Sull’incomunicabilità

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un aforisma che suonava più o meno così:
‘più procedo nella comprensione del mondo, più trovo difficile comunicare ad altri le mie conclusioni’ (mi scuso per l’approssimazione, ma non sono più riuscito a reperire la fonte della citazione). Solo dopo un po’ ho realizzato quanto il dilemma descritto rappresentasse un problema anche mio.

Da qualche giorno ho chiuso il mio account Facebook principale, non so se e quando lo riaprirò. Il motivo che mi ha spinto a prendere questa decisione è proprio il frustrante senso di inutilità derivante da continui battibecchi senza costrutto. Gli strumenti social rendono facile l’essere d’accordo su qualcosa, ma risultano inadeguati per articolare un qualsiasi dissenso. Il motivo di ciò dipende non tanto dagli strumenti ‘social’, quanto dall’architettura che il nostro cervello sviluppa per poter gestire la realtà.

La mente umana è strutturata per organizzare la propria comprensione dell’esistente per mezzo di analogie. In molte situazioni poco familiari ci accade di non comprendere i meccanismi di causa-effetto semplicemente perché le analogie che utilizziamo non sono corrette. In buona sostanza, quando non comprendiamo qualcosa, quello che va rimesso in discussione è il nostro modello mentale del mondo, perché di sicuro è all’interno di esso che si annida il meccanismo interpretativo difettoso.

Disporre di modelli interpretativi erronei non è un’eccezione, ma piuttosto la norma. Le neuroscienze hanno evidenziato il fatto che disponiamo di un esteso ventaglio di difetti interpretativi, cui è stato dato il nome di ‘bias cognitivi’. Nel tempo ne sono stati individuati diverse decine. La spiegazione della presenza di questi errori interpretativi nella nostra corteccia cerebrale postula che, in un lontano passato, essi abbiano rappresentato un vantaggio per i nostri antenati, aumentandone la capacità di sopravvivere in situazioni critiche. Una tesi che ho già incrociato, a suo tempo, ragionando del pensiero religioso.

Appare quindi appurato che la natura, nel corso dell’evoluzione, ci abbia dotato di una predisposizione agli errori di valutazione. Ciò è spiazzante, perché già solo l’idea che un difetto interpretativo possa, a tutti gli effetti, presentare dei vantaggi rispetto alla fredda logica, basta a mettere in crisi l’ideale illuminista del primato della ragione. E tuttavia la tesi è consistente. Una trasposizione di questo paradosso nella cultura pop contemporanea la troviamo nel film “The Matrix”, che userò a mo’ di esempio.

In “The Matrix” il protagonista Neo consulta un oracolo, una donna ritenuta in grado di vedere il futuro. Le chiede se il suo amico Morpheus morirà, e l’oracolo gli risponde di sì. Nel successivo combattimento, quando Morpheus rischia di morire, il terrore che Neo prova rispetto alla prospettiva della sua morte gli consente di reagire e salvarlo. Quando Neo, in seguito, si confronta nuovamente con l’oracolo, accusandola di non aver previsto l’esatto futuro, questa ammette di avergli mentito. ‘Non ti ho detto quello che sarebbe avvenuto, ti ho detto quello che avevi bisogno di sapere per salvare il tuo amico. Se tu avessi pensato che si sarebbe salvato, non avresti fatto l’impossibile, e Morpheus sarebbe morto’.

Un secondo livello di errori interpretativi non discende da meccanismi legati alla sopravvivenza individuale, ma dalle manipolazioni culturali messe in atto per assicurare il funzionamento delle collettività. Più i gruppi umani diventano numerosi, più il collante culturale condiviso necessario a mantenerli coesi assume importanza. Ne discende che, se il benessere della collettività dipende dal sacrificio dei singoli individui, i condizionamenti culturali necessari a far accettare questo sacrificio acquistano peso ed importanza.

Con lo sviluppo delle città e dei primi imperi della storia, l’esigenza di sopraffare le popolazioni limitrofe si dimostrò la chiave per assicurare il benessere e la ricchezza degli stati aggressori. Questo richiedeva che eserciti di soldati scendessero in battaglia a rischio della propria vita ed incolumità. L’unico modo per ottenere un simile risultato (oltre alla paga) consisté nell’elaborazione di complicati sistemi di idee, quelle che oggi chiamiamo ideologie, e nella loro diffusione capillare nei diversi strati della popolazione.

