Le scimmie pazze

2001

Pochi giorni fa il mondo ha subìto un amaro e scioccante risveglio. A Christchurch, in Nuova Zelanda, un terrorista aveva aperto il fuoco sulle persone in preghiera in una moschea, uccidendone cinquanta e ferendone diverse decine, oltretutto filmando la sua azione in diretta streaming. Il tizio, Brenton Harrison Tarrant, era quindi stato catturato, e nei giorni successivi i giornali ne hanno descritto l’appartenenza al movimento dei ‘suprematisti bianchi’, un’ideologia razzista che afferma la superiorità delle popolazioni di ceppo caucasico su tutte le altre.

La domanda che mi sono posto sul momento è stata semplicemente come prevenire tragedie simili, ovvero come individuare in anticipo quelle persone che potrebbero mettere in atto azioni di questa natura ed impedire loro, per dire, di procurarsi armi letali. Ovvero: come anticipare la follia prima che esploda.

Al giorno d’oggi non è impossibile monitorare gli orientamenti individuali. La gran parte di quello che siamo e degli argomenti di cui discutiamo viaggia sui canali social, sulla grande rete. Il problema diventa stabilire dove si collochi il confine tra sanità mentale e follia delirante. È qui che il terreno si fa sdruccioloso.

Un indice, relativamente facile da stabilire, potrebbe essere l’attitudine a credere in realtà platealmente false ed indimostrabili, come le scie chimiche, o i rettiliani. Questo è un chiaro indice di scollamento dalla realtà. Incidentalmente in questa materia rientrano le fedi religiose.

Sulla posizione della scienza nei confronti delle fedi religiose ho già scritto diverso tempo fa. La conclusione dei pensatori razionali è che la fede nell’aldilà colmi una lacuna della psiche umana, ci aiuti a trovare un senso ed una stabilità ed in qualche maniera contribuisca a far vivere meglio la collettività.

Se si vanno a rileggere i grandi testi religiosi (Bibbia, Vangelo e Corano) escludendo la sfera teologica (utilizzata, a parere dello scrivente, come leva motivazionale e collante sociale), quel che resta, oltre alle vicende narrate, sono collezioni di precetti utili ad organizzare la vita di singoli e collettività. Elenchi di ‘buone prassi’ dettate dalla volontà di far coesistere pacificamente le persone, pur scontando i limiti culturali delle civiltà che li hanno prodotti. I testi che hanno meglio realizzato questo risultato di pacifica e soddisfacente coesistenza sono anche quelli meglio sopravvissuti all’evoluzione culturale avvenuta nei secoli successivi.

A posteriori, però, nessun testo antico è stato in grado di mettere un argine alla voracità della nostra specie, ed i precetti che si sono dimostrati funzionali per piccole comunità in perenne lotta per la sopravvivenza non si adattano più ad un’umanità che sta letteralmente divorando il Mondo.

L’esito di mitigazione dei comportamenti estremi ed aberranti prodotto dalle religioni, funziona tuttavia molto meglio con comunità piccole ed isolate. L’attuale mondo sovraffollato ed interconnesso crea facilmente cortocircuiti che portano ad atti estremi. Le credenze religiose finiscono col canalizzare le pulsioni distruttive ed autodistruttive in atti che danneggiano i singoli e la collettività. Lo abbiamo visto con la Shoà, col terrorismo di matrice islamica e, pur senza riandare indietro alle crociate, lo vediamo perfino con quello di matrice cristiana.

Ma le fedi religiose non sono l’unico esempio di credenze basate sull’assenza di evidenze incontestabili a supporto. Le culture umane sono un florilegio di ideologie massimaliste, in passato prevalentemente politiche, ma al giorno d’oggi anche economiche. Un esempio di queste ultime è il paradigma della crescita illimitata, che ci sta guidando nella spoliazione e devastazione del pianeta.

Più in generale, il già citato articolo del 2007, riletto in una chiave più pessimista, ci descrive come una specie psichicamente instabile i cui individui, a differenza di tutte le altre specie animali, hanno bisogno di particolari ‘stampelle mentali’ per poter affrontare la vita di ogni giorno, la fatica e le avversità. E tutto questo è dipeso, in ultima istanza, dalla crescita abnorme del nostro cervello.

Non è questa una conclusione mia personale, né recente; i popoli più antichi di cui si ha notizia la condividevano. Il racconto biblico della caduta dal Paradiso Terrestre non descrive altro che questo: un’umanità inconsapevole e felice, in equilibrio con la Natura, caduta in disgrazia per aver addentato il frutto della conoscenza.

