Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie

Il tema dell’origine delle ideologie è già stato trattato in passato su questo blog [1]. Sento ora la necessità di scavare ulteriormente nei dettagli dei meccanismi che guidano l’emergere di costrutti culturali ed architetture ideologiche. Utilizzerò a questo fine il modello di sviluppo dei ‘comportamenti emergenti’, ovvero, come definito da Wikipedia: il processo di formazione di schemi complessi a partire da regole più semplici [2].

In principio, dall’esigenza di sopravvivenza dei nostri antenati è disceso (o emerso) lo sviluppo di un cervello complesso. Dallo sviluppo di un cervello complesso è discesa (o emersa) la necessità di ‘stampelle cognitive’ a quello che negli animali siamo soliti definire ’istinto di sopravvivenza’. Modalità di conforto psichico in grado di aiutare un cervello complesso a contrastare l’idea di una sostanziale insensatezza del Cosmo.

Definiamo come ‘istinto di sopravvivenza’ l’insieme dei comportamenti non razionali che avvantaggiano il singolo individuo nei processi di sopravvivenza e riproduzione, comportamenti che, per questo stesso motivo, ottengono di essere tramandati alle generazioni successive, diventando retaggio dell’intera specie. Non possiamo fare a meno di notare come l’emergere del pensiero razionale, pur utilissimo nella pratica quotidiana, finisca con l’entrare in conflitto, e minare, l’efficacia di tali comportamenti [3].

Nella nostra specie l’istinto di sopravvivenza evolve, parallelamente allo sviluppo della razionalità (e come suo contraltare) nella forma di bias cognitivi [4]: modalità erronee di interpretazione che hanno la funzione di consentire, al cervello umano, di maneggiare la complessità e la sostanziale insensatezza del mondo reale senza esserne schiacciato. I bias cognitivi ci forniscono la fiducia e l’ottimismo necessari per non demordere di fronte alle avversità ed ai problemi della vita, generano un senso di fiducia negli altri e nel futuro e ci aiutano a prendere decisioni arbitrarie quando non disponiamo di informazioni sufficienti.

L’esistenza dei bias cognitivi è la base per l’emergere di quelli che ho finito col definire ‘bias culturali’ [5]: errori interpretativi, codificati e socialmente condivisi, che rappresentano il fondamento dello sviluppo ed evoluzione delle ideologie, queste ultime definibili come ‘schemi di pensiero collettivamente condivisi’ che svolgono, a livello di gruppi e collettività, una funzione analoga a quello che la coscienza individuale svolge nel singolo individuo.

Perché il gruppo agisca come un sovra-organismo e possa diventare, in termini di sopravvivenza e riproduzione, fattivamente più efficace rispetto ad uno stile di vita solitario, è necessario che le azioni dei singoli individui siano coerenti e coordinate. Ciò può avvenire unicamente con l’instaurarsi di modalità relazionali condivise ed approvate dai singoli membri, ovvero attraverso l’elaborazione di quella che definiamo una ‘cultura’.

La cultura del gruppo deve necessariamente tener conto delle esigenze dei singoli individui, anche di quelle irrazionali, incorporandole nello schema condiviso. Ecco come i bias cognitivi prendono corpo, e si fissano, sotto la forma di ‘bias culturali’. Siccome i singoli individui hanno necessità di esorcizzare la paura dell’ignoto, la cultura del gruppo provvederà a rassicurarli, elaborando descrizioni (narrazioni) della realtà utili ad esorcizzare tale angoscia.

Nel caso di una tribù di cacciatori-raccoglitori, possiamo attenderci che i componenti soffrano la pressione psicologica dovuta all’incertezza delle condizioni climatiche ed al rischio di possibili attacchi da parte di grandi predatori. In tal caso, una cultura che leghi tali manifestazioni, ingestibili su un piano di realtà, ad un ambito immateriale in qualche modo maneggiabile, fornirà un sollievo psichico al gruppo e ne allevierà gli appartenenti dall’eccessiva consapevolezza della propria fragilità e finitezza.