Le ideologie divisero, e dividono ancor oggi, la popolazione in strati sociali: i più scaltri ed abili assurgono a posizioni di potere e governo, relegando il resto della popolazione ai lavori manuali, alla fatica, alle privazioni ed alla sofferenza. In quest’ottica, i bias cognitivi stanno al singolo individuo come i bias culturali stanno ai sovra-organismi rappresentati dalle collettività.

Possiamo dunque considerare come una condizione naturale dell’essere umano quella di disporre di interpretazioni distorte della realtà, derivanti dalla necessità contingenti, individuali, e da quelle della collettività di cui fa parte. Le ideologie sono pertanto totalmente strutturali all’esistenza di gruppi umani distinti, definiscono comportamenti da seguire, priorità individuali e collettive, validano rapporti di forza e strutturano le relazioni tra gli individui.

Tutto ciò, inutile dirlo, con l’unica finalità di garantire la coesione del gruppo sociale, la sua competitività ed in ultima istanza il suo successo, in maniera del tutto indipendente dalla realtà oggettiva. Se un gruppo sociale trae forza e coesione dal credo comune in una o più divinità, l’esistenza stessa di tali divinità all’interno di una realtà oggettiva non è rilevante quanto il fatto che gli appartenenti vi credano.

Al giorno d’oggi, il processo di globalizzazione ha portato allo sviluppo di comunità non più caratterizzate dalla prossimità fisica, come nel passato. Per definire una comunità è sufficiente che gli appartenenti abbiano avuto modo di sviluppare convinzioni e credenze condivise, non necessariamente ancorate alla realtà. Evidenze di manipolazioni in tal senso sono all’ordine del giorno, sotto forma di complottismi, negazionismi, fake-news, oltre all’onnipresente armamentario della propaganda politica. Venire a capo della realtà fattuale, in una società complessa, obbliga a disfarsi di quello stesso collante culturale che tiene insieme il proprio gruppo sociale e lo distingue dagli altri.

Nondimeno, la necessità di discutere e modificare l’impianto culturale esistente non è equamente condivisa. L’esigenza di ridefinire i confini culturali è ovviamente appannaggio delle classi disgiate, mentre i privilegiati hanno tutto l’interesse a mantenere in vita una narrazione funzionale allo status quo, disponendo oltretutto delle risorse economiche per un efficace bombardamento mediatico. Qualunque architettura culturale presta il fianco alla messa in discussione delle relative chiavi interpretative e dei conseguenti meccanismi di causa-effetto per mezzo di un approccio scientifico.

I limiti derivanti da un’erronea comprensione del mondo sono stati nei secoli indagati da filosofi e pensatori, un processo culminato nella definizione di ‘pensiero scientifico’. Descritto in maniera molto rudimentale, il pensiero scientifico afferma che, una volta definiti con precisione tutti gli elementi di un esperimento, questo può essere riprodotto ed il risultato deve essere indipendente dall’osservatore che vi assiste. Questo processo ha lo scopo di individuare gli elementi propri della ‘realtà oggettiva’, separandoli dalle interpretazioni soggettive, arbitrarie e fallaci.

Il pensiero scientifico ha dimostrato una straordinaria efficacia nel consentirci di approfondire la conoscenza del mondo, ed ha favorito un incredibile sviluppo tecnologico. Tuttavia, in quanto pensiero razionale, mal si concilia con l’ambito dell’irrazionale che ancora permea le organizzazioni sociali umane. Se infatti si possono individuare facilmente meccanismi di causa-effetto nel mondo fisico, altrettanto non è possibile per le scienze umane, perché gli imperativi biologici non hanno né una necessità né un fondamento razionale.

I corpi celesti si muovono in orbite definite dalla propria massa e velocità relative, e non possono fare altrimenti perché regolati unicamente da relazioni fisiche di natura meccanico-gravitazionale. Per contro, l’istinto di sopravvivenza degli esseri viventi non risponde ad alcun obbligo di natura fisico-meccanica, ma discende unicamente dal fatto che i processi evolutivi, e la stessa sopravvivenza, hanno avuto efficacia solo sugli individui che erano portatori di tale istinto.

Il pensiero scientifico può maneggiare con facilità processi fisico-meccanici che hanno cause ed effetti facilmente individuabili, non altrettanto i processi legati alle attività degli organismi biologici, in cui le cause (reali e percepite), gli effetti (desiderati e praticati) e il processo mentale stesso, sfuggono ad un’analisi puntuale. O, per dirla in altri termini, le informazioni necessarie e a riprodurre l’esperimento sono moltissime ed in larga parte indisponibili ed irriproducibili.

