L’inferno degli specchi

Pochi giorni fa, vincendo una fortissima riluttanza, ho finalmente aperto un account su Twitter, social network caratterizzato dalla brevità concessa agli utenti, obbligati a concentrare le proprie comunicazioni in soli 140 caratteri.

Non so cosa realmente mi aspettassi di trovare (mi avevano descritto un ‘medium’ più orientato alle notizie che alle chiacchiere), come primo impatto mi è parso una brutta copia di Facebook, con testi contratti al massimo e ‘quoting’ semi incomprensibili, rimbalzi e rimpalli di cose altrui (retweet) ed aggiornamenti giornalistici che si possono avere in maniera molto più gestibile attraverso un aggregatore di feed RSS.

Ma la cosa più fastidiosa e disturbante mi è apparsa la evidente specularità con Facebook, che frequento ormai da diversi anni. Tutto quello che non mi era risultato evidente nell’esperienza di un singolo ‘social medium’ è emerso nel confronto con il secondo: un gioco di specchi con al centro l’utente, che finisce con lo sperimentare un mondo informativo-relazionale a propria immagine e somiglianza.

E veniamo al titolo di questo post, preso in prestito da uno scrittore giapponese (Taro Hirai) che si firmava con lo pseudonimo Edogawa Ranpo. “L’inferno degli specchi” è uno dei suoi racconti più famosi e dà il titolo ad un’antologia di storie tra il noir e il fantasy che mi è capitata in mano qualche tempo fa.

Nella vicenda un ricercatore comincia ad indagare le proprietà paranormali degli specchi, in particolare dei riflessi multipli. Sviluppando le sue teorie arriva ad ideare un apparato concepito come un guscio rivestito all’interno di specchi di diverse forme e dimensioni. Una volta costruito, come ultimo esperimento vi si chiude dentro finendo per svanire fra urla disumane in una realtà (orribile) posta al di là degli specchi stessi. L’apparato, una volta riaperto, si rivela vuoto.

Per l’epoca in cui fu scritto, e per i contenuti ormai anacronistici, né il racconto né l’antologia tutta mi entusiasmarono particolarmente. Oggi tuttavia ne colgo appieno il valore metaforico. L’uomo che si annienta nei propri riflessi è una efficace raffigurazione dell’utente dei social-network, talmente preso da una illusione da lui stesso creata da finire col perdere il contatto con la realtà. Cito testualmente da un post scritto poco più di un anno fa.

The Daily Pierfra nasce da una discussione sull’idea di ‘Daily Me’, ovvero sul rischio che l’utilizzo della rete, filtrato dalle singole e rispettive sensibilità, finisca col riflettere più che una varietà di opinioni l’orientamento di pensiero del singolo utente. In pratica ognuno frequenterebbe quotidianamente siti informativi, blog e forum di proprio gusto, finendo con l’esperire una sorta di galleria degli specchi dove gli viene continuamente rimandata un’immagine di sé, pur restando convinto di aver effettuato una immersione culturale nel mondo reale.”

La mia ‘full immersion’ nel social-network per antonomasia (Facebook) inizia circa quattro anni fa, in occasione della nascita del movimento #salvaiciclisti. All’epoca cercare di sfruttare il meccanismo social per veicolare idee ed iniziative parve una buona idea, e per un po’ probabilmente funzionò. Ma erano altri tempi, gli utenti non erano ancora abituati (verrebbe da dire assoggettati) ai meccanismi strutturali di Facebook, la comunicazione era meno dispersiva e polverizzata.

I meccanismi, appunto. L’interesse primario dei social-network è quello di far passare ai propri utenti il maggior tempo possibile sulla piattaforma. Per far questo si opera un attento ‘profiling’ di ogni singolo utente in modo da potergli/le offrire contenuti di suo interesse. Il risultato finale è un appiattimento di quanto viene automaticamente filtrato dal sistema sui personali gusti ed interessi del fruitore.

A questo si aggiungono i meccanismi di selezione dell’utente stesso, che tende a privilegiare discussioni, su argomenti specifici, con persone allo stesso livello di elaborazione, col risultato che ci si circonda di ‘menti affini’ che hanno poco di nuovo da portare, mentre le persone potenzialmente interessate ad approfondire l’argomento ne restano al di fuori, o subiscono reprimende nel momento in cui intervengono maldestramente nel dibattito.

Una ripetitività di contenuti e dinamiche che, oltretutto, tende a peggiorare nel tempo, portando ad una lenta ma inarrestabile disaffezione degli utenti (paradossalmente proprio quello che i meccanismi stessi vorrebbero scongiurare). Tornando a me, proprio la montante insoddisfazione nei confronti di Facebook mi ha spinto a cercare la fuga in un ‘social’ diverso, Twitter, dove tuttavia paiono dominare le stesse dinamiche, aggravate da una dimensione dialettica pesantemente penalizzata.

Un’esperienza frustrante che mi spinge a rimettere in discussione l’efficacia di molte delle forme di comunicazione che ho provato a sviluppare nel corso degli ultimi anni. Con esiti che appaiono, al momento, difficilmente predicibili.

Caravaggio - "Narciso"

4 thoughts on “L’inferno degli specchi

  1. Ho da tempo account Facebook e Twitter.
    Nel primo ho pochi contatti 120 circa tutta gente che conosco anche nella vita reale ma non di meno spessissimo mi cadono le braccia a vedere condivise bufale varie, notizie da siti inattendibili o simili, i razzisti e dementi vari non avendo contatti “sconosciuti” non ne ricevo oppure elimino il contatto.

    Detto questo le discussioni di FB sono perlopiù illeggibili, non per problemi tecnologici, ma per il livello (ce ne è una in questi giorni sulla Ciemmona roma o bologna piena di insinuazioni, bugie e infamità).
    FB rimane utile forse la sua funzione originaria ossia restare un po in contatto con amici e amiche che sono andati ad abitare in giro per l’Italia e per il mondo

    Su Twitter seguo un bel po’ di gente, ha una sua utilità e piacevolezza durante eventi o altro (uso degli hashtag) però il grosso della gente non lo sa usare quindi inonda di messaggi spesso mandati da qualche bot legato ad altro social (FB). Poi ci sono degli utenti EGOTICI quelli che twittano all’impazzata 100/200 tweet/giorno si buttano in tutte le discussioni, dicono la loro su tutto… da un piedistallo. Il piedistallo è “io sono più cool di te” o “io ne so più di te” o il classico “io sono nel giusto”.
    Una generazione che ci da lezioni di vita in battute di poche parole. 140 caratteri sono TROPPI quelli/e bravi riescono a stare nella riga.
    Ha di buono che se in quel momento non lo stai guardando scorre e va via. Spesso infatti non lo vedo.

    Personalmente ancora trovo piacevole Instagram per svagarmi un po’ seguire gente interessante in posti interessanti

    Flickr dove ancora si vedono grandi fotografie.

    Facebook sarebbe da lasciare ma ci sono gli amici lontani

  2. FB , come la nostra vecchia scatola magica (la mia lo è, un indistruttibile scatolone catodico della Philips) è un contenitore di tutto quello che si vuole, chi cerca trova. Mi vado a cercare “L’inferno degli specchi” , bella storia… E bell’articolo !

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