Da questa esigenza nascono i pantheon di divinità pagane legate ai fenomeni naturali: entità invisibili che possono essere placate e rabbonite grazie a sacrifici animali (olocausti) ed all’intermediazione di una casta sacerdotale. Questo rappresenta l’esempio prototipale di come un bias cognitivo, la domanda irrazionale di rassicurazione nei confronti di una realtà percepita come opprimente, si traduca in un ‘bias culturale’, ovvero l’elaborazione di un ‘pensiero magico’ collettivamente condiviso ed il conseguente emergere di ruoli sociali ad esso specificamente correlati.

(attenzione: non è qui in discussione la materia religiosa; l’inclinazione ad accettare l’esistenza di realtà che esulano un’analisi di natura scientifica ci interessa dal momento che può essere descritta in termini di ‘bias cognitivo’, ma nulla si può affermare con certezza sull’esistenza o meno di tale realtà; di fatto, le “verità di fede” non possono essere né ‘dimostrate’, né ‘negate’, possono solo appartenere al sentire dei singoli individui)

Vediamo qui in atto l’inevitabile emergere di processi di maggiore complessità: dall’esigenza di sopravvivenza discende un cervello complesso, da un cervello complesso discendono problematiche nuove, che inducono lo sviluppo di relazioni sociali e la distribuzione di ruoli distinti per i singoli individui, che a loro volta conducono ad un ulteriore aumento di complessità ed alla formazione delle strutture sociali descritte nella prima parte della discussione su ‘Economia, domesticazione e dipendenze’ [6].

Da una diversa prospettiva, la strutturazione sociale può essere descritta come un’ulteriore articolazione della catena trofica umana [7]: attraverso l’efficientamento nell’acquisizione di cibo, e più avanti nella sua produzione, una porzione crescente della popolazione risulta svincolata dal provvedere direttamente alle proprie necessità, e finisce col dipendere dal lavoro altrui. In termini di domesticazione ciò significa che il lavoro eseguito dall’allevatore sulle specie animali da cui egli trae nutrimento, mostra delle affinità con l’operato degli strati sociali sovrastanti l’allevatore stesso, che dai suoi prodotti traggono sostentamento.

Vediamo altresì al lavoro l’ingegno umano, e non potrebbe essere diversamente: in un caso (l’allevatore) nel massimizzare la resa dei processi di allevamento animale e produzione di cibo, nell’altro (le classi dirigenti) nel massimizzare la quantità di ricchezza trasferita dai produttori diretti al livello successivo della scala sociale, quindi ad essi stessi. Essendo i due processi mentali del tutto analoghi, è evidente come non ci si possa legittimamente attendere venga messo in atto, nei confronti di altri umani coi quali non si intrattengano relazioni dirette, una modalità di sfruttamento radicalmente differente da quella riservata al bestiame di cui ci si nutrie.

Per quanto eticamente discutibile (ma, faccio notare, l’etica stessa altro non è che un costrutto culturale basato su assunti arbitrari, e pertanto indimostrabile) lo sfruttamento del lavoro altrui appare essere un tassello chiave nel processo di auto-domesticazione che coinvolge la nostra specie. Un comportamento ‘emergente’ che, come abbiamo visto, discende in linea diretta dall’evoluzione dei processi correlati allo sviluppo del potenziale cognitivo del cervello umano.

La differenza sostanziale, nei due meccanismi descritti, sta nel differenziale intellettivo tra domesticatore e domesticato. Nei processi di domesticazione animale la specie umana ha buon gioco, disponendo di capacità intellettive largamente superiori alle specie ridotte in cattività, nel realizzare recinti e gabbie dalle quali gli animali non sono in grado di scappare.

Nel processo di auto-domesticazione le intelligenze in campo sono identiche, e la partita si gioca interamente su un piano culturale. I recinti in questione diventano quindi ‘recinti culturali’, schemi di pensiero collettivamente condivisi che ottengono di racchiudere gli individui all’interno di ‘gabbie mentali’, nelle quali risultano intrappolati e costretti a limitarsi al ventaglio di comportamenti socialmente accettati. Ciò rappresenta un’ulteriore fonte di sofferenza psichica, che trova sfoghi attrverso modalità e rituali definiti dalla cultura stessa.

