Intervista

(oggi abbiamo deciso di intervistare Marco Pierfranceschi, cicloattivista di lunga data ed animatore della scena ciclistica romana)

D: Pierfranceschi, che somme possiamo tirare rispetto agli ultimi, diciamo, trent’anni di sviluppo della ciclabilità in Italia.

Diciamo che sicuramente si poteva fare di più e meglio, ma lo stesso non possiamo lamentarci.

D: Non è un parere condiviso da tutti.

Gli scontenti ci sono sempre, ma bisogna guardare le cose con obiettività. La bicicletta si è ricavata uno spazio importante fra le modalità di spostamento. Il 73% di tutti gli spostamenti avvengono oggi in bicicletta. Certo, il clima ottimale della penisola ha la sua importanza, ma io penso che ciò sia dipeso anche da una serie di scelte operate nel corso degli anni.

D: può farci qualche esempio?

Ce ne sarebbero parecchi, ma per me è stato essenziale il completamento, a metà degli anni ‘90, della Ciclovia del Sole, che ha portato un enorme indotto turistico dai paesi germanofoni fino a Roma, e creato le condizioni per lo sviluppo della rete Bicitalia, che oggi raccorda praticamente tutti i capoluoghi di provincia. Se oggi abbiamo una fetta tanto importante del mercato turistico che si muove su due ruote a pedali e sceglie il nostro paese per le vacanze è dovuto anche a questo.

D: chi dobbiamo ringraziare, quindi?

Noi cicloattivisti ci siamo attivati per quanto nelle nostre possibilità, ma è stato determinante il supporto della politica, che ha saputo comprendere il valore di questa opportunità, ha investito le risorse necessarie… e ne è stata giustamente ripagata.

D: e dopo la rete turistica?

È stato il momento delle città, che si sono dovute attrezzare, prima molto timidamente, poi con sempre più convinzione, per ospitare questi flussi turistici e per far muovere in bicicletta i cittadini. Questo è avvenuto in concomitanza con lo sbarco, nel nostro paese, del movimento Critical Mass, che ha stravolto il modo in cui eravamo abituati a ragionare gli spazi urbani. Si è sviluppata una importante sinergia tra le istanze turistiche, che muovevano verso le città, e quelle interne di mobilità individuale, divertente, salutare e sostenibile.

D: che può raccontarci di questo periodo?

Troppe cose, non possiamo star qui tutto il giorno. All’inizio, fra cicloturisti e pedalatori urbani ci si è guardati un po’ in cagnesco, poi ci si è annusati e alla fine abbiamo convenuto di appartenere alla stessa specie. Ed abbiamo iniziato una collaborazione molto proficua. Sono stati gli anni che hanno visto un’esplosione di sperimentazioni, in diverse città, di cui si è fatto tesoro e che hanno portato alle successive modifiche del Codice della Strada.

D: una legge che non ha avuto pace!

Beh, sì. Se ricordo bene è stata integrata almeno tre volte negli ultimi quindici anni. Ed ogni volta si è lavorato a restituire spazi e diritti alla mobilità leggera, togliendoli a quella motorizzata. A mio parere è anche grazie a questi interventi che oggi abbiamo una rete di trasporto pubblico che il mondo ci invidia, e che in molti paesi si cerca di imitare. Siamo stati i capofila di una rivoluzione nelle modalità di trasporto, di questo dovremmo essere orgogliosi.

D: e del Raccordo delle Bici, ne vogliamo parlare?

È stata un’idea geniale, quasi mi rammarico di non averla avuta io. Ma sa, in quegli anni avevo troppo da fare, riunioni, tavoli tecnici, iniziative in bicicletta, esplorazione e valorizzazione di pezzi di penisola che il turismo di massa aveva dimenticato. Il Raccordo delle Biciclette di Roma ha unito le esigenze di tutti, ed è stato immediatamente copiato in moltissime altre realtà. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo di nuovo.

D: la ringraziamo tantissimo della chiacchierata, c’è altro che vorrebbe aggiungere?

Ci sarebbe da parlare per ore, ma in questo momento mi gira un po’ la testa.

D: c’è qualcosa che non va?

Non capisco, vedo sfocato, vedo lei sfocato…

D: forse è perché io non esisto davvero, lo sa questo?

Che? Come? Cosa?

D: Non esisto, sono solo nella sua testa. Non ha preso le sue medicine, Pierfranceschi. Si è dimenticato di nuovo.

Le medicine? Ah, già, le mie medicine. Dove sono?

D: nel cassetto. Non le dimentichi più!

Ora le prendo, ma lei non se ne vada… resti, la prego… la prego… Dov’è? Che fine ha fatto? Ah, già, le mie medicine. Dove sono? Dove le ho messe?

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