Disoccupazione reale ed occupazione inutile

In questi anni di ‘crisi’ uno dei punti sui quali l’informazione giornalistica concentra i riflettori è il dato sulla cosiddetta ‘disoccupazione reale’, ovvero quanta parte della popolazione non abbia un lavoro in grado di generare reddito. La lettura dei fatti nudi e crudi, tuttavia, in assenza di un’analisi più approfondita, non ha altro scopo che il consolidare la convinzione della validità e, se vogliamo, ineluttabilità del modello socioeconomico corrente.

Andando a scavare un po’ più a fondo verrebbe da chiedersi quale sia la reale differenza, reddito percepito a parte, tra disoccupati e persone occupate in attività marginali o del tutto inutili. È evidente infatti come i profitti realizzati nel dopoguerra dalle industrie manufatturiere siano stati, attraverso il drenaggio fiscale, in parte reinvestiti nell’alimentazione di una macchina pubblica ipertrofica ed inefficiente, spesso usata dalla politica come serbatoio di voti.

Il danno in questo caso appare duplice, perché una parte consistente della ricchezza generata da attività produttive è stata e viene tutt’ora drenata ed indirizzata in attività sostanzialmente improduttive, quando non direttamente dannose. Ma forse è necessario un ulteriore passo avanti.

Dovremmo a questo punto domandarci quanta parte delle attività ‘produttive’ sia in grado di generare ricchezza reale, e quanta invece forme di arricchimento effimero e consumistico, tale da trasformarsi, dopo un breve arco di tempo, semplicemente in rifiuti non biodegradabili.

Per capirci, gli edifici sono una forma di ricchezza che perdura nel tempo. A Roma abbiamo edifici ancora in uso che risalgono al medioevo, mentre buona parte del centro storico è solo di poco più recente. Per contro le automobili hanno un arco vitale molto più breve, e la loro complessità e continua evoluzione fa sì che le parti di cui sono composte siano poco o nulla riciclabili.

Per farla breve, un edificio rappresenta un investimento di lunga durata, che produrrà benessere per generazioni, mentre un’automobile rappresenta un investimento di brevissimo respiro capace di produrre benessere per pochi anni e per un unico proprietario (‘benessere’ in senso molto relativo, perché le automobili producono anche costi, stress da traffico, incidentalità, e tutta una serie di ricadute negative che richiedono un pesante bombardamento pubblicitario per venire occultate e sistematicamente messe in secondo piano).

Va tuttavia compreso che anche il valore degli edifici dipende in larga misura dalla loro necessità. In questo momento storico, dopo decenni di cementificazione selvaggia, la disponibilità di edifici è largamente superiore alla domanda, e nonostante ciò si continua a costruirne, e si continuerà finché non sarà convinzione diffusa che sono ormai troppi, momento in cui il prezzo crollerà e si parlerà di “bolla dell’edilizia”.

Quindi al numero iniziale di persone prive di occupazione vanno aggiunti sia i ‘disoccupati stipendiati’ (gente che pur percependo reddito non produce nulla), sia gli ‘occupati nell’inutile’ (gente che percepisce reddito e produce incessantemente oggetti effimeri o di scarsa utilità, se non direttamente dannosi).

Il danno diretto è ancora scarsamente percepito. La costruzione di edifici inutili, ad esempio, produce distruzione dei suoli fertili, impermeabilizzazione del territorio, fenomeni alluvionali più violenti e catastrofici con conseguente mancato rabbocco delle falde idriche, già pesantemente saccheggiate dall’agricoltura intensiva. Il risultato sono allagamenti nella stagione piovosa e siccità in quella estiva.

La produzione e successiva rottamazione di veicoli ad uso individuale produce distruzione di energia da fonti fossili, consumo di risorse minerali ed un progressivo avvelenamento ambientale prodotto dai rifiuti di queste attività. Analogamente l’uso di contenitori in plastica ‘a perdere’ produce montagne di rifiuti non biodegradabili e scorie tossiche qualora si provveda a bruciarli.

Il punto è che la pressione sociale va in direzione dell’esigenza che le persone abbiano ‘qualcosa da fare’, ma non necessariamente qualcosa ‘di utile’. Il motivo di questa preoccupazione è che in assenza di ‘qualcosa da fare’ l’umanità produce spontaneamente fenomeni distruttivi ed una tendenza al caos sociale.

