La solitudine dei filosofi

Nell’arco dei quasi sedici anni di vita di questo blog ho finito col maturare una inevitabile stanchezza. La voglia di scrivere non è scomparsa, a frenarmi non è un esaurimento della motivazione. È, piuttosto, la consapevolezza delle conseguenze di ciò che vado elaborando ultimamente.

La scoperta del meccanismo che origina i bias cognitivi ha rappresentato per me un punto di non ritorno, consentendomi di inquadrare la fragilità umana in tutta la sua varietà e complessità. La natura ci ha donato una straordinaria capacità di comprensione che risulta, al tempo stesso, uno strumento formidabile per comprendere la Realtà ed un costante attentato alla nostra stessa capacità di sopravvivenza.

L’estrema lucidità, l’estrema comprensione della natura del mondo, ci lasciano basiti ed inermi, soli al cospetto dell’inumana indifferenza del Cosmo. Solo i bias cognitivi ci aiutano a sopportare la ‘cruda realtà’, restituendoci consolanti fantasie esistenziali. Forme di auto-inganno di cui l’evoluzione ci ha forniti come aiuto per sopportare le avversità.

Da un po’ di tempo, probabilmente da sempre, la mia curiosità si è data a smontare questi costrutti. Il metodo scientifico, il continuo rimettere in discussione quello che pensiamo di conoscere, è un potente grimaldello in quest’opera di demolizione, il cui fine ultimo dovrebbe essere il raggiungimento di una comprensione chiara e lucida della realtà, non offuscata da millenni di inquinamenti culturali.

Tuttavia, più avanzo in questo percorso, più strada percorro sulla via della conoscenza, e più ottengo di allontanarmi dai miei stessi simili. Le verità che raccolgo sono spiacevoli, scomode da accettare, a tratti disperanti. L’Universo è senza senso, la civiltà umana è senza senso, le nostre vite sono senza senso. È possibile accettare questa realtà?

Personalmente, in qualche modo ci sto riuscendo, ma quel che vale per me non è detto che valga per tutti. Ho imparato in giovane età a fare a meno del conforto della fede, e più avanti ho finito col disfarmi di altre narrazioni confortanti, legate alla scienza ed alla politica. Realizzo tardivamente che potrei essere un’eccezione.

Nella vita non sono mai stato attratto dalla ricerca dello stordimento, ottenuto da molti con l’alcol e le droghe. Non mi sono mai ubriacato, mai sballato. Oggi posso leggere con lucidità queste forme di ricerca dello stordimento come segnali di fragilità, tentativi disperati di alleviare il ‘peso della vita’. La vita non mi è mai pesata, e in questo mi ritengo fortunato.

Nondimeno la vita è un peso per molti, soprattutto con l’avanzare dell’età, con la rinuncia ai sogni della gioventù, con la realtà di un corpo che perde colpi, con la scomparsa di persone care. Più si diventa fragili, più ci si aggrappa alle illusioni. È una reazione umana che non è possibile biasimare.

La mia ricerca intellettuale va in direzione opposta rispetto a questa necessità. Le persone hanno bisogno di illudersi per tirare avanti, io invece procedo a macinare queste illusioni, riducendole in polvere. E qui veniamo al punto: quale può essere il senso di condividere le mie conclusioni? Che utilità possono avere, non già per me, ma per chi le legge?

Se le persone hanno bisogno di credere, nell’essere umano, nella cultura, nella politica, nell’aldilà, nella scienza, negli ideali, che senso ha distruggere queste illusioni? Solo perché personalmente sono in grado di sopportare una tale consapevolezza, cosa mi fa ritenere di poterla infliggere con leggerezza a chicchessia?

Questo è il motivo per cui, ormai da settimane, sto girando a vuoto. Scrivo, pagine su pagine, inanello evidenze e relazioni, rapporti di causa-effetto, ma alla fine arrivo sempre al punto di domanda: a che serve, a chi serve, quello che sto scrivendo? Non trovo risposta, e le pagine restano ammucchiate nei files dove le ho stipate.

L’ultima domanda rimane, a questo punto, a cosa serva ancora questo blog. Al momento non ho una risposta. Non sono più la persona che lo avviò, quasi sedici anni fa. La mia vita è diversa, la mia consapevolezza è diversa, nemmeno il mondo è più lo stesso di prima.