In conseguenza di ciò, mentre abbiamo modelli della materia sufficientemente affidabili da consentirci di costruire macchine straordinarie (pensiamo ai microprocessori, che da strumenti di calcolo e comunicazione sono diventati in pratica estensioni di noi stessi), non abbiamo modelli del comportamento umano tali da consentirci di anticipare le risposte delle diverse collettività all’introduzione di nuovi elementi di natura sociale e culturale.

Per questo manca anche un modello ‘scientifico’ di organizzazione politica condiviso e collettivamente accettato dalle diverse culture umane, ed ogni gruppo sociale sviluppa al proprio interno consuetudini, abitudini e relazioni, di norma mantenendo una piattaforma condivisa per quanto riguarda i comportamenti da tenere in pubblico (il corpus legislativo), e lasciando maggior libertà per quanto avviene nell’ambito privato.

Come già detto, mettere in discussione la cultura di una società umana non è impossibile: si possono ragionare le incongruenze, risalire alle relazioni di causa-effetto e ridefinirle. E tuttavia, più si procede in questa direzione, più ci si allontana dal pensiero collettivamente condiviso, col risultato che diventa vieppiù difficile trasferire ad altri questo tipo di comprensione, perché i nuovi pezzi di ragionamento proposti non si incastrano nelle vecchie architetture cognitive.

Un esempio estremo di questo tipo di situazione è rappresentato dallo sviluppo del pensiero scientifico. Quando Galileo tolse la Terra dal centro dell’Universo, la Chiesa si vide ridimensionata l’importanza della creazione divina (e mise lo scienziato sotto processo). Quando Isaac Newton descrisse il moto dei corpi celesti in termini di equazioni e campi gravitazionali, sollevò Dio dalla necessità di provvedere al moto della sfera celeste (Newton, per sua fortuna, viveva in Inghilterra). Quando Darwin illustrò i meccanismi biologici che portano le specie viventi a trasformarsi nel corso del tempo, l’intervento divino non apparve più necessario per dar vita alla varietà del ‘creato’.

Togliere a Dio queste incombenze significò rimettere in discussione anche tutte le altre, per non dire la credibilità della Bibbia. Le evidenze prodotte dagli scienziati sollevarono una domanda scomoda per chi, fino a quel momento, aveva posto Dio al centro dell’Universo, creatore ed artefice dei destini del mondo: se non c’è più nulla che richieda l’intervento divino, a che serve Dio? La chiesa aggiornò l’ambito di competenza della divinità al mondo ultraterreno, nondimeno per gli individui animati da uno spirito religioso questo rappresentò un grosso scossone.

L’avvento del pensiero scientifico obbligò buona parte dell’umanità a ragionare la realtà in maniera completamente diversa da come era stata descritta per secoli dal pensiero religioso. Impose relazioni di causa-effetto al posto dell’arbitrio divino, eliminò ogni tesi a supporto dell’esistenza di una vita oltre la morte, fece tabula rasa di buona parte dell’autorità della casta sacerdotale e del potere, anche temporale, di cui quest’ultima godeva.

Nel nostro piccolo, l’incomunicabilità si produce ugualmente in un ventaglio di situazioni che investono la sfera cognitiva, quella culturale e quella emotiva. L’esempio più tipico, per quanto mi riguarda, investe le discussioni sulla mobilità, materia dove la formazione del cittadino medio è basata sugli investimenti culturali finanziati delle case automobilistiche (giornali, cinema, televisione, direttamente o attraverso l’acquisto di spazi pubblicitari). Gli interlocutori che incontro sono per lo più inconsapevoli di questa massiccia manipolazione occulta del pensiero collettivo, e la prendono per oro colato.

In questo tipo di confronto, le informazioni che provo a fornire vengono acquisite in una forma decontestualizzata (per contestualizzarle dovrei allegarci un manuale, e non ho modo di farlo), e questo rende problematica la loro collocazione in schemi mentali che, al pari del pensiero teologico, hanno come fondamento una divinità totemica fatta a forma di automobile. Schemi in cui l’automobile stessa svolge un ruolo centrale, tanto da non poter essere ricollocata senza che crolli anche tutto il resto.

Problemi analoghi li ho incontrati discutendo di situazioni che attengono la sfera emotiva, nello specifico le questioni di genere ed i rapporti sbilanciati tra i sessi. Ho realizzato, tardivamente, che un’informazione di natura razionale, inserita in un dibattito in cui l’emotività è la chiave di interpretazione prevalente, finisce quasi sempre per essere fraintesa, perché il contesto di relazioni causa-effetto cui afferisce (di matrice freddamente logica) risulta incompatibile con uno schema interpretativo di tipo emozionale.

