Come (non) si trasforma una città

La risposta alla domanda ‘come si cambia una città’ è apparentemente semplice: “cambiandola”. Se vedete un’amministrazione che mette mano a trasformazioni radicali, bene, quella sta ‘cambiando’ la città. Se al contrario le parole d’ordine diffuse somigliano a ‘risolveremo’, ‘miglioreremo’, ‘faciliteremo’, ‘fluidificheremo’, ecco, quell’amministrazione non ha intenzione di cambiare un bel nulla. A Roma, da sempre, abbiamo solo amministrazioni del secondo tipo.

In realtà i cambiamenti avvengono lo stesso, ma sono cambiamenti inevitabilmente in peggio. Se un processo che nel tempo ha prodotto condizioni di disagio non viene arrestato ed invertito, quello che possiamo legittimamente attenderci è che quel disagio si aggravi ulteriormente.

La politica, in questo processo, assolve ad una funzione di totale conservazione, ostacolando qualunque forma di intervento sui fenomeni che tendono spontaneamente a prodursi e confidando che questo agire gli porti maggiori consensi.

Quando questi ‘fenomeni spontanei’ comportano un aggravarsi di situazioni già in partenza negative e poco desiderabili, si trova il modo di dare alla cittadinanza il tempo di adattarsi alle peggiorate condizioni, affinché queste diventino la nuova ‘normalità’. Un cambiamento troppo rapido ha molte più probabilità di venir percepito rispetto ad uno slittamento lento e progressivo verso situazioni di maggior degrado.

Così, a distanza di pochi anni, quello che prima appariva come inaccettabile viene lentamente metabolizzato: l’aumento incontrollato del numero di automobili, l’aumento del traffico, l’aumento delle infrazioni, l’aumento degli incidenti, diventano nel tempo la nuova normalità. Il trucco sta nel produrre un lento, progressivo, inarrestabile declino che vada via via a sostituirsi alla condizione preesistente.

Sul perché un’amministrazione dovrebbe intenzionalmente produrre un peggioramento nella qualità della vita dei propri cittadini i motivi sono molti e diversi. In testa ci sono gli interessi economici sempre pronti a far pressione sulla politica: una popolazione soddisfatta non ha motivo di spender soldi per migliorare la propria condizione.

Così ci si aspetta che famiglie abitanti in quartieri trafficati e rumorosi si spostino nelle nuove edificazioni fuori città per ritrovare la quiete perduta, anche se questo produce soltanto un aggravio nei flussi di traffico nei quartieri ‘abbandonati’, e per i ‘trasferiti’ spesso un aumento delle ore di guida per raggiungere il precedente posto di lavoro.

Ovviamente si formeranno gruppi di cittadini più attenti intenzionati a fronteggiare il progressivo degrado, ai quali si opporrà un ventaglio di strategie diversificate e complementari.

La prima e più semplice strategia consiste nella negazione: ‘il problema non esiste’. L’aumento delle cubature residenziali rappresenta un arricchimento della città, non un fattore di stress. Il possesso di automobili (doppio o triplo, pro-capite, rispetto alle altre capitali europee) è un indicatore di benessere, non un limite alla circolazione.

La negazione è un processo articolato, spesso confinante col ‘benaltrismo’, che volendo si può far risalire indietro fino alla nascita dell’idea positivista. Alla base c’è l’assunto, totalmente ideologico, che il ‘progresso’ in corso richieda qualche temporaneo sacrificio, ma che comunque adesso ‘si sta meglio di prima’ e più si va avanti meglio si starà, automaticamente. Un atto di fede che esclude possibili correzioni di rotta rispetto al processo in corso.

Quando si riesce a superare la barriera della negazione, perché la problematica diventa evidente ed incontestabile, la linea difensiva successiva consiste nella proclamazione di impotenza: ‘il problema esiste ma non possiamo far nulla’. Fin da bambini impariamo che la miglior difesa nei confronti di chi vuol farci fare qualcosa consiste nel pretendere di non poterla fare.

Le scuse poggiano su motivazioni diverse: non ci sono i soldi, non c’è personale, non c’è tempo, stiamo lavorando ad altro. Foglie di fico che scompaiono quando anche l’eventualità di interventi ‘a costo zero’ o addirittura redditizi per l’amministrazione (p.e. l’elevazione di multe) rimane inattuata.

Quando la soluzione di un problema non può essere evasa, perché fa parte dei compiti istituzionali, si ricorre alle soluzioni volutamente inefficaci. Anche qui il ventaglio di possibilità è ampio. Una metodologia collaudata consiste nel dare il via a pianificazioni di lungo periodo (meglio ancora se affidate a risorse umane insufficienti) che lascino tutto così com’è il più a lungo possibile, idealmente a tempo indefinito.

Magistrale esempio di questa tecnica è rappresentato, a Roma, dal Piano Quadro della Ciclabilità: una cortina fumogena sollevata ad arte che ha tenuto impegnato il mondo dell’associazionismo per anni. Salvo poi rivelarsi un vuoto elenco di buone intenzioni privo di qualsiasi progettualità concreta ed, in ultima istanza, anche dei finanziamenti in grado di renderlo operativo.

In questo meccanismo il turnover elettorale di amministrazioni di diverso colore politico funziona più o meno come l’avvicendamento sul ring del wrestling: quando uno dei due ‘lottatori’ si stanca di menare da il cambio al compagno, fresco e riposato, che continua con il pestaggio. Risulta così molto semplice azzerare un lavoro inutile durato anni per iniziarne un altro altrettanto inutile, da capo.

Ma le soluzioni inefficaci non si esauriscono con le scartoffie: onde ostacolare in ogni modo la proliferazione di ciclisti si fa il possibile per rendere inefficaci anche le eventuali realizzazioni, stiracchiando le normative o ignorandole in modo da produrre sistemazioni ciclabili che fanno a pugni con ogni idea di funzionalità, fruibilità o puro e semplice buonsenso.

Piste ciclabili che zigzagano da un lato all’altro della strada, con attraversamenti mal progettati, pericolosi e che fanno perder tempo inutilmente, pavimentazioni in materiali scadenti, vegetazione infestante, assenza di pulizia e manutenzione. Tutto questo fa sì che i potenziali ciclisti si disaffezionino all’utilizzo della bici e non confluiscano a supportare la crescita del ‘fronte’ cicloattivista.

Questo è lo scenario che abbiamo di fronte, monolitico ed apparentemente inscalfibile, collaudato e messo a registro nel corso dei decenni. Può apparire che le scelte operate fossero almeno in parte necessarie, obbligate, inevitabili, ma un’occhiata al disegno complessivo ci racconta altro.

Ci racconta di un legame inestricabile tra poteri economici, mondo della politica e controllo mediatico dell’opinione pubblica, saldo a tal punto da mantenerci intrappolati in una realtà urbana degradata, mortifera ed umiliante, che ci isola gli uni dagli altri per massimizzare la nostra insoddisfazione e lucrarci sopra.

Ma non rinuncio ad immaginare l’impossibile, vivo questa necessità come un dovere nei confronti di me stesso e delle persone che ho accanto ed alle quali voglio bene. Nel prossimo post continuerò a sviluppare l’analisi, infine illustrerò il ‘mondo diverso’ che ci viene quotidianamente negato dai nostri ‘carnefici’.

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4 thoughts on “Come (non) si trasforma una città

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