Sapere dogmatico vs sapere esperienziale

Mi prendo una pausa dal lavoro di analisi sui meccanismi di emersione delle ideologie [1] per un approfondimento sull’incomunicabilità. In passato mi sono concentrato sull’assenza di un sapere condiviso [2], sulla base del quale costruire ragionamenti e conclusioni. Recentemente ho individuato un problema ulteriore, legato non solo al sapere, ma ai processi di costruzione del sapere stesso. Nel modello che sto mettendo a fuoco individuo due diversi processi di costruzione del sapere, definiti, rispettivamente, ‘esperienziale’ e ‘dogmatico’.

Il ‘sapere esperienziale’ si costruisce dal basso, accumulando fatti ed evidenze ed andando a definire un’architettura interpretativa della realtà basata sulla messa in relazione di singole evidenze. Questo è il processo più lungo e faticoso, perché le evidenze vanno soggette ad interpretazione, interpretazioni erronee danno luogo alla costruzione di architetture interpretative disfunzionali ed il tutto piò risolversi in un enorme caos.

Una ulteriore complicazione discende dai già descritti ‘bias culturali’, che fungono da collante sociale e modellano i nostri processi interpretativi. Quando un’evidenza entra in conflitto con un bias culturale consolidato, risulta più semplice mettere in discussione la singola evidenza rispetto al rimettere in discussione il bias culturale consolidato nella nostra architettura interpretativa.

Il ‘sapere dogmatico’ affronta la questione in maniera diametralmente opposta, individuando una fonte di sapere ed acquisendone in blocco la chiave interpretativa della realtà. Il processo risulta molto più semplice e diretto, consentendo di padroneggiare tematiche complesse senza il necessario sforzo di costruzione del percorso logico soggiacente.

Questo processo richiede un investimento minore in termini di intelligenza e consumo delle facoltà cognitive, risultando a molti più accessibile del precedente. Il problema del ‘sapere dogmatico’ è che dipende in toto dall’autorevolezza delle fonti, non avendo richiesto lo sviluppo degli strumenti analitici capaci di metterle in discussione. Analoga considerazione vale per l’onestà intellettuale delle fonti stesse, o per il loro essere strettamente legate ad una diversa cultura ed ai relativi bias culturali.

Il sapere dogmatico risulta una scorciatoia, adottabile da un’ampia fetta della popolazione umana, per accedere alla comprensione di problematiche complesse ed alle chiavi interpretative connesse. Ma è un sapere che accetta di essere messo in discussione solo attraverso l’individuazione di una fonte ‘più autorevole’, in assenza della quale si fossilizza e cessa di evolvere.

Il punto che ho messo a fuoco solo recentemente è che queste due diverse forme di sapere non sono in grado di dialogare, perché parlano due linguaggi cognitivi diversi. Posti di fronte all’interpretazione di una stessa situazione, sapere esperienziale e sapere dogmatico attivano strategie e risorse diverse.

Il sapere esperienziale scompone l’evento in una serie di singoli elementi logici, intorno ai quali costruisce una chiave interpretativa. Il sapere dogmatico individua anch’esso una serie di elementi logici, ma lavora ad inserirli in un contesto interpretativo familiare e consolidato, ereditato dalla ‘fonte autorevole’. Se i due modelli, per qualche ragione, non combaciano, non c’è modo di limare le diversità, e le discussioni si avvitano senza via d’uscita.

Il ‘sapiente esperienziale’ proverà a dimostrare l’efficacia del proprio modello interpretativo utilizzando strumenti cognitivi di cui il ‘sapiente dogmatico’ non dispone, dato che non ha alcuna esperienza nella costruzione di modelli interpretativi: di tutte le spiegazioni fornite non saprà letteralmente che farsene. Anche escludendo la disonestà intellettuale, siamo in una situazione in cui si attivano processi cognitivi diametralmente opposti.

Dal canto suo il ‘sapiente dogmatico’ proverà ad illustrare le proprie chiavi interpretative prefissate, mancando di validarle alla luce dei nuovi fatti, semplicemente perché il meccanismo di acquisizione del proprio sapere non contempla una fase di discussione e validazione diversa da ‘questa fonte è più autorevole di quest’altra’. Per contro, tratterà l’intero modello interpretativo proposto dal proprio interlocutore come proveniente da ‘fonte scarsamente attendibile’.

Quest’analisi delinea un nuovo scenario di incomunicabilità. Mentre il precedente muoveva da considerazioni molto più basiche sulla quantità di sapere disponibile ai due contendenti, l’attuale sposta il focus sul problema della costruzione di tale sapere. O, se vogliamo, della capacità di distinguere tra sapere e ‘non sapere’, tra effettiva comprensione del reale e metabolizzazione di bias culturali.

In compenso l’analisi consente di inquadrare un problema legato alla crescita esponenziale del sapere verificatasi nei secoli recenti. Di fatto risulta molto problematico accedere ai campi più specialistici attraverso un approccio ‘esperienziale’. Se già la mole di nozioni da acquisire è enorme, la mole di fatti ed interpretazioni soggiacenti quelle nozioni risulta enormemente più vasta.

In questo processo di scalata ai vertici delle competenze risultano avvantaggiati gli individui più inclini ad abbracciare un ‘sapere dogmatico’, rispetto a quanti organizzano la propria interpretazione della realtà basandosi sul ‘sapere esperienziale’. Questo potrebbe dar conto, per estensione, della tendenza delle culture umane alla fossilizzazione del sapere.

Per ora mi fermo qui, ma non escludo di tornare sull’argomento.


[1] Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie

[2] Sull’incomunicabilità

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