La lezione che ho appreso da tutti questi tentativi infruttuosi è che non è possibile una reale comprensione reciproca tra persone che non condividono un sufficiente background. Più ci si allontana da quella che è la base culturale condivisa, più faticoso e spesso infruttuoso diventa trasferire nozioni e descrizioni sistemiche a persone che non hanno le strutture mentali adatte ad accogliere ed integrare tali informazioni.

La conseguenza ultima di questa nuova consapevolezza è che sto limitando molto le mie interazioni al di fuori degli spazi, e dei contesti, in cui i miei interventi hanno qualche speranza di essere compresi. Confido di recuperare così tempo e risorse per fare cose più utili del cercare, vanamente, di far cambiare opinione ad occasionali frequentatori di social network.

Galileo Galilei (1564-1642). Oil painting after Justus Wellcome L0021979

27 pensieri su “Sull’incomunicabilità

  1. è un intervento molto lucido, profondo e nello stesso leggibile e scorrevole.
    il mio non è un vero commento, è solo un like allargato, perché mi ritrovo nella linea delle tue riflessioni.
    soltanto un appunto, però marginale rispetto al taglio del tuo discorso: non hai considerato la trasformazione dell’immagine scientifica della realtà prodotta da un secolo oramai di fisica quantistica.
    grazie di questo intervento che ha aiutato a pensare anche me.

    • Il tuo commento non mi era chiaro, per cui mi sono fatto un rapido giro sul tuo blog, dove ho trovato questa affermazione: “mi pare che non si esca dalla convenzionale distinzione fra reale e magico: il mondo è reale, e che diavolo, però gli lasciamo un piccolo angolino per il magico, dove releghiamo tutto quello che non riusciamo a spiegare in base al primo presupposto; be’, in fondo non la pensava così anche Einstein, quando rifiutava di accettare la fisica quantistica?”
      La meccanica quantistica ha effetti bizzarri, ma solo su scale subatomiche, quello che avviene alle scale percepibili dai sensi umani è un mondo che risponde benissimo ai dettati della fisica classica. Ma qui la questione è ancora altra: gli esseri umani non hanno alcuna necessità contingente di preferire un’interpretazione scientifica della realtà ad un qualunque costrutto immaginario, mentre hanno la necessità di aderire al costrutto più ‘in voga’ nel loro gruppo sociale se non vogliono essere dei disadattati. Il mio gruppo sociale (perlomeno quello ideale) è un gruppo animato da una mentalità scientifico razionale, e ci piace pensare che il fatto di essere il più possibile aderente alla realtà oggettiva renda quest’architettura mentale preferibile ad altre, mentre da un punto di vista strettamente sociale è solo una tra le tante ‘ideologie’ possibili, senza alcun carattere di preferibilità. È frustrante, ma è così.

      • affermi di riconoscerti nel “gruppo animato da una mentalità scientifico razionale”, ma la definizione è impropria, secondo me: questo gruppo pretende di interpretare la realtà alla luce del determinismo newtoniano (ribadito da Einstein), ma noi oggi sappiamo che la realtà non si fonda su rapporti di causa-effetto (che oltretutto implicherebbero l’oggettività del tempo), ma su interazioni probabilistiche.
        il misteriosissimo effetto entanglement non riguarda soltanto particelle sub-atomiche, ma anche strutture più complesse.
        il gruppo in cui ti identifichi lo definirei quindi dei deterministi dogmatici, piuttosto; e si basa su una convinzione anti-razionale perché contraddice l’esperienza scientifica. 😉

        secondo questa visione, il mondo è spaccato in due, come dicevo in quel commento: una parte largamente predominante (e del resto assolutamente ineludibile nei nostri comportamenti pratici), che è quella in cui il determinismo sembra funzionare, e una parte residuale che invece raccoglie tutto quello che non è inquadrabile in quel modo, e che diventa allora magico o miracoloso.
        invece è soltanto la probabilità che inquadra un avvenimento nella prima o nella seconda categoria e ciò che è magico segue, solo in qualche variante meno probabile, le stesse leggi scientifiche di ciò che non lo è e che definiamo scientifico.

        non credo di essere stato più chiaro, ma, detto questo, ognuno si identifica in quel che vuole, naturalmente. 🙂

        grazie della lettura veramente attenta e della risposta.

