La funzione ecosistemica dell’idealismo

Mi sono trovato a riflettere, recentemente, su quelli che nel modello darwiniano dell’evoluzione vengono definiti come ‘tratti giovanili’. In sostanza lo sviluppo degli individui segue una serie di passaggi, a cui corrispondono determinate caratteristiche fisiche. Alcune delle caratteristiche tipiche della fase giovanile vengono spesso perse nelle fasi successive.

L’esempio più eclatante ci viene dal mondo degli insetti. In queste forme di vita la fase giovanile (o larvale) è caratterizzata da individui profondamente diversi da quelli che emergono nella fase adulta. Le farfalle, ad esempio, escono dalle uova sotto forma di bruchi. Questa forma iniziale ha l’unica funzione di incamerare abbastanza cibo e materia organica per poter affrontare la metamorfosi che produrrà l’individuo adulto.

L’insetto adulto è una creatura sostanzialmente diversa dalla larva da cui ha avuto origine, dispone di arti ed organi che le consentono di volare, dell’apparato riproduttivo e di un sistema sensoriale differente. Alcune specie di farfalle non possiedono più nemmeno l’apparato digerente. La loro unica funzione, come forma adulta, è quella di accoppiarsi, deporre le uova nel volgere di poche ore, riprodurre la specie e quindi morire.

Il fatto che una specie trascorra, nella fase larvale, un arco di tempo molto più lungo di quello successivamente vissuto, in una forma sostanzialmente diversa, dall’individuo adulto, ci obbliga a riconsiderare l’idea antropocentrica di cosa sia un individuo, la nostra stessa funzione ecosistemica e l’importanza delle priorità dettate dalle esigenze di sopravvivenza.

Nel caso delle farfalle non possiamo limitarci a ritenere che la forma larvale sia unicamente funzionale allo sviluppo di un individuo adulto, e che necessariamente sia questo individuo a rappresentare “la specie”. Potremmo altrettanto correttamente affermare che l’individuo adulto rappresenti solo la fase terminale della vita dell’individuo, caratterizzata unicamente dalla funzione riproduttiva.

La conclusione probabilmente più estrema di questo approccio è probabilmente la definizione di una gallina come “lo strumento utilizzato da un uovo per produrre un altro uovo”. Da una prospettiva cellulare, il fatto di moltiplicarsi fino a produrre un individuo che risulta in grado di generare una copia, o meglio una nuova versione, della cellula originaria, è funzionale alla sopravvivenza della cellula stessa.

Un altro esempio inizialmente spiazzante, appreso grazie ad una discussione sui social, riguarda una particolare branca del regno animale che prende il nome scientifico di Tunicata. I tunicati sono forme di vita marine molto primitive, che passano la loro esistenza adulta in maniera non diversa dalle meduse o dai molluschi, vivendo come organismi filtranti, ovvero creature che estraggono dall’acqua che li attraversa i nutrimenti necessari alla sopravvivenza.

La caratteristica apparentemente bizzarra di queste creature è la presenza, nella forma larvale, di un organo detto notocorda, che è l’antenato della colonna vertebrale. La presenza della colonna vertebrale ha rappresentato un enorme successo evolutivo, consentendo di bypassare i limiti dell’esoscheletro sviluppato dagli artropodi producendo uno scheletro interno. La presenza di questo organo ha consentito lo sviluppo di creature di grandi dimensioni che hanno successivamente occupato buona parte delle nicchie ecologiche. I vertebrati, di cui anche noi facciamo parte.

Ma nei Tunicati la notocorda sparisce passando dalla fase larvale all’individuo adulto, lasciando un grosso interrogativo: come mai una caratteristica che si è dimostrata tanto vantaggiosa da consentire all’ordine dei vertebrati l’occupazione di una enorme varietà di nicchie ecologiche viene in questa specie abbandonata, lasciando l’individuo adulto privo della mobilità che essa garantisce? Per l’approccio classico appare come un controsenso evolutivo.

Una delle ipotesi che è stata formulata per spiegare questo apparente controsenso è che la notocorda si sia originariamente sviluppata per migliorare la mobilità delle larve, ed in seguito, attraverso meccanismi di conservazione delle caratteristiche giovanili ben descritti dai modelli evoluzionistici, abbia finito col mantenersi in una parte degli individui adulti, dando origine ad una prima speciazione che in seguito ha portato allo sviluppo delle migliaia di forme di vertebrati, dai pesci agli anfibi, che hanno a loro volta prodotto rettili, dinosauri e mammiferi, fino ad arrivare agli uccelli, diretti discendenti dei dinosauri.

