Il trionfo della morte – 7

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Parte settima: ambientalisti vs. zombie

La paura, come emozione, ha da sempre un posto di spicco nell’immaginario popolare, declinandosi diversamente da generazione a generazione. Nel lontano passato si aveva paura dei mostri mitologici: ciclopi e arpie nella cultura classica, Troll in quelle nordiche, diavoli, streghe, mostri marini ed altro ancora, ognuno legato ad un diverso aspetto dell’esperienza comune, ad una diversa paura da razionalizzare ed esorcizzare.

In tempi più recenti possiamo menzionare il successo, da metà ottocento fino a tutta la prima metà del secolo scorso, della ‘creatura del dr. Frankenstein’, proiezione della paura nei confronti delle scoperte scientifiche e del desiderio umano di travalicare i propri limiti senza valutare le conseguenze. L’erdità delle paure ottocentesche consiste in larga parte di orrori soprannaturali che hanno a che vedere col ritorno dall’aldilà: non-morti, vampiri, mummie egizie o, come nel caso della creatura del dr. Frankenstein, un essere composto di parti di cadavere riportato in vita grazie all’elettricità.

Gli zombi sono un prodotto culturale ancora più recente. Nati dalle leggende haitiane come corpi resuscitati e resi schiavi dagli stregoni locali, evolvono rapidamente in una minaccia di tipo globale grazie al regista George Romero, che nel film “La notte dei morti viventi”, del 1968, apporta dei radicali cambiamenti al mito caraibico: le creature sono cannibali e la causa della trasformazione non è tanto la morte in sé quanto un misterioso e non meglio precisato ‘contagio’ che si trasmette venendo morsi da zombi.

A differenza del vampiro, dell’uomo lupo, della mummia, che sono predatori solitari, la caratteristica degli zombi è quella di muoversi in gruppo e di poter trasformare in zombi praticamente chiunque. La situazione tipo consta di pochi superstiti che cercano di sfuggire alla caccia di decine di creature antropofaghe, semidementi, insensibili al dolore ed ai danni fisici e per questo difficili da abbattere.

Il film di Romero non ha un seguito immediato, passeranno dieci anni prima che lo stesso regista riproponga sullo schermo il tema dell’apocalisse zombi vestendo, nel 1978, la confezione horror di satira sociale e di costume. Nel seguito “Dawn of the Dead” (in italiano semplicemente “Zombi”), la scena si sposta in un centro commerciale ed i superstiti devono guadagnare la salvezza combattendo tra espositori e scaffali.

L’immagine degli zombi abbrutiti che vagano nei reparti e sulle scale mobili come memori della propria vita precedente rimanda immediatamente alle ideologie consumiste, alla spersonalizzazione indotta dai ‘non luoghi’ del commercio massificato ed all’omologazione delle merci (e degli spazi) fabbricati in serie.

È interessante notare come siano evolute, nel corso degli anni, le paure collettive e le loro rappresentazioni mediatiche. La creatura del dr. Frankenstein giace abbandonata nel dimenticatoio, rispolverata di rado in qualche rilettura rigorosamente in chiave ottocentesca. Vampiri e lupi mannari si sono trasferiti nelle narrazioni adolescenziali (‘young adult’) umanizzandosi e perdendo le caratterizzazioni più terrificanti.

Solo gli zombi hanno conosciuto di recente un successo tale da dar vita ad innumerevoli film e serializzazioni televisive che ne hanno preservato ed accentuato la natura orrorifica, raggiungendo una tale penetrazione nell’immaginario collettivo da far sì che anche l’esercito USA finisse con l’utilizzare la minaccia di una ‘Zombie Apocalypse’ come tema di esercitazione per i propri cadetti.

C’è, insomma, in quest’idea del ‘morire da vivi’ una delle paure profonde dell’umanità contemporanea, come la percezione che la modernità ci stia progressivamente privando di porzioni importanti dell’esperienza vitale, fino a ridurci a burattini massificati capaci solo di ‘produrre e consumare’. Un’umanità che spende il proprio tempo libero a muoversi tra le vetrine di un centro commerciale, desiderando oggetti, respirando aria condizionata, dipendente dall’automobile per spostarsi da un luogo all’altro.

Un’umanità che ha ormai solo un lontano ricordo della vita reale, della fatica fisica, del dolore, del correre a perdifiato, delle emozioni, della vita.

3 thoughts on “Il trionfo della morte – 7

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