Tirando i remi in barca

In questo post descriverò la totale assenza di aspettative che nutro nei confronti della prossima tornata di elezioni amministrative. Al fine di consentire ai miei tre lettori di calarsi meglio nel ragionamento, inizierò con un breve racconto di fantasia.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Un uomo, raggiunta la maturità ed una adeguata stabilità economica, decide di lasciare la città e costruirsi una casa in collina. Acquista un terreno con affaccio panoramico ed inizia a scavare per mettere in posa le fondamenta della sua nuova casa. Scavando, a meno di un metro di profondità trova un terreno instabile, pronto a sfaldarsi ed inadatto alla posa di fondamenta. Allora scava ancora più in profondità, e scopre una discarica di rifiuti tossici. Dopo averla fatta bonificare, a proprie spese, raggiunge finalmente lo strato roccioso sottostante. Le necessarie analisi geologiche evidenziano livelli di radioattività naturale incompatibili con l’idea di stabilirsi in prossimità. L’uomo abbandona il progetto di costruire la propria casa in collina, dopo aver dilapidato mesi di tempo e buona parte dei propri risparmi, e si rassegna a vivere in città”


Ecco, se devo descrivere i miei ultimi decenni da cicloattivista, questo è il paragone più calzante: quello di un uomo che più scava e peggio trova, al punto da finire con l’abbandonare ogni illusione di cambiamento. Una vicenda che si conclude con tutte le risorse iniziali (età, tempo, volontà, passione, entusiasmo) inutilmente dilapidate ed ormai non più recuperabili.

Senza andare troppo indietro nel tempo, poco meno di dieci anni fa, nel lontano 2012, la campagna #salvaiciclisti [1] aveva smosso l’attenzione collettiva. Poco dopo, l’elezione del sindaco Ignazio Marino, un ciclista, aveva acceso le speranze del movimento cicloattivista romano. Furono speranze di breve respiro, dal momento che l’operato di Marino fu definitivamente affossato dal suo stesso partito, palesemente contrario agli intenti riformatori del proprio primo cittadino. Un ‘suicidio politico’ che, possiamo immaginare, fu considerato il necessario prezzo da pagare per la salvaguardia di interessi consolidati.

L’impresentabilità delle destre, conseguente al malgoverno del precedente sindaco Alemanno, e la malaugurata scelta del centrosinistra di far fuori il proprio stesso sindaco, fecero spazio ad una terza forza, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che stravinse le elezioni portando a casa una maggioranza assoluta nel consiglio comunale e tredici amministrazioni municipali su quindici. Un ‘bottino’ destinato a perder pezzi in breve tempo.

Il Movimento appariva ispirato da ideali ambientalisti, e questo ci fece sperare nel tanto atteso ‘cambiamento’. Diversi fra noi cicloattivisti finirono integrati nella macchina amministrativa, come assessori o bike-manager, avviando (o almeno così pensavamo) la trasformazione della città. Ma il primo ‘terreno sdrucciolevole’ che incontrammo fu proprio la parte politica.

Il Movimento, per propria scelta, non era composto da politici di professione, e questa caratteristica fu in principio valutata positivamente. Di fatto, però, l’assenza di linee guida preconfezionate’ sulle azioni da intraprendere fece sì che per ogni intervento proposto si generassero interminabili discussioni e distinguo tra favorevoli e contrari. Venne a galla quella che a tutti apparve come un’impreparazione degli eletti, ma che era in realtà da imputarsi agli organi del Movimento, che per ottenere maggiori consensi avevano lasciato nel vago pressoché ogni indirizzo.

Nell’esperienza locale, buona parte di questa impasse mi fu risparmiata dalla determinazione della presidente del Municipio, che mi aveva incaricato delle competenze sulla mobilità. Per il resto, a parte pochi referenti preparati ed attenti alle tematiche di vivibilità urbana, la maggior parte degli eletti pareva non sapere nemmeno di che si stesse parlando. All’interno del municipio riuscii a sviluppare un minimo di formazione e didattica, al di fuori poco o nulla.

Esclusa la parte politica, il maggior responsabile della disastrosa situazione della mobilità cittadina è poi risultato essere l’apparato burocratico [2]. Dirigenti e tecnici fossilizzati su concezioni obsolete come la ‘fluidificazione del traffico’, la ‘salvaguardia della sosta’, o i margini di arbitrarietà per lasciare le automobili in doppia fila. Negli uffici ho avuto modo di incontrare funzionari pronti ad ostacolare ogni possibile trasformazione, relativamente inamovibili dalle proprie posizioni dirigenziali e, non deve sorprendere, sostituibili solo con personaggi altrettanto ostativi.