A parte questa differenza, ci troviamo di fronte ad una modalità classica di equilibrio predatore/preda, del tutto analoga a quelle descritte dal modello evolutivo darwiniano. O, per altri versi, a quell’ Homo homini lupus ben sintetizzato dall’autore latino Plauto [8]. Numerosità e benessere della popolazione dei ‘predatori’ discende dalla disponibilità di ‘prede’. Quando tuttavia si verifica un’interruzione della catena trofica (carestia) questa si ripercuote verso l’alto mettendo in discussione le modalità redistributive stabilite dalla cultura contingente, portando ad un riassestamento.

Un esempio fra tanti è quello della caduta dell’Impero Romano, dove la costosa macchina amministrativa e le imponenti opere infrastrutturali da essa richieste non sono state in grado di sopravvivere ad un sopravvenuto collasso dei flussi di ricchezza (cibo, metalli preziosi e schiavi) dovuto all’eccessiva espansione delle terre conquistate. Le organizzazioni sociali che ne sono emerse, nel Medioevo, si sono quindi riarrangiate sulla base di una disponibilità inferiore di risorse, che ha condotto ad una drastica riduzione dei ruoli sociali ‘improduttivi’.

In termini analoghi potrebbe essere letta la vicenda della rivoluzione francese, sulla quale, rispetto a quanto accaduto in passato, si è venuto ad innestare il portato della rivoluzione razionalista, che andava acquistando consensi da oltre un secolo sull’onda delle nuove scoperte e dell’elaborazione del pensiero scientifico. Essendo le modalità relazionali tra le diverse fasce di popolazione gestite unicamente per mezzo di una cultura condivisa, ecco come una rivoluzione culturale ha potuto arrivare a tradursi in una rivoluzione sociale.

Come ‘emerge’ una cultura? Partendo dall’evidenza che il cervello umano è capace di auto-ingannarsi, diventa possibile strutturare, fissare e rendere replicabili le modalità di reazione, in gruppi ed intere collettività, mediante l’elaborazione e la diffusione di specifici costrutti culturali. Tali costrutti possono essere descritti come strutture ideologiche auto-coerenti in cui, a partire da una serie di assunti, alcuni dei quali arbitrari, si derivano le conseguenti modalità comportamentali da mettere in atto.

Ciò che consente l’arbitrarietà degli assunti è proprio l’innata capacità del nostro cervello di eseguire atti di fede, qualora non siano disponibili le informazioni necessarie a prendere una decisione con cognizione di causa. I nostri antenati cacciatori-raccoglitori sono vissuti per millenni in balia del caso, della natura e degli elementi, e sono riusciti a sopravvivere e prosperare solo grazie a decisioni fondate su valutazioni di natura euristica [9].

Ogni società umana ha pertanto dovuto elaborare un proprio specifico modus-operandi legato alla sopravvivenza, ed ha prodotto una propria, unica, cultura sviluppando un sistema di idee capace di combinare elementi eterogenei in un costrutto efficace, composto, ove possibile, dalle evidenze oggettive note, e riempendo le inevitabili lacune con assunti indimostrabili. Ed è proprio l’esistenza dei bias cognitivi a fare da collante a queste architetture di idee, a consentirne l’adozione diffusa ed a garantire la funzionalità sociale di tali costrutti.

In estrema sintesi, perché una narrazione collettiva (costrutto culturale, ideologia o come la si voglia definire) si possa affermare, essa deve necessariamente soddisfare una serie di esigenze umane basilari:

  • bisogni materiali (nutrimento, rifugio dalle intemperie, benessere fisico)
  • bisogni emozionali (senso di sicurezza, appartenenza, relazione)
  • bisogni irrazionali (sollievo dall’incertezza del futuro e dalla paura della morte)

Nel prosieguo di questa analisi vedremo come alcune tra le principali manifestazioni culturali ed ideologie possano essere ricondotte al presente schema.

(continua)


[1] Sull’origine delle ideologie

[2] Comportamenti emergenti

[3] I bias cognitivi e l’abisso di Nietzsche

[4] Bias cognitivi

[5] Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico

[6] Età antica

[7] Catena alimentare

[8] Homo homini lupus

[9] Euristica

5 pensieri su “Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie

  1. Pingback: Economia, domesticazione e dipendenze (età antica) | Mammifero Bipede

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  3. Pingback: Dai bias cognitivi ai bias culturali: disassemblare le ideologie | Mammifero Bipede

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  5. Pingback: Sapere dogmatico vs sapere esperienziale | Mammifero Bipede

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