Questa spiegazione obbliga, perlomeno me, ad un radicale cambiamento di prospettiva, perché distingue nettamente fase giovanile e fase adulta in termini di funzioni ecosistemiche svolte. La fase giovanile ha l’unica finalità di generare l’individuo adulto, al quale è demandata la funzione riproduttiva, a cui fa seguito l’eventuale accudimento della prole, fino alla senilità ed al declino.

Considerata l’estrema e radicale diversificazione di queste fasi nel mondo animale, mi pare difficile da sostenere la tesi che non avvengano trasformazioni analoghe nella nostra specie. In particolare, data l’importanza svolta dal nostro enormemente complesso cervello, per quel che riguarda l’evoluzione cognitiva. Appare per contro molto verosimile che il cervello, nella sua fase giovanile, possa essere fisiologicamente differente da quello incaricato di gestire la maturità.

Se osserviamo lo sviluppo umano, possiamo distinguere facilmente i vari momenti che lo contraddistinguono. La prima fase, l’infanzia, richiede anni per far sì che gli individui sviluppino la padronanza del proprio corpo ed apprendano le basi culturali che legano insieme il gruppo di cui fanno parte. La seconda, l’adolescenza, è la fase in cui ci si comincia a misurare con potenzialità e risultati, ci si sfida, si affronta la maturazione sessuale e ci si prepara al momento riproduttivo, in genere stabilendo un legame di coppia.

È interessante notare come lo sviluppo cerebrale acceleri nel corso di questa seconda fase, con l’avvento della ‘materia bianca’ che, diffondendosi nelle diverse aree del cervello, velocizza la trasmissione di dati nella rete neuronale. È altrettanto interessante notare come questa diffusione non sia uniforme, ma proceda partendo dalle aree interessate all’elaborazione delle emozioni, raggiungendo per ultime le aree cognitive.

Questo significa che un adolescente, fino al raggiungimento della maturità, è preda di forti emozioni sulle quali ha uno scarso controllo. È possibile che questa ‘diffusione asimmetrica’ non sia un processo legato a vincoli fisiologici, ma risponda a logiche di ‘vantaggio riproduttivo’? Di fatto adolescenti e giovani devono in qualche modo superare di slancio la consapevolezza del carico di dolore e fatica che produrrà l’accudimento della prole, quindi il fatto che la sfera emotiva risulti potenziata rispetto alla sfera cognitiva si dimostra funzionale.

Per contro, superata la fase riproduttiva, avere il pieno controllo delle capacità cognitive rappresenta un vantaggio per poter affrontare, senza tanti ‘grilli per la testa’, le incombenze legate alla sopravvivenza ed all’accudimento di una famiglia, dal momento che lo sviluppo cerebrale della nostra specie ha tempi significativamente più lunghi di quello degli altri mammiferi. La nostra prole impiega archi temporali molto lunghi per raggiungere il momento in cui è in grado di provvedere autonomamente a se stessa, il che implica una fase prolungata di cure parentali.

Il cervello umano deve perciò adattarsi a condizioni diverse, in diversi momenti della sua esistenza, e questo è un’evidenza. Il passaggio ulteriore che vorrei proporre qui è considerare queste trasformazioni da un punto di vista fisiologico, ovvero ipotizzare che l’evoluzione delle nostre risposte emotive e cognitive non sia unicamente il portato di situazioni contingenti, o un dato meramente culturale, ma sia in qualche modo ‘scritta’ nei processi metabolici che sperimentiamo nel corso della crescita.

In questo senso l’iperattività infantile ed adolescenziale, l’emotività, l’ansia di sperimentare cose nuove, gli slanci ideali, possono essere descritti come ‘tratti giovanili’ delle funzioni cognitive. Caratteristiche che si rivelano funzionali nelle fasi iniziali della vita, ma destinate a perdersi, o quantomeno a ridimensionarsi, col procedere della maturazione fisiologica degli individui.

Questo spiegherebbe la percezione diffusa che le convinzioni politiche cambino col passare degli anni, che i ‘giovani rivoluzionari’ finiscano col trasformarsi in adulti moderati e, più in là con gli anni, in anziani conservatori. Siamo abituati a pensare che ciò sia dovuto ad un non meglio definito ‘processo di maturazione’, ma è verosimile la tesi che si tratti di un processo guidato da dinamiche evolutive, scandito dai processi di duplicazione cellulare e con componenti importanti di natura fisiologica.