Ma ancora più a monte di tutto questo, a rendere possibile l’esistenza di un apparato amministrativo votato alla cura degli interessi privati ed indifferente alla gestione del bene pubblico, è risultato essere proprio l’impianto regolatorio e normativo della legislazione nazionale [3], che con la sua cavillosità, i suoi bizantinismi retorici e la sostanziale vetustà di visione consente ampi margini all’arbitrio ed allo stravolgimento delle priorità di volta in volta indicate dalla parte politica.

Perché se è vero che i progetti sviluppati in questi anni sono anch’essi pieni zeppi di scelte sbagliate o discutibili, è la normativa stessa ad offrire il fianco all’errore ed a consentire alla parte tecnica di ‘sbagliare’. I morti e feriti da incidentalità stradale discendono dai regolamenti imposti dal codice della strada e dalle modalità che quest’ultimo permette di implementare. Per non parlare di tutto il resto, dalle norme urbanistiche a quelle che di fatto ostacolano la repressione di crimini e forme di illegalità.

E se tutto questo ancora non bastasse i fondi a bilancio, di norma, non bastano nemmeno a coprire le necessità manutentive di tutto quanto costruito e bellamente inaugurato in passato. Migliaia di chilometri di rete stradale in malora, parchi di periferia abbandonati a se stessi, infrastrutture iniziate e mai finite. Un enorme caos da inseguire e rappezzare, con personale insufficiente, spesso inefficiente e non di rado latitante, con fondi inadeguati e procedure formali lente, farraginose e dall’esito incerto.

Abbiamo perciò un intreccio perverso tra normative cervellotiche, ampi margini di arbitrio dell’apparato burocratico, assegnazioni di fondi solitamente mirate a tamponare singole criticità e, ad intorbidare il tutto, il potere corruttivo degli interessi economici [4]. Un complesso di fattori che, insieme, concorrono nel dar corpo ad una gestione disfunzionale della città, dove l’azione politica risulta inefficace e di corto respiro. Anche amministratori di buona volontà, una volta inseriti in un tale meccanismo, hanno di fronte ben poche scelte.

Un tale sistema tende a metabolizzare i corpi estranei, oppure ad espellerli. Chi accetta di collaborare, diventandone un consapevole ingranaggio, viene premiato e diventa parte integrante dell’apparato. Chi risulta irriducibile e prova a far valere le proprie posizioni, ne viene semplicemente espulso. Sorte toccata non solo al sottoscritto ma anche a buona parte degli altri ‘attivisti’ arruolati a seguito della vittoria elettorale, in ciò includendo i ‘cambi di casacca’ di diversi esponenti politici.

L’ultima cosa che ho tardivamente compreso, quella che avrei dovuto realizzare fin dall’inizio, è che un sistema complesso non emerge dal caso. Nella mia ingenuità, ho abbracciato una narrazione ottimista e falsata, finendo col credere che la situazione contingente fosse facilmente reversibile. Che bastasse, cioè, evidenziarne le problematiche ed i limiti, ed indicare possibili alternative, per innescare una volontà diffusa di trasformazione.

Al contrario (come ho finalmente, troppo tardi, realizzato), il sistema attuale è il risultato di volontà ed azioni mirate, di investimenti economici, di interferenze culturali, di un concerto di interventi strettamente finalizzati a produrre esattamente il disastro attuale. È necessario un notevole investimento in termini di tempo, denaro ed energie per convincere le persone a sacrificare salute, incolumità fisica e qualità della vita. Un investimento massivo e pervasivo che, in ultima istanza, restituisce indietro reddito ed incremento del fatturato.

Questo risultato si è ottenuto martellando la popolazione con quello che può essere definito come un pensiero unico semplificato, appiattito e acritico. Una narrazione elaborata e capillare, veicolata attraverso ogni varietà di mass media, capace di farci percepire l’esistente come unica ragionevole possibilità, e parimenti di indurci ad ignorare e rigettare ogni possibile visione alternativa.

A posteriori, si sa, tutto appare più chiaro ed evidente. Se un modello economico è in grado di estrarre profitto per alcuni soggetti, genererà inevitabilmente ricadute negative per altri. Elemento chiave, nel successo del modello economico stesso, sono le modalità comunicative capaci di esaltarne le positività e, simmetricamente, far sparire le negatività dall’orizzonte percepito. In questo caso l’apparente neutralità o inevitabilità di determinate scelte finisce con l’essere parte integrante della mistificazione.