La fatica di gestire, ed in qualche modo tenere a bada i nostri cervelli, è riscontrabile nel tempo che dedichiamo ad attività ricreative, e nelle modalità per ciò impiegate. La più tipica e diffusa è la ricerca di intrattenimento, di qualcosa che ci distragga dai problemi quotidiani, che ci tolga i pensieri dalla testa sostituendoli con altri che non ci destino preoccupazioni. Tipicamente cerchiamo di appassionarci a problemi altrui, sia nella fiction che nelle cronache. In passato questo avveniva con la lettura, più recentemente attraverso il cinema e la televisione.

Quando questo non basta, si agisce direttamente sulla fonte delle preoccupazioni, alterando la chimica cerebrale con sostanze psicotrope. Alcol e cannabis fanno parte delle tradizioni ricreative di moltissimi popoli e culture fin dall’antichità, lo stordimento che producono può ben essere letto come una ricerca di sollievo dall’eccessivo rimuginare della nostra macchina mentale.

Anche le pratiche meditative elaborate dalle filosofie orientali altro non sono che tecniche per il contenimento, se non l’annullamento, del pensiero, alternative alle soluzioni chimiche e con minor controindicazioni fisiologiche in termini di dipendenza (droghe) e deterioramento della funzionalità di organi specifici (alcol).

E tuttavia, il nostro enorme cervello insano è stato lo strumento capace di affrancarci dalla lotta per la sopravvivenza: il vantaggio evolutivo che ci ha consentito di antropizzare il pianeta, sottomettendo la biosfera ai nostri capricci. Rinunciarvi è ad oggi impossibile, men che meno in un mondo globalizzato, dove le ingerenze politiche e militari non rispettano più nemmeno la separazione dei continenti. In un mondo impazzito, rinsavire non è un vantaggio, né come singoli, né come collettività. Ne ho scritto tempo addietro formulando un’idea che ho chiamato ‘il paradosso Maori’.

Nei giorni scorsi sono stato molto combattuto sul pubblicare o meno questa riflessione. Di fondo resto convinto che la comprensione di un problema sia fondamentale per individuarne la soluzione, ma in questo caso la natura del problema non è affrontabile: il problema siamo noi. E non abbiamo nessun reale strumento per venirne a capo, considerati gli sforzi vani prodotti per millenni attraverso religioni, correnti filosofiche ed ideologie politiche. Tutti strumenti, come già detto, caratterizzati da un vizio d’origine.

Più in generale, non abbiamo alcun modo certo di stabilire se una qualche idea possa salvarci dal distruggere tutto, semplicemente perché l’unico strumento a disposizione in grado di produrre idee, il nostro cervello, sappiamo già in partenza essere fallato.
O, per dirla in una maniera molto più semplice, parafrasando il comico Corrado Guzzanti: “la risposta è dentro di noi, e purtroppo è sbagliata!”


P.s.: per il titolo di questo post devo ringraziare il mio amico Paolo, che una volta mi disse: “quando trovi un comportamento umano che non comprendi, pensa alle scimmie… tutto ti si chiarirà”. In effetti questo siamo: scimmie impazzite per l’aver sviluppato una capacità di ragionamento eccessiva. Difficile ormai metterci una pezza. Lo stesso Paolo, al quale ho anticipato i contenuti di questo scritto, mi ha poi chiesto: “ok, dov’è la novità? Che cosa di tutto questo non sapevamo già?”

4 pensieri su “Le scimmie pazze

  1. “Anche le pratiche meditative elaborate dalle filosofie orientali altro non sono che tecniche per il contenimento, se non l’annullamento, del pensiero, alternative alle soluzioni chimiche e con minor controindicazioni fisiologiche in termini di dipendenza (droghe) e deterioramento della funzionalità di organi specifici (alcol).”
    In questa frase scrivi “minor controindicazioni”, perchè minori? Non credi siano nulle? Credi esistano delle controindicazioni fisiologiche per la pratica meditativa?

    • Sorry, il riferimento era ai cosiddetti ‘santoni indiani’: https://it.wikipedia.org/wiki/Sadhu, non alle pratiche meditative in generale. È chiaro che qualunque comportamento umano si presti ad estremizzazioni. In questo caso non è il comportamento in sé (la meditazione) ad essere ‘pericoloso’, ma l’abuso, e siccome le pratiche meditative hanno la funzione di gestire un bisogno (che potremmo definire la riduzione della sofferenza psichica), anche per esse sussiste il rischio di una deriva e di un abuso.

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