Se smetterò di scrivere, come sembra probabile, lo lascerò aperto per i visitatori occasionali, come una stele assira in caratteri cuneiformi, a coprirsi di polvere digitale. Lo slancio che mi animava anche solo tre lustri fa si è col tempo esaurito, le aspettative rispetto alla rilevanza di questo strumento si sono pian piano prosciugate, ed al momento ho dubbi anche sulla sua reale utilità.

Senza voler essere pessimisti, non mi sembra verosimile un ritorno di fiamma, perlomeno in tempi brevi. Questo potrebbe essere l’ultimo post a tempo indefinito. Un saluto a chi mi ha seguito fin qui.

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16 pensieri su “La solitudine dei filosofi

  1. Scrivi per te stesso, non per chi ti legge.
    Io che leggo posso trarre uno spunto di riflessione o semplicemente passare 5 minuti sulla tazza, in pace.
    Non è importante perché ti leggo io, ma se a te piaccia o no scrivere quello che hai da condividere.
    Io posso dire che mi piace stile e piglio, che mi stimolano gli argomenti.
    Ma resta solo e comunque una mia imoressione.
    In questi anni ho “compreso” che alla Natura, a partire dalle singole nature umane circostanti, di non non ha nessun interesse, ma se una cosa mi fa bene e aggiungo non fa danni ad altri (almeno secondo le mie capacità di comprenderlo o illudermene), va bene così.
    M!

    • Scrivo per me stesso, questo sì. Ma non scrivo per bearmi di quello che ho scritto, non scrivo per dirmi “Ah, quanto sono bravo!”
      Scrivo per condividere le mie riflessioni. Ma la condivisione implica un feedback. Senza feedback non è ‘condivisione’, è buttare roba (idee, pensieri, costrutti logici) nel vuoto. Quale può essere, sul lungo termine, la motivazione a fare uno sforzo inutile?
      O, peggio, uno sforzo potenzialmente _dannoso_… (chi me lo dice se l’assenza di confronto non dipenda dal far star male l’interlocutore invisibile?).
      In questo momento trovo particolarmente fastidioso il “suono del silenzio”.

      • Ci conosciamo da anni e sai che non faccio fatica a dire la mia.
        Il problema dei feedback credo sia da mettere in connessione con quello del politicamente corretto e della paura di ferire o innervosire l’interlocutore. Lo penso ancora di più dopo questi due anni.
        Le persone che conosco, me compreso, hanno ridotto le interazioni con il prossimo, o meglio, si cerca di rimanere al livello “facile” per paura di essere giudicati ed esclusi.
        Pensavo fosse un aspetto legato ai social, ma mi rendo conto che lo è anche nella realtà.
        Anche in questo blog, che è letto e commentato da diverse persone, la quantità e complessità degli interventi è diminuita al punto da mettere te nella condizione di dire: “ma che lo faccio a fare”?
        Non ho una risposta da poterti dare, ho sempre pensato fosse come un “diario aperto”, una sorta di cassetta delle esperienze e appunto che metti qui perché domani, tu o altri, lo possiamo ritrovare e usarlo per ripartire.
        Qui dentro c’è sempre la digestione di idee, studi e riflessioni postume, il che lo rende un posto prezioso, un “manuale delle adulte marmotte”.
        Se scegli di non continuare, non posso certo essere io, con il mio commento a farti desistere, ma fossi in te, non lo farei sulla base dei ritorni avuti. Non credo tu smetta di andare in bici perché non hai risolto il problema della sicurezza, o di guardare il cielo perché non hai trovato una nebulosa sconosciuta.
        Allo stesso modo penso che i tuoi “appunti” di vita, non possano dipendere da come li leggiamo e commentiamo noi.
        M!

      • Il blog è un ‘diario aperto’, purtroppo questo lo è in una sola direzione. E non smetterò di scrivere, anche se sta diventando sempre più difficile. Sto lavorando ad una sintesi di quanto sviluppato negli ultimi tempi, ma è una sintesi molto ampia perché raccoglie diverse linee di ragionamento. Scrivo, poi rileggo, limo, correggo, aggiusto. Il punto è che non so se sto facendo un lavoro utile o solo sprecando tempo. E’ vero che scrivere mi aiuta a strutturare quello che sto pensando, ma è anche vero che scrivere per lettori immaginari, che non si esprimono e non so quanto comprendano di ciò che scrivo, è molto più complesso che non avere un’idea precisa di chi siano i tuoi fruitori e che livello di comprensione abbiano. Ancor più quando comincio a muovermi su terreni non calpestati, com’è per il discorso sui ‘Processi di Inganno’, o il lavoro sulle IdeoCulture. Chi legge mi segue? Non mi segue? Capisce? Quanto capisce?
        P.s.: non ho smesso di andare in bici perché non ho risolto il problema della sicurezza, ma ho cambiato il mio modo di andare in bici, e di fatto ci vado meno di prima.
        P.s.2: non ho smesso di osservare il cielo solo perché ho visto la maggior parte degli oggetti non stellari alla portata del mio strumento e mi sembra tutto un grande deja-vu, ma certo questo ha influito sulla frequenza delle mie uscite osservative e sul grado di soddisfazione che ne ricavo.

