Competizione, cooperazione e inganno (origine)

(seconda parte di una riflessione iniziata qui)

Di base, i meccanismi di inganno esistono in natura poiché generano vantaggi per gli individui che li adottano. Il mantello mimetico di alcuni animali è ingannevole, diversi predatori attraggono le prede esibendo parti del proprio corpo modellate in modo da sembrare altro, alcuni pesci esibiscono una macchia scura in prossimità della coda che induce i predatori a credere che si tratti di un occhio (e ad aspettarsi che il pesce nuoti in quella direzione, mentre fuggirà nella direzione opposta).

L’origine di queste modalità di inganno è però evolutiva, non derivante da una scelta deliberata: gli animali che, in seguito a mutazioni, si mimetizzano meglio, o sono più capaci di attirare le prede, o di sfuggire alla cattura, sopravvivono e si riproducono con maggior facilità rispetto agli altri più facilmente individuabili.

Questo per quanto attiene le caratteristiche morfologiche. Analogo discorso vale per i tratti comportamentali: un predatore che si muova silenziosamente inganna la preda, illudendola di essere al sicuro. Ma è un comportamento che discende dallo stesso motore evolutivo: il predatore più silenzioso caccia con maggior successo, sopravvive e si riproduce meglio di quello più goffo.

Negli esseri umani, dotati di cervelli di maggiore complessità, le strategie di inganno e dissimulazione discendono piuttosto da scelte deliberate, e possono essere mirate ad ottenere vantaggi di diverso ordine. Si possono ingannare le prede nel corso di una battuta di caccia, ma si possono ingannare anche i compagni di caccia, per approfittare di qualche risorsa rara e preziosa.

Idealmente l’inganno tra individui in mutua relazione si colloca a metà strada tra le dinamiche di cooperazione e competizione, risultando in un’asimmetria comportamentale. Nella cooperazione e, analogamente, nella competizione, gli individui coinvolti sono consapevoli di stare attuando un medesimo comportamento: entrambi cooperano, o competono.

Nella dinamica di inganno questa simmetria viene a spezzarsi: il soggetto ingannato è convinto di trovarsi in una dinamica di cooperazione (o al limite di essere quello dei due che ne trarrà il maggior vantaggio) mentre l’altro sta operando unicamente nel proprio personale interesse.

Si torna, in qualche modo, al dualismo cooperazione versus competizione, ma con un ulteriore elemento di complessità: l’intelligenza. In un gruppo, intelligenza e prestanza fisica sono i due fattori desiderabili, e devono essere entrambi oggetto di selezione naturale, pena un declino della specie, che su entrambi basa la propria speranza di successo.

Se l’ordine gerarchico viene stabilito unicamente per mezzo di un confronto fisico, poco spazio resta per la selezione e l’evoluzione degli individui più intelligenti, nel momento in cui questi si dimostrassero fisicamente poco prestanti. L’inganno svolge quindi un ruolo evolutivo, favorendo la sopravvivenza ed il successo riproduttivo degli individui più intelligenti in parallelo a quelli più forti.

Ecco quindi il primo nodo della questione: non possiamo eliminare l’inganno, né tutti i suoi portati deleteri, senza privare la collettività di uno strumento in sé evolutivamente efficace. Analogamente, non possiamo rinunciare del tutto a violenza ed aggressività, pena il rischio di perdere la capacità di fronteggiare aggressioni da parte di altri gruppi.

Potremmo definire sia i duelli per l’ordine gerarchico che l’inganno come comportamenti auto-competitivi della collettività. Chiaramente il loro esercizio non risulta privo di conseguenze. Gli scontri fisici, se eccessivamente violenti, peggiorano la condizione di salute dei singoli individui, esponendoli al rischio di danni permanenti, infezioni e morte. Parimenti un eccesso di inganno nelle relazioni può disgregare il gruppo, diminuendo la fiducia reciproca fra i singoli membri e la capacità di operare in sinergia.

L’equilibrio, perennemente instabile, del gruppo umano dipenderà quindi dalla capacità che esso avrà nel gestire questi comportamenti auto-competitivi, affinché svolgano la loro funzione positiva arrecando, nel contempo, il minor danno possibile. Questa funzione è largamente mediata dall’impianto culturale, dalle tradizioni, dall’osservanza di leggi e regole che il gruppo acquisisce o si dà.

Ma non è possibile azzerare del tutto i comportamenti auto-competitivi, perché il rischio sarebbe di rendersi progressivamente meno capaci di procurarsi cibo e risorse, e più deboli in caso di aggressioni da parte di altri gruppi. È una formulazione diversa, se vogliamo più esatta, di quello che molti anni fa ebbi a definire come “il Paradosso Maori”, sintetizzabile in: ‘non si può pensare di costruire un’utopia localizzata’ [1].

Negli approfondimenti a venire proverò ad analizzare come tutto ciò si rifletta sulla vita e le abitudini di una collettività e, soprattutto, i riflessi della pratica dell’inganno sulle dinamiche relazionali fra IdeoCulture [2].

(continua)


[1] – Il Paradosso Maori

[2] – L’ascesa delle IdeoCulture

Camouflage (immagine di Pubblico Dominio)

3 pensieri su “Competizione, cooperazione e inganno (origine)

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