L’urbanità dimenticata

Ieri pomeriggio ho avuto l’opportunità, quasi per caso, di assistere ad una presentazione del lavoro di Daniel Latorre (newyorkese, membro di Project for Public Spaces e fondatore di The Wise City) sui temi della progettazione dal basso, la socialità, il recupero di spazi urbani mediante coinvolgimento della cittadinanza. Una conferenza per molti versi illuminante che mi ha illustrato la questione da una prospettiva diversa da quella italiana.

Ho realizzato che una grossa parte del problema nel far comprendere in Italia la necessità del ridisegno urbano è che in realtà ci troviamo di fronte ad una trasformazione incompiuta, che altrove si è invece prodotta su ben altra scala rendendo evidente l’esigenza di ripensare le città. Una trasformazione, per noi iniziata nel dopoguerra, innescata da innovazioni tecnologiche e sociali di varia natura, prime fra tutte l’automobile, il consumismo e la televisione.

L’automobile ha stravolto la nostra relazione con lo spazio, rendendo vicino quello che prima era lontano, e per estremo paradosso lontano quello che era vicino. Anni fa mi capitò di impiegare due ore e mezza per spostarmi da un quartiere all’altro di Roma a bordo di un veicolo che, nello stesso tempo, avrebbe potuto portarmi a Perugia.

Questa distorsione nella percezione delle distanze è però solo uno dei problemi prodotti dalla diffusione dell’automobile. Il principale è l’aver snaturato l’originaria funzione delle strade come luoghi d’incontro, commercio e socializzazione, rendendole rumorose, pericolose, limitando gli spazi per muoversi a piedi ed in conclusione ostacolando tutte le attività umane che in passato vi avevano luogo.

Il consumismo, un’ideologia nata dalla disponibilità enorme di ricchezza generata dall’impiego di risorse energetiche fossili (petrolio e gas) e dalla meccanizzazione delle attività produttive, ha fatto sì che l’obiettivo principale delle persone diventasse il possesso e l’ostentazione di beni. Questo è andato di pari passo con la percezione di un benessere diffuso e, in parallelo, ha progressivamente penalizzato la sfera sociale, relazionale ed affettiva.

La prima e più importante distorsione è rappresentata dall’esplosione delle esigenze abitative. Mentre in passato la maggior parte delle persone, e coppie, erano abituate a disporre di una singola stanza in un caseggiato abitato da più individui e nuclei familiari, con l’avvento del benessere la dimensione dell’unità abitativa ‘standard’ crebbe notevolmente. L’aspettativa delle famiglie nel dopoguerra era disporre di una casa propria, un appartamento dotato di diverse stanze con cucina e servizi, quando non un intero villino con giardino e garage.

Questa tendenza, unita alla possibilità offerta dall’automobile di spostarsi in tempi brevi su lunghe distanze, ha innescato un fenomeno di dispersione urbana. Le città si sono espanse in dimensioni ed occupazione di suolo molto più rapidamente di quanto la crescita della popolazione avrebbe richiesto con gli standard pre-guerra.

Un tale fenomeno non avrebbe potuto prodursi alla scala che osserviamo oggi senza l’intervento di un terzo fattore, rappresentato dall’ascesa della televisione come surrogato della socialità. L’assenza di contatti interpersonali in queste nuove case enormi e relativamente isolate venne compensato dall’intrattenimento televisivo, che ovviò solo in parte alla perdita di rapporti e relazioni umane.

Questi tre fattori concomitanti hanno lavorato in sinergia nel produrre un tessuto urbano esteso, disperso e sostanzialmente disfunzionale. Mentre le automobili occupavano le strade e gli spazi pubblici, la televisione progressivamente li svuotava, rendendo più attraente la prospettiva di una serata in casa spesa a guardare un film o uno show che l’uscire ad incontrare altre persone (sulla dipendenza da televisione va ricordato il monumentale romanzo distopico “Infinite Jest” di David Foster Wallace, che per sua stessa ammissione ne soffrì).

La necessità di far transitare una quantità crescente di autoveicoli portò le strade ad assumere dimensioni abnormi, incompatibili con l’originaria funzione di spazi di socializzazione e contribuendo a separare ancor di più fra loro gli insediamenti abitativi.

Tale situazione si è protratta per un tempo talmente lungo che ormai solo gli anziani riescono vagamente a ricordare com’era il mondo prima del cambiamento, ed i ricordi che ne hanno sono strettamente legati alla povertà ed alla scarsezza di risorse che di quel mondo erano la cifra caratteristica (e che conferisce loro un sapore agrodolce).

Il problema principale diventa quindi un altro, ovvero il fatto che per le generazioni attuali la sostituzione di paradigma sia avvenuta prima di quanto potessero averne coscienza, ed il mondo antico’ risulti ormai una realtà incomprensibile.

La civiltà che ha prodotto nel passato centri urbani vivibili e a misura d’uomo è quasi del tutto dimenticata, i suoi meccanismi, modelli, sogni ed aspettative, le sue profonde ragioni d’essere cancellate dall’esperienza quotidiana.

Intrappolata in un mondo interamente rimodellato sui canoni del consumismo, della mobilità motorizzata e dell’intrattenimento artificiale l’umanità contemporanea non sa più ritrovare la strada di casa, e non riesce più a ricomporre, o anche semplicemente ad immaginare, una forma urbana soddisfacente in termini di socialità e relazioni umane.

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3 thoughts on “L’urbanità dimenticata

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