      • Proviamo a piantare qualche paletto. La realtà prodotta dalle equazioni della meccanica quantistica è significativamente diversa da quella che definisci “determinista”, ma questo non significa che quello che accade a livello quantistico possa essere ritenuto un paradigma anche per il macromondo. Per capirci, nel mondo quantistico particelle virtuali appaiono e scompaiono, influenzando (minimamente) l’esistente, ma nel nostro mondo quotidiano un SUV ‘virtuale’ non può apparire solo per il tempo che gli occorre per investirti per poi svanire di nuovo… Il fatto che nel mondo quantistico la realtà appaia molto diversa da come la osserviamo coi nostri sensi non significa che un domani la potremo osservare molto diversa dall’attuale. L’entanglement rende possibili descrizioni dell’Universo molto bizzarre, ma non rende possibile la Terra Piatta, che è e rimane un’assurdità (per quanto alcune culture, anche attuali, ne pretendano la verosimiglianza). Credo che molto di questa visione discenda dalla cosiddetta ‘fisica degli stati emergenti’, di cui lessi un saggio qualche anno fa: https://mammiferobipede.wordpress.com/2007/01/05/un-universo-diverso/
        In estrema sintesi, a scale diverse la materia produce comportamenti diversi, non deducibili dalle caratteristiche dello stato al gradino adiacente. Su scala sub-microscopica la materia si comporta in un modo (quantistico), alla scala umana ‘emergono’ comportamenti diversi (newtoniani), sulla scala delle galassie si verificano comportamenti ancora diversi (relativistici), ma l’una cosa non esclude l’altra: tutti questi comportamenti avvengono nella stessa realtà.

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  3. hai soltanto tre livelli di coda dei commenti, impostazione standard di wordpress, ma modificabile.
    mi stacco dalla coda, e mando un commento a parte, sperando di non essere molesto, anche considerando che parlo da dilettante allo sbaraglio.

    proviamo a togliere qualche paletto… 🙂
    la realtà è probabilistica sempre, non può essere probabilistica solo nello strato profondo: soltanto la probabilità diminuisce via via che cresce la complessità, ma non può essere mai esclusa del tutto. il miracolo non ha niente di miracoloso, salvo l’assoluta improbabilità che si verifichi, ma non è una violazione delle leggi della natura, ma soltanto una sua conferma.
    vero è che, da un certo livello di complessità ed improbabilità in poi, non ha nessun senso calcolare l’imprevedibile ed è logico, dal punto di vista funzionale, comportarsi COME SE a quel livello la realtà fosse deterministica.

    dato che non letto il libro, non mi sento di esprimere alcun giudizio sulla teoria degli stati emergenti, che sembra interessante; però mi sento di dire che la fisica newtoniana e deterministica funziona semplicemente perché cancella alcuni fenomeni dall’ambito dello scientifico, per il fatto che non sono ripetibili; ed ovviamente non sono ripetibili dato che la probabilità che avvengano è infinitamente piccola.
    ci sono testimonianze storiche solidissime su un fatto avvenuto in Spagna nel Cinquecento: un uomo, a cui era stata amputata una gamba, la mattina si risvegliò ritrovandosela al suo posto. la fisica ovviamente considera questo fatto un miracolo (come fece anche la Chiesa del tempo) e non se ne occupa, dato che non è ripetibile.
    a mio parere invece questi fenomeni al confine del paranormale non sono affatto meno scientifici per il fatto di essere totalmente illogici e incomprensibili: forse proprio la fisica quantistica ci aiuterà a spiegarli, proprio perché rende evidente il carattere del tutto illusorio dello spazio-tempo in cui noi collochiamo le nostre esperienze.

    la scala diversa dei fenomeni ci costringe ad usare schemi interpretativi diversi: vero, ma soltanto per motivi pratici.
    questi schemi non rappresentano la realtà, ma soltanto l’uso che ne facciamo.

    • Ho la sensazione che stiamo scivolando troppo nel filosofico per le mie capacità di interagire in questa discussione. Lo strumento che tendo a privilegiare è il ‘Rasoio di Occam’: la spiegazione più semplice è anche la più probabile. Per le mie limitate esigenze basta ed avanza.
      L’evento del ‘500, per quanto documentato, presta il fianco ad una quantità di spiegazioni razionali. Una gamba amputata non può ricrescere, ma una persona può essere sostituita con un’altra: un gemello, o un sosia. Che dovrebbe avere dei complici nella casa (una moglie insoddisfatta?), ma certo è un’eventualità da non scartare. In un’epoca in cui la gente credeva nei miracoli (e con una classe sacerdotale disposta ad avvalorare tale spiegazione, magari dietro pagamento), non mi sembra neppure tanto improbabile.
      Se poi questa sia la spiegazione vera o meno, ha poca importanza. Serve a quello che servono tutte le spiegazioni: far quadrare l’idea che si ha della realtà, e non metterla in crisi.
      La mia idea, la mia spiegazione.
      La tua idea, la tua spiegazione.