  2. Innanzitutto grazie per tutti i post che hai pubblicato.
    Poi volevo suggerirti un argomento da approfondire che potrebbe essere stimolante: dando per assodato tutto quello che hai elencato in questo post, che cosa rimane da fare? Che cosa possiamo concretamente fare? Ad esempio io sono giunto alla conclusione che l’unica cosa che ha senso è aiutare le persone più vicine a noi, soprattutto nell’affrontare serenamente i più o meno piccoli problemi quotidiani, senza però togliere loro le illusioni che li aiutano (come riflettevi anche tu). Delle tue riflessioni su questo, soprattutto dal punto di vista genitoriale, sarebbero il prossimo naturale passo del tuo lavoro di ricerca, credo.

    • Intanto grazie per il commento. Sul ‘cosa fare’ non sono riuscito a trovare una risposta diversa o migliore della tua: star vicini agli altri, rendersi utili, aiutarli a cambiare abitudini dannose e sbagliate. Purtroppo l’età avanza e tante fantasie di ‘cambiare il mondo’, anche solo per mezzo delle idee, me le sono dovute lasciare alle spalle. Dell’esperienza genitoriale mi piacerebbe parlare, ma ho riluttanza a farlo per motivi che coinvolgono la sfera privata e non starò qui a spiegare. Stanti queste attuali premesse ne discende che ci sia poco da scrivere. Non escludo di trovare tempo e modo per pubblicare almeno in parte le decine di pagine che ho buttato giù , ma se accadrà sarà per dovere di completezza, non già perché sarò convinto della loro utilità. Piuttosto vorrei concentrarmi sul completamento del secondo capitolo delle avventure della Principessa Scimmia, personaggio che avrebbe meritato maggior interesse e successo, ma per sua sfortuna è risultato vittima della mia scarsissima capacità imprenditoriale.

  3. Caro Marco Pierfranceschi,
    sicuramente non sei solo nelle tue riflessioni e, nel mio piccolo, io la penso esattamente come te, per quanto riguarda il significato ultimo della vita, soprattutto umana, sballottata tra le spinte (eterne e soverchianti) dei geni repicatori e le esigenze (deboli e residuali) dei singoli fenotipi e della società in cui vivono.

    Forse il tuo blog non ha tutti i lettori che merita, oppure molti di essi (quorum ego) non commentano come sarebbe opportuno, magari solo per pigrizia.
    O forse il motivo vero è che noi persone ‘consapevoli’ (io mi definisco un FENOTIPO CONSAPEVOLE, nome che ho dato anche al mio piccolo blog) siamo pochi, dispersi e poco collegati tra noi.
    Ma ci siamo.
    Ed il piacere di avere compreso il senso ultimo delle cose deve fare ampiamente aggio sulla tristezza che ne consegue.

    Se davvero intendi sospendere la pubblicazione dei tuoi post, non posso che rispettare la tua decisione, ma mi dispiacerà moltissimo, perchè il tuo era l’unico blog (tra i miei preferiti) con cui mi sentivo totalmente in sintonia.
    E grazie per tutto quello che hai già scritto sino ad oggi.