Ad esempio, l’idea che le istanze solidaristiche e ‘di sinistra’ siano in prevalenza appannaggio delle giovani generazioni potrebbe discendere da un processo di ‘selezione sessuale’: le giovani femmine sarebbero maggiormente attratte da maschi che propugnano idee egualitarie e ideali di solidarietà perché li riterrebbero più idonei a prendersi cura della prole dopo il concepimento.

Parimenti i maschi che, sempre dopo il concepimento (e quindi avendo ormai completato la fase riproduttiva), risultino capaci di ridurre o perdere i propri slanci ideali, per spendere risorse ed attenzioni in cure parentali, sarebbero avvantaggiati sotto il profilo del successo riproduttivo, perché la loro prole crescerebbe sana, equilibrata e capace di portare a sua volta a compimento quello stesso processo (sempre evolutivamente parlando).

Ovviamente questa generalizzazione non si può facilmente ricondurre a singoli casi, per diversi motivi. In primis lo spettro di variabilità comportamentale espresso dal genoma di specie fa sì che, ad ogni generazione, emergano caratteri estremisti, quindi individui che non presentano i suddetti ‘tratti giovanili’, o per contro altri che li conservano fino all’età adulta o addirittura alla senilità.

In secondo luogo perché lo stravolgimento culturale operato dalla modernità fa sì che il contesto cui gli individui devono adattarsi sia diventato enormemente fluido, consentendo a diversi di quelli che abbiamo definito ‘tratti giovanili’ di favorire il successo dei singoli individui anche in età più avanzate, rallentandone così il naturale declino.

La tesi, fin qui descritta, che gli slanci ideali siano, nella nostra specie, un ‘tratto giovanile’ di natura psichica, destinato a scomparire col raggiungimento della maturità per lasciare il posto a quello che potremmo definire come ‘istinto alla conservazione’, rappresenta una ulteriore pietra tombale sui ‘valori’ e sulle ideologie in generale, e in qualche modo giustifica l’incapacità dei movimenti politici sviluppatisi da due secoli a questa parte nel costruire forme di società più eque e più giuste.

Tali forme di organizzazione ‘felici’, che in gioventù crediamo possano funzionare e rappresentare una futura evoluzione sociale della nostra specie, potrebbero essere null’altro che un’ennesima forma di bias cognitivi: auto-illusioni alimentate dal nostro cervello per aiutarci a svolgere le finalità biologiche individuali legate alla riproduzione della specie.

È una conclusione molto amara, e nonostante ciò l’unica calzante con la mia personale esperienza di vita. D’altronde, il percorso culturale che ho deciso di affrontare consiste nello scremare quanto di ideologico c’è nelle mie convinzioni, passando queste ultime al vaglio del confronto impietoso con la realtà fattuale.

La realtà fattuale, per quanto possiamo sforzarci di ammorbidirla, si contrappone alle semplificazioni ideologiche, presentando un quadro di eventi sistematicamente difforme dalle aspettative. Le ideologie, quando siamo in grado di alimentarle, e massimamente nelle fasi giovanili, rappresentano un buon anestetico all’inaccettabile brutalità del mondo reale. Anche per questo facciamo tanta fatica ad abbandonarle.

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3 pensieri su “La funzione ecosistemica dell’idealismo

  1. Ti faccio i miei complimenti per questo bellissimo post, un’altra piccola perla di darwinismo applicato, come fai spesso nel tuo blog.
    Ho visto che hai citato il famoso paradosso della ‘gallina come strumento dell’uovo’, e ti ringrazio perchè è uno dei miei concetti preferiti, tanto da averlo utilizzata come sottotitolo del mio blog (il fenotipo consapevole).
    Secondo le mie ricerche, la frase sarebbe di Samuel Butler. A te risulta lo stesso ?

    • La frase originale sembrerebbe di Butler, anche se qualcuno la attribuisce a Dawkins (in forma leggermente diversa). Tra la morte del primo e la nascita del secondo passano oltre quattro decadi, per cui sarei propenso a ritenere che Butler non possa ‘aver copiato’…

      • Probabilmente Samuel Butler, che era solo uno scrittore (ancorchè contro-corrente) l’ha inventata come semplice aforisma, mentre Dawkins (da buon evoluzionista) l’ha poi ripresa come paradosso scentifico, a sottolineare il rapporto ‘complicato’ tra genotipo e fenotipo.

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