Come se ne viene fuori? Intanto cominciando a ragionare in prospettiva su cosa sia realmente utile a produrre una ricchezza ed un benessere perduranti nel tempo: oggetti più duraturi, facilmente riparabili, riusabili e le cui parti sia possibile riciclare. Ridurre al minimo indispensabile rifiuti e scarti.

Nel contempo occorre promuovere un possibile utilizzo dell’aumentato tempo libero con proposte di attività che contribuiscano al benessere collettivo anziché alla sua distruzione: sviluppare la cultura, il turismo sostenibile, la socialità e forme di sport e salutare esercizio fisico.

Una rivoluzione culturale collettiva che ponga le basi di una società meno orientata al consumo fine a se stesso e più al benessere delle persone. Probabilmente un sogno che resterà utopico ancora per molto tempo.

8 thoughts on “Disoccupazione reale ed occupazione inutile

  1. Due considerazioni:
    – non ci sono solo le attività inutili, ci sono anche le persone inutili. Tra le due cose esiste una ovvia correlazione che poi è uno dei difetti catastrofici della democrazia rappresentativa, perché le persone inutili votano e quindi sono un gruppo di potere inutile. Prego notare che il fondamento del cattocomunismo italico è proprio “gli inutili erediteranno la terra” oppure “gli inutili saranno i primi nel regno dei cieli”. E te li ritrovi ad applaudire in San Pietro o a cantare Bella Ciao nei cortei.

    – errore fondamentale sul valore degli edifici. Gli edifici andrebbero demoliti e ricostruiti ogni 50 anni, esattamente come qualsiasi macchina soggetta ad uso e ad usura. Pensare che si possa abitare un edificio vecchio di secoli è una emerita scemenza, alimentata da tutta una retorica inutile sul “patrimonio culturale” e da una estetica neoromantica di viaggiatori in cerca di rovine e miti pastorelle. Uno dei tanti problemi dell’Italia è che è una sorta di presepe dove si rimettono in scena scorci del passato, dai centurioni davanti il Colosseo a Landini davanti le acciaierie.

    Se qualcuno poi mi dice che la gente viene da tutto il mondo a vedere l’Italia, gli rispondo che il turismo va nel Terzo Mondo, dove c’è il “colore locale”. Pretendere che il turista guardi i monumenti o le opere d’arte con l’occhio dell’esperto, dello storico, dell’architetto, quando gli Italiani sono un Popolo di analfabeti, è patetico. Il turista viene in Italia per pizza mafia e mandolino, le tovaglie a quadretti e il repertorio degli stereotipi. E noi che ci beiamo di abitare in una città dove l’alternativa è tra il palazzone anni ’70 della periferia orrenda o l’edificio storico del centro che da un momento all’altro ti crolla addosso. E ci meravigliamo della disoccupazione, che tutti ci fanno il culo e ci prendono per i fondelli.

    Bah.

    • Credo che più che ‘persone inutili’ esistano ‘ruoli inutili’, che la sovrappopolazione ha reso maggioritari. Esistono persone sciocche perché un’organizzazione sociale classista ha bisogno di sciocchi per continuare a funzionare, quindi organizza sistemi educativi ed informativi che ne producano in quantità.

      Quanto agli edifici, non conosco un solo paese al mondo dove avvenga quello che predichi. Certo sono ‘macchine’ bisognose di manutenzione, i pavimenti si consumano, gli infissi si logorano, le tubazioni arrugginiscono, ma la struttura complessiva, se ben fatta, continua a reggere. Di più: sono convinto che di qui ad un secolo gli edifici più recenti avranno problemi di gran lunga superiori rispetto a quelli più antichi, perché le nuove tecnologie hanno puntato più ad un abbassamento dei costi che ad un miglioramento della solidità ed efficacia delle costruzioni (ad esclusione degli infissi, va detto). Per dire, l’efficienza termica delle case coi muri di pietra costruite fino ad un secolo fa è molto migliore di quella dei palazzoni di cemento armato fabbricati in tempi recenti, che necessitano di condizionatori d’aria per essere vivibili d’estate ed hanno consumi energetici folli per il riscaldamento invernale.

      I turisti, secondo me, vengono in Italia per realizzare che il mondo è molto più antico di quanto immaginino. Ho viaggiato nel Nord America, e la sensazione che ho avuto è di popolazioni prive di radici, di una connessione col passato, incapaci di mettere il proprio presente in una qualsivoglia prospettiva storica. Quello che cercano da noi è comprendere da dove provengono, storicamente e culturalmente. Roma è la città che ha iniziato, più di duemila anni fa, a modellare il mondo attuale.

