La chiusura del cerchio

Nei mesi scorsi il regista Michael Moore ha curato la produzione di un documentario girato da Jeff Gibbs, intitolato “Planet of the Humans” (il titolo rifà il verso al famoso film di fantascienza “Planet of the Apes”, in italiano “Il Pianeta delle Scimmie”). Il film, a causa del lockdown imposto dalla pandemia attualmente in corso, è stato temporaneamente messo a disposizione in forma integrale sulla piattaforma Youtube (attualmente non più disponibile).

Il lavoro di Gibbs punta il dito sull’azione delle organizzazioni ambientaliste americane, sulle loro commistioni con la politica, sui loro finanziatori ed in ultima istanza le addita come uno strumento creato e gestito dal comparto industriale per orientare le opinioni di quella fetta di popolazione più critica nei confronti del modello capitalista/consumista.

Questa tesi ha suscitato grandi polemiche, ma non si discosta molto dalle conclusioni cui sono giunto anch’io, ragionando autonomamente sulle tecnologie verdi e sulla funzione economico/politica delle associazioni sedicenti ambientaliste. Anzi, il documentario manca di approfondire diversi concetti, in primis quello di EROEI, che avrebbero portato ulteriori argomenti a supporto delle tesi illustrate.

Gibbs, tuttavia, coglie una connessione che mi era fin qui sfuggita. Dopo aver descritto, all’inizio della pellicola, il proprio passato di attivista delle lotte ambientali, circa a metà del film, e solo dopo aver ampiamente illustrato l’impossibilità di alimentare l’attuale livello di consumi unicamente con l’ausilio di tecnologie verdi, l’autore si interroga sul perché del proprio autoinganno.

(voce narrante) E questo è la più terrificante rivelazione che abbia mai avuto. Noi umani siamo in procinto di precipitare da un’altezza inimmaginabile. Non per una cosa. Non solo per i cambiamenti climatici. Ma per tutti i cambiamenti causati dall’uomo di cui il pianeta soffre. Quindi, perché banchieri, industriali e leader ambientali si sono concentrati solo sul difficile percorso legato alle tecnologie ‘verdi’? È per via del profitto? E per quale motivo, per la maggior parte della mia vita, mi sono cullato nell’illusione che l’energia ‘verde’ ci avrebbe salvato?

Il documentarista va quindi ad intervistare il dr. Sheldon Solomon, psicologo sociale presso lo Skidmore College, cui pone la seguente questione:

[Jeff Gibbs] – È come se la destra avesse una religione: credono nella disponibilità di quantità infinite di combustibili fossili. Mentre la nostra parte dice “Oh, andrà tutto bene, avremo i pannelli solari, avremo le pale eoliche.” Appena ho sentito le tue argomentazioni sulla ‘negazione della morte’ ho pensato: “Può essere? Può essere che non siamo in grado di affrontare la nostra stessa mortalità? Potremmo, per questo motivo, aderire ad un credo di cui non siamo consapevoli?”

Ed ecco il trait-d’union tra ambiti diversi che mi era sin qui sfuggito.

Ho già lungamente discusso della distruttività umana, di come siamo collettivamente incapaci di progettare un futuro sostenibile, abbandonandoci con estrema facilità al consumo sfrenato di quanto disponibile, letteralmente ‘come se non ci fosse un domani’. Fin qui l’ho interpretata come una reazione puramente animale, in cui la razionalità non rivestiva alcun ruolo.

In parallelo ho proceduto a sviluppare un’analisi della fallacia delle ideologie, delle fedi, delle credenze irrazionali, rintracciando la loro origine in una forma di autodifesa mentale, funzionale alla sopravvivenza di singoli e gruppi. Le considerazioni espresse in “Planet of the Humans”, finalmente, chiudono il cerchio del ragionamento e svelano la rovinosa china sulla quale è avviata la nostra civiltà.

Nel progredire dell’evoluzione della specie Homo, una delle caratteristiche distintive è stata lo sviluppo dell’intelligenza. Come per molte altre trasformazioni (la postura bipede, l’aumento volumetrico della scatola cranica) quello che si è guadagnato in termini di funzionalità è stato compensato dall’emergere di nuovi problemi. Nel caso dell’intelligenza il portato negativo è rappresentato dall’emergere della consapevolezza dell’inevitabilità della morte.

La paura della morte è un tratto comune a tutti gli esseri viventi capaci di autodeterminare i propri comportamenti. Si tratta di una reazione istintiva che spinge da un lato a sfuggire i predatori, dall’altro a continuare a nutrirsi, indicata spesso come ‘istinto di sopravvivenza’. La paura di una morte immediata produce una reazione di panico e stress, che aiuta gli animali a salvarsi e sopravvivere fino a riprodursi.

Tuttavia, con lo sviluppo dell’intelligenza, i nostri antenati si sono dovuti confrontare con la cognizione dell’inevitabilità della propria morte, dell’invecchiamento, con la paura delle malattie. Questa consapevolezza ha prodotto un perdurante senso di angoscia, tale da ridurre significativamente il vantaggio derivante dal possedere un maggior volume cerebrale.

Gli antichi umani hanno perciò sviluppato un adattamento mentale che li ha resi in grado di bypassare questa consapevolezza, attivando la capacità di aderire convintamente a credenze irrazionali. Questo ha segnato la nascita delle religioni, come forma di sollievo dall’angoscia della morte e collante sociale delle prime comunità umane, favorendo la sopravvivenza dei nostri progenitori.

Per contro, come portato negativo, la capacità di ignorare la logica ed il buonsenso ha creato le condizioni per lo sviluppo di un florilegio di ideologie, che hanno accompagnato lo sviluppo delle civiltà. È questo meccanismo inconscio che ci consente, contro tutte le evidenze, di credere agli UFO, o ai Rettiliani, o alla teoria della Terra Piatta.

Come nel principio filosofico di Yin e Yang (“ogni cosa contiene, nella sua massima espressione, il germe del proprio contrario”), il progredire di intelligenza e razionalità hanno prodotto, in parallelo, lo sviluppo della capacità di ignorare le conclusioni che intelligenza e razionalità ci forniscono. Quando il sapere diventa troppo doloroso, o fastidioso, attiviamo la capacità di rimuovere le informazioni indesiderate.

Come i nostri antenati, siamo in grado di ignorare la consapevolezza della morte individuale, e l’angoscia che essa comporta, e di elaborare una fede irrazionale nella salvezza. Allo stesso modo siamo in grado di ignorare la consapevolezza dell’inevitabile declino della civiltà industriale, che abbiamo finito con l’identificare con la nostra stessa esistenza, elaborando ed aderendo in massa a credenze totalmente irrazionali, come l’ideologia del progresso, quella di un universo che muove dal caos all’ordine, o quella della crescita economica illimitata.

Il quadro ora è completo, e non lascia spazio a speranze. Per quanti fatti la scienza potrà inanellare, per quante previsioni attendibili potrà fornire, la capacità umana di ignorare la realtà avrà sempre il sopravvento. La nostra grandezza, la nostra incredibile intelligenza, contiene in sé il germe della propria stessa distruzione.

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