      • peccato, mi ero fatto un’idea diversa, considerando che avevi affrontato con mano sicura diverse questioni di grande rilievo filosofico, sia pure leggendole nella chiave della fisica contemporanea. bene così (anche se il rasoio di Occam non serviva certo ad evitare di affrontare le questioni).
        possiamo trovare una POSSIBILE spiegazione razionale ad ogni fatto documentato che contraddice la spiegazione rigidamente deterministica della realtà, per migliaia e migliaia di volte; ma alla fine qualche dubbio dovrebbe sorgere che è estremamente IMPROBABILE che tutte queste spiegazioni razionali possibili siano SEMPRE vere: se fosse così, questo sarebbe un miracolo ancora più straordinario di ogni singolo miracolo che queste cercano di spiegare.
        però, basta così, davvero: mi pare di avere contribuito, senza volerlo, a confermare la tesi principale del tuo post: che ognuno ha la sua idea di realtà ed è meglio che nessun altro la metta in discussione.
        ringrazio comunque e aspetto di leggere qualcos’altro di stimolante per me.

      • Il fatto che affronti argomenti filosofici non implica che abbia letto ed approfondito tutto quello che hanno elaborato i filosofi prima di me. Più che altro mi mancano le coordinate per un confronto di questo tipo. Quello che ho sempre ricercato è una comprensione del mondo, se possibile, e non avendo studiato filosofia (i limiti delle scuole tecniche) me ne sono costruita una a partire dall’osservazione diretta.
        In particolare non posso seguirti sul terreno delle incongruenze della realtà perché è una materia che ho poco esplorato. Probabilmente ciò discende dal fatto di trovarmi a mio agio in un universo grossolanamente deterministico (alla mia scala di percezione), cosa che non ha mosso la mia curiosità in altre direzioni.
        Il rasoio di Occam, in questo caso, mi dice che prima di accettare una spiegazione sovrannaturale (non possiedo altri termini) devo scartare tutte le possibili spiegazioni naturali.
        La cosa che più mi stupisce, alla fine di tutto, è che esista una realtà. Sia che si parta dall’esistenza di un’intelligenza creatrice (che pure da dove verrebbe?) che si parta da un processo fisico/meccanico (il Big Bang) in ogni caso qualcosa a monte deve esistere. Dal nulla non nasce nulla. E perché qualcosa (la materia, o un intero Universo) deve darsi pena di esistere, quando potrebbe semplicemente non esistere? Non so se questo, per te, è un discorso stimolante… fa parte delle cose che non ho ancora scritto.

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  5. @ marcopie 18 novembre 2020 alle 17:52:
    “Il fatto che affronti argomenti filosofici non implica che abbia letto ed approfondito tutto quello che hanno elaborato i filosofi prima di me….”.

    devo tornare a risponderti fuori dalla coda (e dovrò sempre farlo dopo una tua replica se non aumenti la lunghezza delle code dei commenti nelle impostazioni del tuo blog).
    non mi farei un gran problema se non hai studiato la filosofia a scuola, dato nei licei e nelle università non si studia in realtà la filosofia (quasi mai), ma semmai un’altra cosa: la STORIA della filosofia. una materia così strana che neppure sappiamo se veramente esiste (e sarebbe filosofico domandarselo); meglio la si potrebbe chiamare la Storia delle mode filosofiche, questo renderebbe meglio l’idea. naturalmente, secondo gli idealisti italiani, una storia della filosofia esiste, anzi è una cosa sola con la storia dello Spirito, con la sua realizzazione, che naturalmente diventa completa quando si arriva alla LORO filosofia, che sarebbe il vertice della realizzazione umana.
    favole, peggio: deliri di grandezza.

    quindi, parliamo da persone curiose e desiderose di capire quello che ci circonda, e la filosofia è questa: amare la comprensione del mondo, quella che gli antichi chiamavano saggezza, sophia, e sapevano anche bene che non è possibile arrivarci mai completamente.