      • Le persone nascono tutte potenzialmente uguali. Purtroppo poi ognuno fa un cammino differente e come risultato le persone sono tutte differenti. In questa differenza c’è la “inutilità consapevole” di milioni di Italiani i quali sanno che se lo Stato non provvede per loro, dovrebbero ridurre di parecchio le proprie aspettative. Certo, il fatto che l’Italia sia evidentemente sovrappopolata non aiuta.

        Il discorso degli edifici antichi che “valgono” più di quelli moderni fa tutto parte del paradosso. Una automobile o una lavatrice non sono progettate per funzionare all’infinito, anche facendo la manutenzione ideale, quello che ottieni è un “veicolo storico” le cui caratteristiche sono intrinsecamente cosi obsolete che diventa una questione da collezionisti. Lo stesso vale per gli edifici.

        La ragione per cui non si abbattono e non si ricostruiscono gli edifici è meramente economica. Una volta costruiti, si innesca un meccanismo di vendita-acquisto-vendita per cui tutti cercano di spremere il massimo profitto dall’edificio per un tempo idealmente indefinito. Per esempio dove abito io la maggior parte sono edifici costruiti durante il “boom”, alla rinfusa. Mano a mano che decadono vengono abbandonati dalle nuove famiglie e lasciati ai vecchi e agli stranieri, questo accelera il decadimento e la selezione degli inquilini, in una spirale discendente. Ma nessuno ha convenienza a demolire e ricostruire, conviene piuttosto costruire nuovo negli spazi rimasti, aggiungendo al decadimento delle città lo spreco delle campagne.

        Poi oltre le considerazioni sul singolo edificio ci sono quelle relative alla “densità”. Per esempio la pressione indotta dalla presenza delle auto dai tempi della mia infanzia ad oggi si sarà moltiplicata per dieci. Questo non solo significa che le strade sono intasate di auto, significa che le case che una volta affacciavano su un vicolo in cui passava qualcuno solo la mattina e la sera, oggi affacciano su un traffico ininterrotto e magari direttamente sui finestrini degli autobus, che passano dal vicolo perché è stato istituito un meccanismo di sensi unici che vorrebbe ridurre il traffico che passa dal centro, col risultato di ammazzare la periferia.

        Si, i turisti realizzano che il mondo è antico, poi ci pisciano sopra o ci fanno uno scarabocchio. Roma ha iniziato a modellare, ha modellato, poi è declinata, è stata abbandonata e non ha contato più nulla (vaticano a parte) fino ai giorni nostri. Ripeto, oggi gli stranieri che vengono a Roma, cosi come gli Italiani medesimi, non sanno leggere la Storia, non sanno distinguere una cosa di prima di Cristo da una dell’ottocento, vengono a cercare gli stereotipi, il “colore locale”, di cui le rovine fanno sfondo decadente.

        Faccio l’ennesimo esempio banale: mi reco in visita in una città qui vicino con un amico, entro nel duomo e questo mio amico inizia a toccare tutto, statue, arazzi, dipinti, eccetera. Ho dovuto dirgli di smettere a brutto muso, perché per lui era normale, le cose dentro il duomo sono lo stesso delle cose sulle bancarelle. E non parliamo di un redneck americano, parliamo di un impiegato italiano di media cultura.

        Io direi che finche non scendiamo dal pero siamo messi male.

      • Le persone nascono tutte diverse, sono la società (e le ideologie) a volerle uguali e tentare di appiattirle con l’istruzione. “Diverse” non in senso di migliori e peggiori, diverse perché dotate di forme di intelligenza ed abilità fisiche estremamente diversificate. Questo nel lontano passato ha rappresentato una ricchezza, ma con la produzione industriale e la massificazione dei consumi anche l’umanità ha subito un processo di uniformazione ed appiattimento.

        Quanto agli edifici, almeno per ciò che riguarda la nostra cultura le case sono da sempre progettate e costruite per durare generazioni. Come “macchine” sono molto semplici: mura, solai e tetto, e non è che la tecnologia abbia prodotto innovazioni significative. O meglio, in qualche caso lo ha fatto (i grattacieli), ma a prezzo di compromessi. L’alleggerimento delle strutture ha obbligato a soluzioni energeticamente di bassissima efficienza. I grattacieli consumano uno sproposito di energia anche solo per gestire le temperature al loro interno in estate ed inverno.

