Un paese di vecchi egoisti

Dalla breve vacanza di inizio anno a Budapest porto con me una battuta che riassume la sensazione di frustrazione in cui vivo da anni. Parlando della città, in maniera volutamente paradossale, l’ho definita “un posto dove riesco finalmente a sentirmi vecchio”, alludendo all’alto numero di giovani in giro per le strade.

È una sensazione che in Italia non ho più. Da cinquantenne fatico perfino a percepirmi come un uomo “di mezza età”. E questo a causa dell’elevatissimo numero di persone ancora più grandi di me in circolazione. Cos’è successo a questo paese?

Molte cose. Innanzitutto l’allungamento dell’aspettativa di vita, quindi gli effetti combinati del boom demografico degli anni ’60 e del successivo calo delle nascite, che ha portato le generazioni a me prossime a costituire una fetta consistente della popolazione. Poi effetti minori ma significativi, come la fuga dei cervelli all’estero.

Non da ultimo l’urban sprawling, che ha spostato le nuove famiglie in cerca di case spaziose sempre più verso le periferie estreme, lasciando nei quartieri di edificazione meno recente la popolazione che vi si insediò all’epoca, o i loro discendenti (cosa che non influisce sullo share demografico in sé, ma solo sulla mia percezione immediata).

L’invecchiamento di una popolazione del suo non è un bel fenomeno, ma ci sono effetti ancora più perversi. Il primo e più pernicioso fra questi è il lento ma inarrestabile instaurarsi di una gerontocrazia. Gli ultraquarantenni hanno progressivamente occupato e tenuto ben stretti i posti di lavoro di qualità e gli spazi decisionali, a spese delle successive generazioni.

Nel corso degli ultimi decenni l’età di primo accesso al mercato del lavoro è anch’essa slittata in avanti, e i “giovani” si sono ritrovati spazi sempre più risicati per occupazioni di qualità. Se ai tempi di mio padre la terza media poteva essere il trampolino di lancio verso una professione artigianale, ed ai miei un diploma era ancora un attestato valido, adesso si ragiona di lauree, master, apprendistati non retribuiti, part-time, contratti a progetto, e si è persa la prospettiva di avere un lavoro decente prima dei trent’anni. La progressiva de-industrializzazione del paese ha fatto il resto.

Un altro effetto ancora più tragico è il protrarsi dell’infanzia ben oltre i suoi ambiti naturali. Mi ha stupito, rivedendo il film Ladri di biciclette di De Sica, la scena finale in cui il padre dice al figlio Pietro, un ragazzino di sette anni, di prendere il tram da solo fino a Montesacro, e di aspettarlo là (nel video al minuto 2:40).

Al giorno d’oggi lo stesso padre si vedrebbe accusare, come minimo, di abbandono di minore, e rischierebbe la messa in discussione della patria potestà. Andando ancora più indietro nel tempo ricordo mia nonna raccontare di essersi sposata a sedici anni, quando ad oggi l’età media in cui convolare a nozze è tra i venticinque e i trent’anni.

Mi sono quindi ritrovato ad applicare a questa deriva sociale gli strumenti di analisi propri dell’evoluzionismo darwiniano, e d’improvviso ho cominciato a ragionare di come le diverse fasce d’età siano entrate in competizione per le risorse disponibili.

Nel passato la distribuzione numerica tra generazioni era molto diversa rispetto ad oggi: la popolazione “giovane” era numericamente preponderante ed energica. Se da un lato molte delle leve del potere erano in mano ad anziani, dall’altro la rappresentanza politica delle istanze e delle aspettative giovanili risultava determinante.

Ma, dal dopoguerra ad oggi, ogni generazione che abbia preso in mano la gestione del paese ha cercato di tenerla per sé il più a lungo possibile (processo consentito dal progressivo allungarsi dell’età media). Il risultato è stato quello di una progressiva sovra-rappresentazione dei desiderata di blocchi sociali sempre più vecchi. A destra come a sinistra, nella politica, nella cultura e nelle loro emanazioni mediatiche.

Vecchi che, non accettando la propria senilità (non di rado precoce), hanno obbligato i giovani a stazionare in condizioni forzatamente “giovanili” ben oltre le età in cui questo poteva avere un senso, ritardandone lo sviluppo di maturità ed indipendenza e producendo un danno sociale ed umano catastrofico.

