Il Rasoio di Occam e l’emergenza climatica

William of Ockham

Guglielmo di Ockham è stato un filosofo e teologo vissuto a cavallo tra l’undicesimo ed il dodicesimo secolo. A lui dobbiamo uno dei principi basilari della scienza moderna, quello che prende il nome di Rasoio di Occam. Non avendo a disposizione la totalità delle informazioni necessarie, dice Guglielmo, occorre comunque agire sulla base di quello che si sa. In questa condizione, la spiegazione più semplice è anche la più probabile.

Per fare un esempio molto terra-terra dell’efficacia di questo semplice assunto procedo a descrivere una situazione tipo. Immaginiamo che un energumeno in evidente stato di alterazione inizi a correre nella nostra direzione urlando e brandendo un’arma da taglio: non ci serve avere la totalità delle informazioni per metterci in fuga e cercare di raggiungere un posto sicuro, o qualcuno che ci aiuti.

Un filosofo puro potrebbe discettare che, non avendo un quadro completo dei fatti, non sappiamo se l’energumeno realmente ci ferirà o ucciderà finché l’evento non si sarà concretamente verificato. Obietterà che sono possibili diverse possibili conclusioni alternative alla vicenda narrata, e che non tutte hanno come esito il nostro ferimento o la nostra morte.

L’istinto di sopravvivenza, al contrario, si accontenterà di quella che è la descrizione più probabile, e metterà in atto una linea di azione che, pur se non dimostratamente necessaria, otterrà di massimizzare la nostra probabilità di uscirne indenni.

Paradossalmente, l’argomentazione strumentale di ‘non aver dati sufficienti per affermare con certezza qualcosa’ è una tra quelle che emergono con maggior frequenza nel dibattito sulle alterazioni climatiche di natura antropica. Una tesi che sfrutta abilmente il bias cognitivo di conferma solidamente insediato nella mente umana.

Viviamo, volenti o nolenti, in un’epoca in cui è diventato molto difficile distinguere il falso dal vero. I moderni strumenti di comunicazione digitale, anziché aiutarci a discriminare tra realtà ed invenzione, sono diventati potentissimi veicoli di disinformazione. Alimentata, quest’ultima, dagli stessi meccanismi che consentono ai media digitali un ritorno economico.

Non è storia nuova, certo, ma duole constatare che, anche nella ‘società dell’informazione’, il denaro olia la trasmissione di informazioni indipendentemente dalla loro correttezza, agendo con modalità proprie ed improprie. Una recente evidenza è che gli algoritmi stessi sviluppati dagli ambienti ‘social’ per dare la priorità a contenuti ‘più interessanti’ finiscono col promuovere, acriticamente, bufale e falsità.

Come anticipato, uno dei temi su cui la disinformazione agisce maggior vigore è quello relativo alla crisi climatica che le attività umane hanno prodotto e continuano ad alimentare. Dietro il negazionismo climatico agiscono enormi interessi economici, ma molto spesso a produrre e promuovere le contro-argomentazioni sono pregiudizi filosofici che sconfinano nella fede religiosa.

Abbiamo già avuto modo di ragionare sul principale motore delle trasformazioni antropiche, l’ideologia del progresso. Per i suoi fautori, consapevoli o meno, la necessità dell’affermazione del dominio dell’uomo sul mondo è una verità di fede incontestabile. Conseguentemente, l’idea che l’azione umana possa aver danneggiato il meccanismo che sostenta la vita sul pianeta risulta una tesi per principio inaccettabile.

Non c’è pensiero razionale dietro tale posizione, semplicemente l’incapacità di mettere in discussione le proprie azioni e scelte di vita. In questo processo è tuttavia coinvolta l’intera specie umana, che ha scientemente anteposto i propri interessi immediati a quelli della biosfera. L’uomo della strada, per i suddetti motivi, rifiuta l’evidenza dei fatti.

Solo le giovani generazioni hanno un sufficiente distacco dalle scelte di vita di quelli che li hanno preceduti da poter rimettere in discussione il paradigma che ha sostenuto, fin qui, la progressiva distruzione di specie viventi, habitat e biodiversità.

Il tempo della riflessione è finito, e sarebbe il momento di passare all’azione. E qui ci scontriamo con uno degli effetti più pesanti della domesticazione umana: siamo stati progressivamente disabituati all’azione.

Come individui massificati, strumentali ai mezzi di produzione, abbiamo perso, o scientemente abbandonato, le attitudini, gli strumenti e le modalità che potevano consentirci di reagire. E ci sembra già tanto la semplice opportunità di protestare pubblicamente.

Un pensiero su “Il Rasoio di Occam e l’emergenza climatica

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