Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico

L’emergenza climatica ci sta mettendo di fronte ad un problema non più dilazionabile: trovare un equilibrio, sostenibile, tra le esigenze della specie umana e la sopravvivenza di ecosistemi complessi. Il motivo per cui è tanto difficile individuare questo equilibrio nasce da una distorsione cognitiva collettiva (quindi di natura culturale) che affonda le sue radici nella notte dei tempi ed a cui ho dato il nome di Pregiudizio Antropocentrico.

La formulazione più semplice del Pregiudizio Antropocentrico è: “qualunque cosa aumenti il benessere degli esseri umani è da considerarsi buona e giusta, a prescindere”. Questo assunto appare, ai più, talmente ovvio che non se ne può discutere più di tanto. Si tratta dell’estensione di un principio egoistico, funzionale alla sopravvivenza degli individui in natura. Tuttavia, in mano ad una specie sociale dotata di capacità mai viste prima, ha portato gli ecosistemi globali sull’orlo del collasso.

L’idea che l’Uomo possa fare ciò che vuole del Mondo è ben formalizzata nella Genesi biblica: Dio crea il mondo per donarlo all’Uomo, dicendogli che ne può disporre come meglio vuole. In altri termini, l’umanità si arroga il diritto di fare e disfare ciò che la Natura ha costruito nell’arco di millenni, ed inventa un Dio onnipotente per farsi autorizzare ad operare come meglio crede.

L’egoismo è un motore, intrinseco ed ineludibile, degli organismi viventi. L’istinto di sopravvivenza ne è la sua formalizzazione. Gli individui e i gruppi (che nelle specie sociali operano come dei sovra-individui) devono sopravvivere e riprodursi, e per far questo attuano tutta una serie di strategie di predazione delle risorse naturali.

Oltre a ciò, il nostro successo come specie sociale è dovuto a meccanismi di solidarietà, quindi è inevitabile che l’accettazione dell’egoismo individuale venga estesa agli altri membri del gruppo, ed in ultima istanza all’intera specie. Tali meccanismi già del loro basterebbero a produrre un simile risultato, anche senza bisogno di una sovrastruttura religiosa di natura fideistica, ma quest’ultima ottiene di escludere ogni ulteriore discussione in merito.

Se trarre dall’ecosistema il necessario per il proprio sostentamento è nell’ordine delle cose, per quale motivo, proprio per noi umani, ciò dovrebbe rappresentare un problema? Semplicemente perché, a differenza delle altre specie, non abbiamo più freni sistemici alla crescita, ormai fuori controllo, della nostra popolazione.

Produrre più cibo attraverso le pratiche agricole e l’allevamento è stato considerato “buono e giusto”, ma ha portato alla scomparsa delle foreste e di molte delle specie che le popolavano. Costruire abitazioni più protette, sviluppare cure mediche, hanno consentito un aumento dell’aspettativa di vita ed una riduzione della mortalità infantile, tutti fattori che hanno concorso all’aumento della popolazione ed alla conseguente crescita nella predazione di risorse ecosistemiche.

In ultima istanza, la capacità tecnologica di sfruttare fonti energetiche fossili in alternativa all’energia prodotta dal Sole (l’unica stabile e indefinitamente rinnovabile, perlomeno sulla scala temporale delle civiltà umane), ha generato un benessere diffuso culminato nell’esplosione demografica degli ultimi decenni.

Il punto è che tutti i fenomeni sgradevoli che abbiamo temporaneamente rimosso: malattie, carestie, freddo, ottenevano di mantenere la popolazione umana in equilibrio con gli ecosistemi circostanti. Ora che è l’assenza di equilibrio a minacciarci, non disponiamo degli strumenti culturali per affrontarla, principalmente perché alla base di tutta la nostra scala di valori etici abbiamo messo il meccanismo stesso responsabile del disequilibrio.

Se quello che è bene per gli umani è buono e giusto’, diventa impossibile intervenire su quegli individui che distruggano una risorsa non rinnovabile, una foresta o una specie vivente, con l’alibi del proprio benessere. Allo stesso modo non si può intervenire sulle industrie che avvelenano l’ambiente, perché producono occupazione, che corrisponde a benessere per fasce estese di popolazione.

In quest’ottica, ogni impresa che produca lavoro e ‘benessere’ per la generazione attuale viene di fatto moralmente assolta per i danni che potrà produrre alle generazioni a venire. Il principio di precauzione viene sottomesso alle esigenze immediate e contingenti, col risultato di accumulare disastri sulle popolazioni future.

La formalizzazione finale del Pregiudizio Antropocentrico si raggiunge nell’assunto capitalista che le imprese private siano unicamente tenute a fare l’interesse economico dei propri investitori. In base a tale principio, i manager delle grandi aziende possono essere perseguiti legalmente, se non massimizzano il ritorno economico degli azionisti, molto più facilmente che per aver causato danni alla collettività o agli ecosistemi.