        Il riuso dei suoli edificati inizierà nel momento in cui dovremo fare i conti con il deficit di produzione alimentare. Non so quando ciò avverrà, ma di sicuro la nostra generazione ne vedrà l’inizio. Tra perdita di fertilità da iper-sfruttamento e progressivo esaurimento delle miniere di fosfati prima o poi sbatteremo il grugno con un drastico calo delle produzioni agricole. E sarà lì che i più realizzeranno che il suolo fertile perduto non torna più, e che non basta abbattere un capannone per far tornare il campo coltivabile che c’era prima.

        Quanto al turismo è un’invenzione recente, la sua origine è la parola “tour” ed il suo avvento coincide con la produzione industriale di veicoli di mobilità individuale alla fine dell’ottocento: le biciclette. L’umanità ha fatto a meno del turismo per millenni, solo l’enorme ricchezza del secolo scorso ha consentito che divenisse un’attività su larga scala. E lo è diventata come moda, non per una pulsione consapevole o meno. Molti turisti, secondo me, non sanno nemmeno perché stiano viaggiando.

        “Stiamo messi male”
        ? No, almeno non ancora. Ma la direzione presa non promette nulla di buono.

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  3. “… il suo avvento coincide con la produzione industriale di veicoli di mobilità individuale alla fine dell’ottocento: le biciclette.”

    Non è esattamente in questi termini. Cito:
    “Un tipo di viaggiatore più simile al turista di oggi era il giovane che, a partire dal Settecento, si impegnava nel Grand Tour – pratica di educazione all’ “uso del mondo” da quell’epoca sempre più frequente per i figli della borghesia ricca, soprattutto inglese. Visitate la Germania e la Francia le mete predilette di questi viaggiatori nordici erano Spagna e Italia, alla scoperta del pittoresco dell’Europa meridionale. In un tempo in cui ben poche case private disponevano di acqua corrente, servizi e igiene degni di questo nome, ciò che oggi chiamiamo “strutture ricettive” consisteva in locande generalmente scomode e poco pulite, che fungevano da punti di sosta e consentivano di cambiare o far riposare i cavalli, e viaggiare rimaneva assai faticoso e non privo di rischi (in alcuni diari di viaggio si può leggere, ad esempio, il timore del brigantaggio italiano). Anche per questo, il grand tour non si spingeva generalmente più a sud di Napoli, fino a quando – ma siamo già nel XIX secolo – Stendhal scrisse che
    « per cogliere tutta l’essenza del Bel Paese è d’obbligo visitare la Sicilia con le sue meravigliose rovine greche »
    da allora molti lo seguirono, come per esempio Goethe, il cui Viaggio in Italia (Italienische Reise), pubblicato nel 1817, fu utilizzato dai viaggiatori di molti decenni successivi come una vera e propria guida turistica.”

    Se non capiamo che il turista cerca il “pittoresco”, del “Bel Paese” e non cerca la didattica, non gli interessa nulla della Storia, non solo ricadiamo nel cliche, ricadiamo nel cliche sbagliato.

    “Quanto agli edifici, almeno per ciò che riguarda la nostra cultura le case sono da sempre progettate e costruite per durare generazioni. ”

    Le case in passato non venivano progettate. Ancora in tempi recenti, un vero e proprio progetto era presente solo in una parte degli interventi. Le costruzioni, incluse le cattedrali, non seguivano un progetto, seguivano semplicemente il mestiere dei muratori che procedevano un po’ ad occhio quando rimanevano nell’ambito della tradizione e un po’ a tentativi quando dovevano fare qualcosa di diverso. Il fatto che gli edifici durassero per generazioni, salvo casi del contrario, era sempre dovuto alla mancanza di risorse, la gente fino al dopoguerra non solo era analfabeta, viveva anche in case col cesso in cortile o sul ballatoio, senza acqua calda e ci si lavava nel mastello, senza riscaldamento e si usava il braciere o la stufa, si dormiva tutti insieme, testa-piedi, eccetera. Il criterio perché una casa fosse “abitabile” era che il soffitto non ti cadeva in testa, tutto li. A patto di farsela bastare, anche una caverna dura per generazioni.