    • Questo blog, dalle statistiche, riceve una ventina di ‘contatti’ al giorno. Contatti che non lasciano tracce, di cui non so se le pagine siano state lette o abbandonate dopo le prime righe, se i contenuti siano stati considerati utili o disturbanti. Non è quello che mi aspettavo, me ne sono fatto una ragione ma sul lungo termine finisce con l’essere demotivante. Più in generale è lo ‘strumento blog’ ad essere variamente deficitario. È vero che risulta molto facile inserire contenuti, ma in ultima istanza questi finiscono con l’essere disorganizzati e relativamente poco fruibili. In particolare l’uso che ho provato a farne non appare funzionale. Costruire ragionamenti a partire da singoli ‘mattoni’, sviluppati in singoli post, ottiene un risultato simile alla Torre di Babele: chi si è perso i passaggi iniziali non ha modo di poggiare le conclusioni successive e fatica a rintracciare il filo del discorso, per cui tutto il ragionamento appare campato in aria. Anche per questo finisco col ricostruire ogni volta tutto il percorso logico, ottenendo solo di compilare ‘mattoni’ lunghi, faticosi da leggere e da metabolizzare.
      Quanto allo smettere di scrivere, non lo farò, ma sarà una scrittura diversa, perché sono progressivamente venute a mancare le finalità che mi hanno portato a scrivere in un certo modo per lungo tempo. Sintetizzando: questo blog è nato per avere un dialogo col mondo, preso atto che questo dialogo non sta funzionando proseguirà come uno strumento ad uso personale aperto ai curiosi.

      • Ti ringrazio per la risposta.
        Certo il formato del blog ha i suoi limiti ed i suoi difetti (lo so bene, pechè anch’io sono un blogger di vecchia data), però ha anche parecchi vantaggi, quali la gratuità, l’immediatezza e la facilità di gestione.
        In ogni caso, prendo atto con piacere che continuerai a scrivere, per la soddisfazione mia e degli altri lettori affezionati che ti seguono.
        Siamo pochi, lo so. Ma ci siamo.

  4. Ho letto della tua pausa di riflessione su FB.
    Io sto iniziando un’avventura d’altri tempi, con una bici, in tenda e sacco a pelo, alla ricerca di contatto con un tipo di umanità che mi manca da tempo, e sono abbastanza sicuro del fatto che potrei avere grandi insegnamenti da chi scrive come te, da chi scrive un blog da oltre 15 anni.
    Mi hanno convinto ad aprire il mio primo blog pochi giorni fa (lo tratterò come un diario personale, come un racconto a me stesso più che come un elenco di “cose fatte”) nonostante io non sia uno abile con la scrittura ma molto più a mio agio con i racconti orali.
    Io ora mi iscrivo al tuo blog, magari riusciremo a fare una chiacchierata (virtuale…).

    • Metti il link al tuo blog, così potrò seguirlo, o almeno provarci. Comprendo appieno la tua necessità di ‘avventura’ perché l’ho provata anch’io e continuo a sentirne il desiderio, purtroppo frustrato dai fatti della vita e dalle sopravvenute responsabilità. La percepisco come una ‘fame di realtà’. Il mondo in cui siamo cresciuti, in cui abbiamo trascorso le nostre intere vite, è un mondo di artefatti, di esperienze artificiali, una gabbia culturale che rigetta la nostra reale natura di esseri organici, il nostro bisogno della realtà all’interno della quale la specie umana è cresciuta e si è sviluppata. Il mondo dei cacciatori/raccoglitori, delle tribù nomadi, del contatto costante col mondo naturale. Un mondo che le seduzioni della modernità e le logiche consumiste e dell’accumulo ci hanno spinto ad abbandonare. Probabilmente non è un caso se, a corredo di questo post, ho utilizzato un’immagine già usata in passato, per un post in cui raccontavo tutto il mio disagio per la modernità.

      Cacciatore (raccoglitore) fuori tempo

      • Purtroppo ho appena trovato, per caso, la tua risposta che Gmail aveva buttato in una casella che non apro mai… Mi piace quello che hai scritto, e sì, ti manderò il link del blog appena inizierò il mio Viaggio. E non credo nemmeno sia un caso che la mia filosofia di vita, da sempre, cerchi spunto da quella dei Nativi Americani. A presto, e un abbraccio Marco.

  5. Carissimo Marco, sono in larghissima parte d’accordo con te ed è sempre un piacere leggerti. Mi dispiace che tu abbia deciso di interrompere la pubblicazione ma lo capisco e soprattutto rispetto la tua decisione. Come ha commentato Michelangelo scrivi per te stesso, e questo secondo me conta molto. Saremo anche pochi a leggerti e pochissimi a commentare (io l’avrò fatto forse 3 o 4 volte, ma non ti seguo dall’inizio), però mi è capitato più volte di condividere il tuo pensiero con altri magari soltanto in una discussione. L’umanità è uscita da tempo dall’ordine naturale delle cose, ha preso una strada che non condivido e che cerco di contrastare. Ma la natura non ha bisogno di noi. Un abbraccio forte

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