Per dire, l’industria del tabacco è responsabile di una percentuale significativa di tumori alle vie respiratorie, ma il suo obbligo contrattuale è unicamente nei confronti degli azionisti, e le responsabilità (morali) rigirate sui clienti. Analogo discorso si può fare per il comparto legato alla mobilità privata, che non può essere chiamato in causa per le condotte di guida dei propri clienti nemmeno se coincidenti con quanto avallato e promosso dalla comunicazione pubblicitaria, finalizzata alla vendita di un maggior numero di veicoli.

Un’organizzazione economica e sociale schizofrenica, che ha come ultimo portato una perenne confusione culturale, afflitta dalla totale incapacità di immaginare soluzioni efficaci. Una situazione alimentata da una classe politica opportunista, i cui rappresentanti sono titolati ad affermare tutto e il contrario di tutto, analogamente a quanto facciano gli economisti.

La rimozione del bias culturale determinato dal Pregiudizio Antropocentrico appare indispensabile per aiutarci a rimuovere i limiti cognitivi che ci impediscono di individuare vie d’uscita percorribili alla situazione attuale, onde avviare forme di decrescita, se non proprio felici, quantomeno efficaci.

Purtroppo non è facile superare un ostacolo cognitivo che ci accompagna da millenni. Ancor più se si considera che tale ‘ostacolo’ è stato capace di garantire il successo economico e sociale di chi più entusiasticamente lo ha abbracciato e propalato. Scommettere sulla possibilità che si trovi la maniera di disinnescarlo prima che la realtà venga a chiederci il conto appare francamente troppo ottimistico.

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12 pensieri su “Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico

  1. Gentile Marco,
    ho scoperto da qualche mese il tuo bellssimo blog e ne sono diventato un lettore assiduo, (saccheggiando anche i tuoi post per il mio bloggettino personale), anche se non trovo quasi mai il tempo per commentare.

    Lo faccio ora, perchè sento il desiderio (si parva licet) di fare una piccolissima integrazione al tuo assunto di base, che, ovviamente (essendo un ambientalista consapevole) non posso che approvare.

    Secondo me il pregiudizio antropocentrico, che tu hai sintetizzato e che – in effetti – è estremamente pericoloso, dovrebbe essere completato, aggiungendo una precisazione.
    La definizione dovrebbe essere, cioè:
    “qualunque cosa aumenti il benessere degli esseri umani NEL BREVE PERIODO è da considerarsi buona e giusta, a prescindere”.

    Sono convinto infatti che quello che ci porterà alla rovina, non è il pregiudizio antropocentrico in quanto tale (cioè la spinta a perseguire il vantaggio della nostra specie sopra a tutte le altre), ma il fatto che lo stiamo applicando male per assenza di lungimiranza, e che quindi stiamo portando un danno non solo agli altri esseri viventi, ma, alla fine, ANCHE A NOI STESSI.

    Rinnovo i miei complimenti per il tuo blog e sarò lieto di leggere una tua eventuale risposta.
    Un cordiale saluto.

    • È una puntualizzazione che accolgo, ma che ritenevo implicita. Il ‘benessere’ esiste solo nel breve termine, se si protrae diventa normalità. Per i nostri nonni il benessere era mangiare tutti i giorni. Per noi mangiare tutti i giorni è la normalità, e benessere diventa degustare cibi raffinati. Per i nostri nonni benessere era poter smettere, ogni tanto, di lavorare. Per noi è fare le vacanze all’estero. Questo comporta un maggior dispendio di energia ed una maggiore distruzione di risorse, tuttavia il pregiudizio ci rassicura che se va bene per noi non c’è da preoccuparsi, quindi…

  2. Pingback: L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo | Mammifero Bipede

  3. A me piace, di tanto in tanto, mettermi nei panni di un presunto extraterrestre che osservi la specie umana terrestre dall’alto, così come un ricercatore osserva una colonia di api o formiche.
    Assumendo questa prospettiva mi rendo conto che almeno il 90% di ciò che vedo fare ai terrestri è fine a se stesso, quando non addirittura controproducente per la specie nel suo complesso.
    La parola d’ordine nella società terrestre sembra essere: egoismo.
    Non si pensa mai alle conseguenze a lungo termine, solo all’interesse immediato, il quale nasce da pulsioni e bisogni molto primordiali e non diversi da quelli che muovono gli altri animali.
    L’economia è di tipo predatorio, il lavoro competitivo, le famiglie entità chiuse e i figli proprietà dei genitori, i mezzi di trasporto sempre più individualistici, alienanti e prepotenti.
    Secondo me l’eventuale extraterrestre giungerebbe alla conclusione che fra gli umani terrestri e le altre specie animali di questo pianeta non esiste alcuna differenza sostanziale, e che l’unico elemento che distingue gli “umani” dalle altre specie è la loro capacità di costruire e usare oggetti più complessi rispetto a quelli che possono utilizzare scimmie e uccelli.
    Personalmente mi fa sorridere il fatto che i terrestri vadano cercando vita “intelligente” su altri pianeti quando ancora non hanno sviluppato una vera e propria coscienza loro stessi. Come puoi riconoscere all’esterno un qualcosa che ancora non hai interiorizzato?

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