Perché la città non si trasforma

Prendendo spunto dal precedente post, proverò ora ad analizzare lo scenario di un possibile processo di trasformazione urbana. Nel farlo sarò obbligato ad una digressione talmente lunga da rappresentare un argomento a se stante.

Di base, l’unico modo efficace di approcciare la soluzione di un problema sta nella definizione esatta del problema stesso. Non mi stancherò mai di citare la scrittrice anarchica Ursula Le Guin e “l’assoluta inutilità di ottenere risposte giuste alle domande sbagliate”. Tutto quello che possiamo ottenere formulando male la domanda è di allontanarci ulteriormente dalla soluzione del problema.

Ma ancor prima della questione su come porre rimedio al “problema del traffico, dell’incidentalità, dell’inquinamento, degli ingorghi” ve ne è un’altra ancora più a monte, e riguarda i meccanismi che hanno condotto al problema in essere, ovvero al perché esista un problema. Prenderò quindi le mosse da un vecchio post dove la questione veniva sollevata (ma non definita con sufficiente chiarezza).

Per comprendere meglio la situazione attuale bisogna fare un passo indietro ed ampliare lo scenario osservato fino a rimettere in discussione le fondamenta stesse dell’organizzazione democratica. Ripartire da zero.

Lo “zero”, in questo caso, consiste nell’idea che la nostra società civile sia fatta per funzionare. Se così fosse, se i decisori venissero scelti in base al merito ed alle capacità, se i regolamenti avessero davvero l’obiettivo di far funzionare le cose, se la macchina amministrativa lavorasse con efficienza, non ci sarebbe nulla da discutere: vivremmo in una realtà diversa.

Quindi è il fatto stesso che esista il problema, o meglio, che esista una enorme varietà di problemi non risolti, a darci l’indicazione che questo modello ideale non rappresenti la realtà dei fatti e ad indurci a delinearne un altro più congruo con quanto osserviamo.

Se la nostra realtà consiste nell’essere sommersi di problemi, nel vivere in una perenne emergenza, l’unica risposta possibile è che i “problemi” siano in realtà strutturali all’organizzazione sociale, non un sottoprodotto casuale. Dobbiamo ipotizzare che la funzione della macchina organizzativo-amministrativa sia effettivamente produrre problemi, non risolverli.

È una sorta di rivoluzione copernicana per quanto riguarda l’idea che abbiamo dell’organizzazione sociale, ma nonostante ciò ci è fatto obbligo di verificare se questa ipotesi possa dar vita ad un modello plausibile, in grado di spiegare la situazione in essere con accuratezza e fedeltà.

La ‘narrazione corrente’ ci racconta che l’impianto politico-amministrativo ha la funzione di ‘tutelare gli interessi dei cittadini’ provvedendo alla risoluzione dei problemi. Se, come avviene, i problemi non vengono risolti ma al contrario amplificati, possiamo solo dedurne che la macchina statale non abbia realmente la funzione di tutelare gli interessi dei cittadini. Il punto di osservazione si sposta quindi su quali interessi vengano tutelati.

I latini utilizzavano la formula “cui prodest” per indicare come la soluzione ad un enigma potesse essere ricercata nell’individuazione dei soggetti che da una determinata situazione traggono vantaggi, quindi una linea di indagine molto semplice può essere indagare la molteplicità di soggetti che traggono vantaggi dal caos attuale.

(è curioso notare come nel mondo anglofono sia di uso frequente la frase “follow the money”, mentre nell’italiano corrente non esiste più una formula di uso comune che esplori il concetto, come se l’idea stessa di individuare il responsabile di una situazione sulla base degli interessi economici fosse progressivamente sparita dal nostro orizzonte culturale)

Riformulato in questi termini lo scenario acquisisce una sua plausibilità: la classe politico-amministrativa contribuisce a far proliferare, quando non direttamente a creare, i problemi, in modo che soggetti privati possano guadagnarci su e ‘ricambiare’ in termini economici, o con il finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali. Quello che nel post precedente veniva definito: “un legame inestricabile tra poteri economici, mondo della politica e controllo mediatico dell’opinione pubblica”.

La stampa è infatti un pezzo importante del meccanismo, necessario a produrre una narrazione alterata delle vicende: la cosiddetta propaganda. Non è un caso che a Roma i principali quotidiani siano di diretta proprietà dei ‘signori del mattone’ (Tempo e Messaggero) o legati a doppio filo al PD (Repubblica) che nelle sue diverse incarnazioni ha governato la città e la regione per la maggior parte degli ultimi decenni.

Concludendo il primo punto, ed anche il più sconsolante, è che i ‘problemi’ ci sono per restare, non per essere risolti. Diversamente da come crediamo, classe politica e realtà amministrative non hanno interesse a risolvere alcunché, ma solo a farci credere che stiano lì per farlo. Chi è parte del problema non può esser parte della soluzione.

Nel prossimo post proverò a delineare una carrellata degli interventi di sistemazione urbana  più efficaci ed urgenti, come verrebbero intrapresi se effettivamente avessimo una cultura politico-amministrativa realmente interessata alla soluzione dei problemi.

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11 thoughts on “Perché la città non si trasforma

  1. Sono perfettamente d’accordo con te. E’ lo stesso motivo per cui stanno distruggendo tutto ciò che è pubblico a livello nazionale, la soluzione sarà poi privatizzare tutto, per farlo funzionare meglio. E allora dai, il privato farà il suo business e “ricambierà” il politico, che intanto non avrà neanche più l’onere di gestire la cosa pubblica, ma solo il ricavo dato dal privato

    • Storicamente il privato finisce con lo spolpare quello che ha avuto in gestione e la situazione peggiora sempre di più finché lo Stato non riacquisisce a spese dei contribuenti quanto “regalato”. Gli esempi sono innumerevoli.

  2. Sono d’accordo con la tua analisi, credo che questo sistema sia piuttosto pericoloso perchè per fare affari sempre più grandi servono problemi sempre più grossi… E qualche volta il gioco scappa di mano.

    • Morti, feriti e catastrofi sono da sempre messi a bilancio. Non dimenticare l’amianto, il fumo e l’incidentalità stradale (per non parlare dell’industria bellica).

  3. una analisi spietata e sincera. dovrebbero leggerla nelle scuole, dove i ragazzi sognano di cambiare il mondo (almeno spero ancora lo facciano). il mostro da combattere è proprio il “cambiare tutto per non cambiare niente” di Lampedusana memoria…

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