    Oggi abbiamo questa idea romantica che gli edifici vecchi abbiano un valore intrinseco, cioè valgono perché sono vecchi. Raggiungiamo vette paradossali in certi interventi di ristrutturazione di edifici anonimi che non hanno nessun pregio. SI tratta di un modo di pensare immotivato e che i nostri antenati non condividevano, infatti fino ad un certo punto la dove si poteva si demoliva e si ricostruiva, poi è scattato l’interruttore del “declino compiaciuto” e buonanotte.

    • Il turismo che descrivi era una pratica d’elite, limitata ad un ristretto numero di giovani studenti benestanti, non certo l’attività di massa odierna. Perché il turismo diventasse un passatempo di massa è stato necessario l’avvento della “middle class”, ovvero una borghesia legata al commercio ed ai servizi, con un livello di guadagno tale da superare le necessità immediate e la disponibilità di mezzi di trasporto individuali. A tale proposito suggerisco la lettura di “Tre uomini a zonzo” di Jerome Klapka Jerome, che descrive una classica “vacanza” di tre gentiluomini inglesi che intraprendono un viaggio in bicicletta in Germania.

      Su cosa cerchino i turisti, la mia idea è che cerchino “qualcosa di fondamentalmente diverso”, che può consistere in architettura, stili di vita, costumi, abitudini alimentari, scenari naturalistici. Qualcosa di diverso da quello che hanno a casa e vedono tutti i giorni. Nell’ottica di “divertirsi”, ovvero “divergere da se stessi”.

      Le cattedrali, poi, non solo avevano un progetto, ma venivano erette sulla base di competenze molto precise, anche se non possiamo parlare di calcoli strutturali in senso stretto. Competenze che erano in mano alla corporazione dei muratori, che teneva molto ben stretti i propri segreti, al punto da fondare una società internazionale di persone che si occupavano dei “grandi massi”: la Massoneria.

      Sull’evoluzione dell’idea di casa ho letto recentemente “Breve storia della vita privata” di Bill Bryson (che affronta la questione con un occhio di riguardo alla cultura e tradizione inglese, ma comunque interessante). Spiega come da un unico locale collettivo col fuoco al centro tipico del medioevo si sia passati per una progressiva diversificazione dei vari ambienti e specializzazione d’uso dei locali. Una lettura interessante. Ma la cosa che più mi preme sottolineare è che l’edilizia contemporanea risponde a logiche totalmente diverse da quella “antica”, talmente diverse da rappresentare una totale astrazione e produrre da sé situazioni di pesante degrado sociale. Fino ad un secolo e mezzo fa la quasi totalità delle case veniva edificata singolarmente (fanno eccezione le grandi città) dalle persone che poi avrebbero dovuto abitarle. E queste case dovevano vivere in relazione a quelle circostanti, col risultato che non solo gli spazi privati, ma anche quelli pubblici erano il risultato di un processo partecipato cui contribuiva l’intera collettività.

      Oggi, al contrario, la percezione di una vita collettiva da svolgersi fuori dagli edifici si è persa del tutto. Come risultato, le unità abitative sono prive di spazi per la pubblica socializzazione. Le persone passano le proprie vite chiusi nelle rispettive abitazioni semplicemente perché gli spazi collettivi non sono stati ragionati né realizzati. Ci sono diversi motivi per cui questa situazione si è prodotta (non ultimo l’avvento della televisione che ha reso gli scambi sociali molto meno necessari ed interessanti). È un tema che ho approfondito qui: https://mammiferobipede.wordpress.com/peak-oil/pasolini-la-citta-e-il-presente/ e qui: https://mammiferobipede.wordpress.com/2014/10/08/i-nomadi-le-citta-e-la-sfera-sociale/

      • I bambini, salvo una moderata predisposizione genica che da sola non fa alcun destino, nascono tutti uguali. Il problema è che sono tutti uguali perché tutti totipotenti. Nei primi dieci anni a farla grande, per volontà (poco) e per ambiente (molto) finiscono per inibirsi alcune capacità e concentrarsi su un ridotto numero di tratti che l’ambiente e le esperienze iniziali fanno apparire loro come desiderabili. Ecco che diventano tutti diversi, giusto in tempo perché il mondo dell’istruzione e del lavoro tenti di uniformarli perché concepiscano come ovvio un certo stile di vita, uno fra un milione possibili ma sbandierato come unico accettabile. E tornano tutti uguali, non più totipotenti ma immobili.

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