapevole di cosa era, una donna, e di cosa ha significato perdere la propria carne in cambio dell’immortalità.

La “scultrice” fugge via, alla velocità della luce, abbandonando dietro di sé la forma sbozzata della testa che aveva iniziato a modellare: sotto uno degli occhi appare una lacrima. Lacrima che, avendo rinunciato alla propria umanità, non ha più modo di versare, e questo spiega infine il titolo del racconto.

In questo breve apologo Asimov racconta il processo di evoluzione, di crescita, di trasformazione che, volenti o nolenti, il nostro essere umani ci impone, e di come ogni guadagno comporti inevitabilmente anche una perdita. Il diventare adulti ci rende più forti, più sapienti, ci spalanca potenzialità, ma per ciò stesso non può evitare di toglierci la fanciullezza, la leggerezza, la spontaneità.

Ho trovato molti paralleli tra questo racconto e la realtà contingente, uno dei quali è negli sguardi di molti automobilisti. L’idea diffusa, costruita ad arte dalle campagne pubblicitarie, è che l’automobile rappresenti una forma di crescita, di emancipazione: il possesso di un’automobile rappresenta per molti la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, e di farlo con comodità in un ambiente familiare ed accogliente.

Quello di cui gli automobilisti non sono consapevoli è quanto l’automobile tolga loro in termini di autonomia, autostima, consapevolezza di sé e degli altri: una parziale rinuncia alla propria umanità. Realtà che, ogni tanto, appare un ciclista a ricordargli.

La visione di un ciclista li rende infine consapevoli del doversi imprigionare in una lussuosa scatola per potersi spostare. Una scatola a ruote cui devono sacrificare ore ed ore di lavoro, che va continuamente nutrita, accudita, aggiustata. Una macchina che, a dispetto di quanto affermi la pubblicità, non è da essi posseduta, bensì li possiede.

E questo è il primo tassello del mosaico: la nostalgia della vita perduta. Non già una percezione lucida quanto un’ombra ai margini della coscienza, una consapevolezza negata ma incontrovertibile, l’inspiegabile sensazione di stare viaggiando dentro una bara a quattro ruote. E, forse, di essere già quasi morti.

(Continua)

Il sogno, la città e la torre

Dopo gli Stati Generali della Bicicletta e della Mobilità Nuova di Reggio Emilia mi capita spesso di ragionare sulle “città ideali” delineate dalle strategie di mobilità alternativa tratteggiate nel Libro Rosso. Quartieri car-free, sviluppo del trasporto pubblico, spazi per la mobilità in bicicletta, intermodalità.

A volte mi ritrovo a fantasticare su come potrebbe essere il mio quartiere, questo moloch di palazzoni da otto piani materializzatosi negli anni ’60 e riempitosi di automobili in sosta nei decenni successivi. In un Photoshop mentale chiudo strade, creo piazze, immagino spazi per la socialità ed il commercio locale, per i giochi dei bambini, per la vita relazionale.

Poi riapro gli occhi e il mostro è sempre lì, inamovibile, una realtà sedimentata ed incistata in decenni di passiva accettazione del pensiero unico incentrato sull’automobile. Una realtà figlia di miopia ed egoismo, di esibizionismo cafone, di passivo adeguamento al “così fan tutti”, di ignoranza, pigrizia mentale ed intellettuale.

Anche iniziando ora a demolire questa gabbia di lamiere ammucchiate l’una sull’altra, anche impiegando tutte le energie e l’intelligenza necessarie, quanto ci vorrà ad operare la trasformazione? Quanta fatica richiederà rimodellare le nostre abitudini mentali al nuovo paradigma? Quante discussioni, quante riluttanze, quante lotte andranno affrontate?

Un modello urbanistico sociale si viene strutturando nel corso dei decenni in modo che ogni parte sia funzionale alle altre, non si può aggredire e trasformare intervenendo sui singoli punti, non si cambia un pezzetto alla volta… va affrontato in blocco.

Non è possibile disincentivare l’uso dell’auto privata senza contemporaneamente offrire delle alternative valide, e spesso non si possono offrire alternative valide a vite che si sono modellate su un paradigma diverso senza stravolgerle. Se anche il risultato finale è desiderabile, sicuramente le fasi intermedie saranno lunghe, faticose e stressanti.

Come se a un certo punto, costruendo una torre, giunti al quarto o quinto piano ci rendessimo conto che tutti gli altri hanno costruito torri rotonde, mentre la nostra è quadrata. Hai voglia spiegare che tonda è più robusta strutturalmente, più resistente agli attacchi e dentro ci si vive meglio… ormai la frittata è fatta e non si torna indietro.

Ci terremo le nostre città malfatte, malate, stressanti e dagli standard di vita scadenti. Continueremo a predicare il cambiamento a gente che ottusamente rifiuterà di ammettere di aver sbagliato, caparbiamente difendendo scelte stupide ed insostenibili. Il sogno resterà sogno e ci terremo la nostra inutile torre quadrata abbandonata a metà.

(p.s.: giuro che lo spunto iniziale di questo post era ottimista, l’idea di partenza era il “sogno”, l’immaginare una città diversa prender forma sotto i miei occhi. Ma mentre lo ragionavo ho visto quest’idea accartocciarsi e collassare. Perfino sognare, anni fa, mi riusciva più facile...)