L’esclusione delle voci critiche dai canali comunicativi, l’enfatizzazione di vantaggi spesso effimeri o forieri di ulteriori sconquassi, la mistificazione sistematica, la ‘normalizzazione’ di fenomeni drammatici come l’incidentalità stradale o il degrado delle periferie, sono tutti elementi del processo di fabbricazione di una realtà percepita che, nell’intento di massimizzare i guadagni di chi ne controlla la narrazione, deve essere necessariamente slegata dalla realtà oggettiva. È parimenti indispensabile che una tale manipolazione non venga percepita.

Siamo stati indotti a credere che questo modello di sfruttamento economico fosse solo uno fra tanti scenari possibili, che si sarebbe potuto scardinare facendo appello all’intelligenza dei cittadini, che la prospettiva di una trasformazione dell’organizzazione urbana sarebbe stata accolta con curiosità ed interesse, ed avrebbe portato ad un tanto atteso ‘cambiamento’. Sul piano strettamente personale, in quest’illusione ci sono cascato dentro con tutti e due i piedi.

A distanza di cinque anni dalle elezioni, il Movimento 5 Stelle sembra aver perso la sua battaglia per imporre la propria volontà e visione politica all’apparato burocratico. Quello stesso apparato che, a norma di legge, avrebbe dovuto supportarne l’azione riformatrice, ha mantenuto ben saldo il timone contribuendo alla conservazione degli interessi e degli assetti preesistenti.

Trasporto pubblico e raccolta dei rifiuti annaspano, anche a causa dei limiti delle aziende partecipate, AMA ed ATAC, e sono due tra i cattivi risultati più evidenti dell’azione amministrativa. È facile gioco, per la stampa al soldo di palazzinari e potentati economici, far discendere da una responsabilità politica l’inefficienza di questi servizi. Per il resto ben poco è cambiato, dalla gestione del verde alle trasformazioni urbane, per tutta una serie di freni, ostacoli ed impasse abilmente gestiti dal comparto tecnico.

La prossima tornata elettorale si svolgerà, molto probabilmente, tra un centrodestra a guida leghista e un centrosinistra a guida PD, entrambi più che pronti a rimettere le mani sulla città e a nascondere, dietro una cortina fumogena di iniziative sociali e culturali (specifiche per ognuno), la distruzione del tessuto urbano e i favori alle diverse lobby economiche.

Quanto a me, in questi anni, quel poco che era nelle mie possibilità ho cercato di farlo. Purtroppo non è bastato, e nemmeno avrebbe potuto, muovendo da presupposti erronei. Non sono stato abbastanza accorto da comprendere che stavo agendo nel luogo, nel modo e nel momento sbagliati. Ho sprecato tempo ed energie, finendo col perdere lo slancio che mi animava, ed ancor più la convinzione.

Da ultimo pesa il dato anagrafico. Dopo aver trascorso decenni a lottare per ottenere solo briciole, per di più transitorie, quanto senso può avere continuare a sbattersi?
In una prospettiva realistica si può sperare di ottenere, al più, troppo poco e troppo tardi. Un riallineamento delle priorità di vita appare necessario.


[1] – #salvaiciclisti

[2] – Conversazione tra un politico e un burocrate

[3] – Sulla reale efficacia delle regole

[4] – Capitalismo vs Democrazia

8 pensieri su “Tirando i remi in barca

  1. Pingback: miei fuoriblog dal 24 al 30 luglio 2021 – 340 – Cor-pus 2020

  2. Giungo qui seguendo il link di bortocal, e dovrò ringraziarlo perché l’articolo è molto interessante. Mi permetto una domanda: non è che l’incapacità del Movimento di operare un’alternativa deriva dal fatto che in realtà una visione politica alternativa (o una visione politica quale che sia) al suo interno non esiste? Il Movimento in fin dei conti è nato proprio per portare in politica chi di politica non voleva occuparsi…