    il rasoio di Occam diceva che una spiegazione semplice è sempre preferibile ad una complicata e che non bisognava moltiplicare gli enti per arrivare ad una spiegazione; un esempio successivo a lui è nel confronto fra il sistema geocentrico, che doveva inventarsi gli epicicli dei pianeti, oltre alle orbite, per far tornare con la teoria i dati osservati sul loro movimento, e il sistema eliocentrico, che non ne aveva bisogno: era più semplice e ha vinto. neppure il sistema eliocentrico, però, riesce a dare spiegazione perfetta dei movimenti di tutti i pianeti, ma le discrepanze le spieghiamo ipotizzando altri enti, dentro questo sistema, non ancora visibili; e se li troviamo, il sistema tiene ancora.
    quindi il rasoio di Occam potrebbe portarci, per paradosso, a dire che la spiegazione miracolistica della natura è la più semplice, visto che le basta un ente solo, Dio, per spiegare tutto; ovviamente quello che ci induce a rifiutare questa spiegazione sono altre considerazioni.

    con questo arrivo alla tua domanda finale, che mi ha occupato la mente per molto tempo, fino a che non sono arrivato alla MIA spiegazione che non penso di riuscire a trasmetterti, per i motivi che ci siamo già detti.
    il problema dell’esistenza della realtà si risolve scoprendo che la realtà non esiste, almeno nel senso che diamo comunemente alla parola; l’esistenza non appartiene alla realtà, ma al linguaggio; è il linguaggio che fa esistere le cose; la realtà è un puro insieme probabilistico, dove nulla esiste e tutto è probabile; è il linguaggio che inventa lo spazio e il tempo e vi colloca le cose e chiama esistenza questa distribuzione di una parte del solamente probabile nell’ologramma a quattro dimensioni; quando l’uomo finirà – e sembra che la cosa non sia troppo lontana -, allora anche il mondo smetterà di esistere, perché si spegnerà lo sguardo che gli dà vita.

    in ultima analisi la realtà non si dà pena di esistere; è l’uomo che si dà la pena di farla esistere. è l’uomo che crea la realtà: l’unico creatore è lui, anche di se stesso. e perché si dà questa pena? perché è nella sua natura: l’uomo è una probabilità che si crede vera.

    • Non mi sono mai posto il problema della lunghezza della coda nei commenti perché l’ho sempre visto come un falso problema. Se clicchi sull’ultimo bottone [Rispondi] disponibile (a un certo punto non compaiono più), i commenti si accodano all’ultimo inserito, ovvero quello successivo. In questo modo il filo logico degli interventi si conserva. Ho visto blog con code più lunghe, ma hanno il problema che il box di lettura si restringe fino ad una colonnina scomodissima da leggere.

    • (ecco, invece di “rispondere” al mio ultimo commento sto di nuovo rispondendo al tuo, e come vedi il nuovo scritto si incolonna al di sotto).

      L’idea che l’uomo crei la realtà ha senso solo in una prospettiva solipsistica, perché due uomini creerebbero due realtà diverse e queste finirebbero col confliggere (o appartenere a due universi distinti, col che torniamo al primo caso).
      In realtà l’idea che sia la coscienza a creare la realtà e non il contrario l’ho già incontrata, e non mi ha mai convinto fino in fondo. Una soluzione al problema dell’origine della realtà la propose il fisico Paul Davies, che riuscii a vedere in conferenza, moltissimi anni fa. Concluse il suo discorso con la frase: “stiamo lavorando all’idea che il nulla sia instabile, e debba necessariamente ‘decadere’ in materia ed energia”. Risposta che sposta solo di poco la prospettiva, ma da sola non spiega nulla.

      • sì, hai ragione; probabilmente dipende dalle impostazioni del tema del blog; nel mio non è così: esauriti i primi dieci commenti (la lunghezza massima che si può dare alla coda e che ho scelto), si ricomincia da capo e non si può più rispondere all’ultimo commento, ma bisogna ricominciare a commentare il post. – in realtà ora ho capito: anche qui da te la coda ricomincia dopo il terzo commento, ma ricomincia in fondo. io invece ho dato la precedenza nelle impostazioni agli ultimi commenti, e quindi quelli fuori coda salgono in cima. posso ugualmente mettere in coda il mio commento, ma solo postandolo dalla pagina dei commenti.
        questioni inessenziali, comunque.

        la prima obiezione che fai l’ho incontrata alcune volte, ma trascura il fatto che li linguaggio, che crea la realtà, è un fatto sociale, non individuale. nessun individuo da solo potrebbe creare un universo intero con caratteristiche di realtà: lo fa soltanto comunicandolo ad altri e per farlo deve usare il linguaggio condiviso; in poche parole è l’umanità nel suo insieme che crea il mondo, col pensiero condiviso attraverso il linguaggio sociale; questo non toglie che i diversi universi soggettivi possano essere diversi l’uno dall’altro, ma questi universi soggettivi non escono dalla sfera della probabilità, visto che non possono essere condivisi; tende a diventare reale solo il massimo comun denominatore (o il minimo comune multiplo) degli universi soggettivi.
        questo anche perché il reale non si costituisce in una logica binaria di essere o non essere, ma lungo una scala di stati variabili, più o meno reali o soltanto probabili: la logica binaria è soltanto una semplificazione a cui la mente umana si riduce per la debole capacità del suo hardware, che non potrebbe mai gestire un calcolo infinitesimale così complesso.