Aggiungerei che le generazioni precedenti, venute su in “tempi difficili”, hanno maturato una competitività ed un’aggressività sicuramente maggiore delle attuali, cresciute nella bambagia della scolarità protratta indefinitamente, dei soldi in tasca e delle comodità.

Come contraltare, lo shift anagrafico ha contribuito, direi inevitabilmente, alla riduzione della natalità: molto spesso l’età in cui le coppie hanno cercato di avere figli non era più compatibile con i limiti biologici. Questo avrebbe portato ad un riequilibrio della distribuzione anagrafica, se non fosse che i meccanismi macro-economici rischiavano di portare il paese alla bancarotta.

In soldoni il sistema pensionistico-previdenziale si regge sui versamenti della parte di popolazione in età lavorativa, e col progredire della percentuale di popolazione in età pensionistica (contrapposta alla riduzione di quella produttiva) il bilancio statale rischiava di andare incontro ad una crisi irreversibile.

La soluzione scelta, però, è stata forse peggiore del male, poiché è consistita nel recupero di una importante fetta di forza lavoro per mezzo dell’immigrazione. Forza lavoro spesso con un basso livello di scolarizzazione e con inevitabili problemi di integrazione con le popolazioni stanziali (anche per questo, non di rado, sfruttata).

Tutto questo è avvenuto nei decenni di massima ricchezza, non solo del paese ma del mondo intero. Il futuro ci dirà quanta di questa improvvisa ricchezza fosse genuina, e quanta solo un “prestito a strozzo” che le prossime generazioni, cresciute in un infantilismo forzato, pagheranno sulla propria pelle.

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13 thoughts on “Un paese di vecchi egoisti

  1. > L’invecchiamento di una popolazione del suo non è un bel fenomeno,
    Dipende.
    In un paese gravememente sovrappopolato come la scatola di sardine italica questo è il massimo che si può auspicare, come transitorio, ovvero come fase di sensibile decrescita demografica.

    Le società mature sono più pacifiche e assai meno aggressive e non ci vogliono ricerche e teorie accademiche come quella del bubbone demografico (youth bulge) di Gunnar Heinsohn per capirlo.
    Nelle banlieue sono i giovinastri e non certo i nonni ad usare i kalashnikov contro chi li ha “accolti” (sarebbe “non ha contrastato” o peggio ha apologizzato e sostenuto il loro ingresso in violazione delle leggi dell’ospite).

    In una società sana, ovvero demograficamente stabile E sostenibile localmente, esiste un rettangolo demografico e le varie fasce di età hanno una consistenza simile.
    Purtroppo alla disgrazia del boom demografico (del dopoguerra, nel secolo scorso) in un sistema sano, a medio termine può solo corrispondere uno sbilanciamento compensativo di riequilibrio.
    Ora la provvidenziale decrescita demografica italiana è non solo annullata ma sepolta dallo tsunami migratorio, con una violentissima crescita, +1.8%, ovvero quasi +1.1M homo (peraltro spesso di culture incompatibili con quella italiana ed europea) solo nel 2013, l’incubo di due città come Bologna e Torino createsi dal nulla in un solo anno che diventa realtà.

    Assoutamente d’accordo sul vetrocampanismo a cui sono sottoposti i nostri bambini e ragazzi ormai preservati, stupidamente, da ogni rischio, da ogni barlume di vita vera in una artificializzazione e rimbamboccimento che non ha limiti.
    Segnalo, peraltro, un’esilarante pagina di derPilger su quanto sia italico il vetrocampanismo.

    Il sistema pensionistico e previdenziale è strutturalmente folle visto che si basa sull’assunzione di una crescita esponenziale illimitata dei consumatori / lavoratori / PIL in un paese quindi in un mondo non solo finiti ma già in spaventoso deficiti ecologico e sul sistema retributivo che è congenitamente criminale e parassitario dal punto di vista intergenerazionale.
    Segna segna, che poi passerà mio nipote a pagare.

    • La natura umana (e animale) non consente decrescite demografiche se non obbligate. Nel nostro caso il problema principale è IMHO l’invecchiamento della popolazione, che obbliga ad avere altra popolazione giovane a prendersene cura. Se all’improvviso rinunciassimo all’immigrazione (ed alla ricchezza che produce) dovremmo rinunciare a un bel pezzo del nostro welfare (pensioni e buona parte della sanità pubblica).