    • Non sono un politologo, per cui non so dire quanto potranno essere utili le mie considerazioni. Il M5S è nato come movimento di protesta generalizzata, ma senza un focus preciso. E’ semplice vedere cosa non va, meno semplice proporre una visione differente, un’architettura sociale ed economica alternativa. Perché, vuoi o non vuoi, il sistema attuale è orientato a massimizzare la soddisfazione degli appetiti della popolazione (reali e indotti), ed ogni tentativo di riformarlo si scontra con l’esistenza tali appetiti e la riluttanza ad abbandonarli.
      Restando nel campo che conosco meglio, quello della mobilità, per ridurre traffico ed inquinamento bisogna ridurre l’uso delle automobili. Il problema è che nessuno vuole ridurre il proprio uso dell’auto, nessuno vuole rinunciare al parcheggio sotto casa, o alla sosta “un momentino” in doppia fila, nessuno vuole rispettare i limiti di velocità. Quindi puoi trovare consensi promettendo di ridurre il traffico, ma li perderai quando cercherai di mettere in atto interventi concreti.
      (ne ho scritto anche qui: https://mammiferobipede.wordpress.com/2020/05/29/conversazione/)
      Nel M5S questo è valso più o meno per tutto. La mia percezione è che sul “cambiamo tutto” il grosso dell’elettorato (e degli eletti) si è trovato d’accordo, ma quando si sono dovuti decidere i singoli interventi sono iniziati i distinguo, le prese di distanza, le obiezioni. Quando si è arrivati a governare, e dal “cambiamo tutto” si è passati al “cambiamo questo”, si è avuto un sollevamento di “e perché proprio questo?”, “cambiamo quest’altro!”, “cambiamolo in una maniera diversa”, e via discorrendo.
      La propaganda M5S ha coagulato un enorme consenso sulla base di un’insoddisfazione diffusa, ma si è ben guardata dall’elaborare un diverso modello di governance. Ha criticato il mancato rispetto delle leggi senza sviluppare il passaggio successivo, ovvero che il ‘mancato rispetto’ discende dall’approssimazione e farraginosità delle leggi stesse e dei processi che dovrebbero garantirne l’applicazione. Di fatto, una volta guadagnati i seggi in parlamento, il M5S si è trasformato in un generico ‘partito di governo’ tale e quale agli altri, perché questa è l’unica forma che il sistema consenta di esercitare.
      In estrema sintesi, in un sistema a capitalismo avanzato partiti e singoli esponenti politici sono intercambiabili. La loro unica funzione è mantenere una parvenza di controllo democratico popolare sulle decisioni dell’esecutivo. Il M5S non ha rappresentato un’eccezione in questo processo.

      • Leggevo che poi questa è anche l’idea di fondo di TUTTI a proposito del cambiamento climatico: tutti d’accordo che si debbano ridurre le emissioni, purché a (cominciare a) ridurle siano gli altri.
        Vedo che riguardo il “peccato originale” dei 5 Stelle concordiamo sul punto di fondo: il problema non è che bisogna rispettare queste leggi, il problema SONO queste leggi. E certo non andrai lontano e finirai per far parte del sistema, quando vuoi correggerlo e non cambiarlo.

  3. Carissimo Marco, condivido per filo e per segno tutto il tuo scritto. Mi trovo nella tua stessa condizione. Tu, a differenza di me, sei andato oltre nell’impegno e tutti i cicloattivisti romani penso te ne siano grati. Ovviamente la tua delusione, amarezza è molto più profonda della mia, ma riesco a percepirla e la sento mia. Sono assolutamente d’accordo, per esperienza personale lavorando nella pubblica amministrazione, sul fatto che le norme e tutto l’apparato burocratico e amministrativo siano il vero muro di gomma contro il quale rimbalzano tutti i tentativi seri di riforma e cambiamento. Ci aspettano tempi bui, ma confido ancora in un gruppo di romani che saranno presenti e si batteranno sempre per tentare un cambiamento. Ti assicuro che il tuo esempio ha gettato parecchi semi. Un abbraccio fraterno, ci si vede per strada 😉
    Mauro Piacentini

    • Ciao Mauro,
      la disillusione deriva anche (soprattutto) da una prospettiva anagrafica. Vado per i ’60, se così poco siamo riusciti ad ottenere fin qui, quanto poco altro posso aspettarmi di ottenere prima di essere costretto, dall’età’ ad ‘appendere la bici al chiodo’? Molto poco, temo. A questo punto le scarse energie che mi restano preferisco investirle in qualcosa che abbia delle speranze di ritorno. Credo che svilupperò più pienamente questa prospettiva in un post (o una breve serie di post) che ho intenzione di scrivere a breve, dal titolo “La mezza età”.
      Un abbraccio.

  4. Pingback: Il pezzo mancante | Mammifero Bipede

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