        ottima la definizione, che citi, di Davies: non la conoscevo, e ovviamente lui ha ben altri strumenti, anche matematici, per sostenerla; a qualcosa di simile sono arrivato anche io: come non esiste un essere assoluto, così neppure può esistere in natura un non essere assoluto: questa è soltanto una semplificazione, una immaginazione di uno stato limite; quindi anche l’estremo vuoto del non essere non è totalmente vuoto, ma contiene tutte le potenzialità del probabile, in modo instabile, come appunto dice lui.
        io non direi che questo non spiega nulla; a me pare invece che spieghi molto, o quantomeno è una spiegazione coerente e possibile.

        grazie di avermi fatto conoscere questa idea di Davies.

      • Cit.: “la prima obiezione che fai l’ho incontrata alcune volte, ma trascura il fatto che li linguaggio, che crea la realtà, è un fatto sociale, non individuale. nessun individuo da solo potrebbe creare un universo intero con caratteristiche di realtà: lo fa soltanto comunicandolo ad altri e per farlo deve usare il linguaggio condiviso; in poche parole è l’umanità nel suo insieme che crea il mondo, col pensiero condiviso attraverso il linguaggio sociale”

        Se il linguaggio crea il mondo, come fa ad esistere un mondo in assenza di linguaggio? Com’era il mondo 100.000 anni fa? Che realtà creava il linguaggio dei Neanderthal? Per non dire, un milione di anni fa, i grugniti degli australopitechi?
        O, ancora meglio, come fa ad esistere un mondo che contraddice il linguaggio? Perché la storia del pensiero scientifico questo è: l’accumulo di evidenze che contrastano il pensiero collettivo. Se davvero il linguaggio ed il pensiero provvedessero a creare la realtà, avremmo un mondo in cui esistono le divinità, la magia, i draghi ed i ciclopi, perché le persone un tempo ci credevano. Ed hanno smesso di crederci non per aver spontaneamente cambiato idea, ma perché la realtà li ha contraddetti.

      • ma tu come fai a dire che esiste un mondo in assenza del linguaggio? il mondo di cui parli tu non l’hai visto, pensi che sia esistito. ma questa è chiaramente una produzione del tuo linguaggio.

        hai mai letto Jaynes, Il crollo della mente bicamerale? gli antichi greci sentivano davvero le voci degli dei dentro la loro mente. potrai dirmi che erano allucinazioni, anche se socialmente condivise e da tutti considerate vere.

        conosci l’acuta interpretazione che Ezra Pound ha dato della Divina Commedia? Dante l’Inferno l’ha visto realmente, ovviamente nella sua testa.

        l’obiezione materialistica classica non regge, dato che l’unico mondo che conosciamo è quello che ci restituisce il cervello.

        secondo l’ipotesi Matrix noi viviamo in un enorme videogioco creato da qualche super-intelligenza alinea (che forse ci usa come pedine della sua partita): ci sono molti motivi per non crederci (in particolare qui funziona bene il rasoio di Occam), ma nessuno può smentirla facendo appello a qualche misteriosa esistenza in sé del mondo: questa è una petizione di principio.

        le parallele si incontrano? no, soltanto se lo spazio è piatto, ma se lo spazio è curvo, sì, necessariamente.

  6. purtroppo il tuo commento al post su Zeilinger non lo vedo proprio, neppure nello spam o in quelli in attesa di autorizzazione; riesci a recuperarlo e a mandarmelo di nuovo? grazie

  7. Pingback: la mia settimana virtuale dal 14 al 20 novembre – 489 – Cor-pus 2020

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  9. Dal basso della mia laurea in scienze politiche mi permetto di aggiungere che, prima della “rivoluzione scientifica” di Galileo e Newton, l’autorità della Chiesa venne scardinata dalla Riforma Protestante, che, attraverso il libero esame delle Sacre Scritture, privò di colpo le gerarchie ecclesiastiche dell’esclusiva dell’interpretazione dei dogmi religiosi cristiani.
    Grande Marco, ci manchi su Facebook!

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