      Detto questo, non conosco abbastanza le banlieu parigine per poter dare un giudizio, ma quel poco che ne viene raccontato (vedi film “L’odio” di Matthieu Kassoviz) sembrerebbero il perfetto brodo di coltura di vite svuotate pronte a gesti estremi.

      • > La natura umana (e animale) non consente decrescite demografiche se non obbligate.

        Infatti.
        Però questa ovvia realtà della biologia viene sempre accuratamente omessa.
        I crescitisti e i natalisti che ne sono l’espressione demografica non dicono mai che alla crescita dei predatori (homo) segue un calo delle prede (tutto quanto non umano) e poi un tracollo dei predatori.
        Men che meno che il tracollo sia brusco e non esattamente gradevole.
        Siamo alle mezze verità.
        Come quella che i cinesi sono brutticattivicaccadiavolo non democratici dirittisti, omettendo che la loro saggia politica coercitiva del figlio unico non è stata una strampalata scelta ideologica, ma è seguita a molteplici carestie a colpi di decine di milioni di morti in cui sono successe le cose più orribili che possano avvenire in una società fino a far dire loro :- Mai piu!

        Quindi se la specie sa che la la sua impronta ecologica non può crescere infinitamente in un mondo finito e tanto meno farlo esponenzialmente e non ne prende atto, comprese le contromisure, è una specie stupida.
        Qualsiasi artefatto e struttura che si basi sulla crescita esponenziale è folle.

        Anche supposto che la migrazione di massa abbia bilancio economico positivo e la letteratura che dimostra questa mistificazione è molto ampia, ci sono anche altre questioni.
        o – su quale scala di tempo?
        o – considerando quali flussi?
        o – considerando quali effetti non economici?

        Il fatto che l’amianto sia stato considerato un materiale economico (chiederlo a tutti coloro che ORA lo devono bonificare) e tecnologicamente interessante non ne cambia di un epsilon la nocività e il suo bilancio (col senno di poi) pesantemente fallimentare.

      • Scrivi: “Quindi se la specie sa che la la sua impronta ecologica non può crescere infinitamente in un mondo finito e tanto meno farlo esponenzialmente e non ne prende atto, comprese le contromisure, è una specie stupida.”

        Forse non siamo, collettivamente, abbastanza intelligenti. Ma il problema, secondo me, è che disponiamo di forme di intelligenza inadatte alla gestione del momento contingente, e questo da sempre (https://mammiferobipede.wordpress.com/2014/07/26/intelligenza-e-raziocinio/).

        Quanto alle migrazioni, sono sempre esistite in natura, anzi, hanno rappresentato un motore evolutivo formidabile mettendo in competizione specie diverse e nel nostro caso mescolando i pool genetici di una stessa specie. Senza la massiccia immigrazione che abbiamo ospitato l’Italia sarebbe collassata economicamente, ed in un paese più debole si sarebbero insediati probabilmente ancora più migranti degli attuali. E d’altro canto è un fatto che la fascia temperata (per diversi motivi, molti dei quali antropogeni) si stia spostando verso nord, col risultato che terre un tempo fertili e lussureggianti vengono progressivamente ingoiate dalla desertificazione. È normale che le popolazioni di quelle terre tendano anch’esse a muoversi verso nord.

        In ogni caso la soluzione non può essere chiudersi in un recinto dorato o produrre una situazione localizzata di benessere, perché l’isola “felice” finirà col non disporre più di anticorpi adeguati a fronteggiare attacchi portati dall’esterno (o dal proprio interno).
        Anche di questo ragionavo tempo addietro: https://mammiferobipede.wordpress.com/2013/06/26/il-paradosso-maori/

      • > Quanto alle migrazioni, sono sempre esistite in natura

        e sono sempre state cruente rispetto alle popolazioni autoctone, indigene.
        Quindi le migrazioni (il “di massa” è pleonastico) sono un fenomeno violento certamente nei confronti del pianeta vivente per gli squilibri demografici dei quali sono espressione anche per le popolazioni che le subiscono.
        Il mondo non era certo stipato come ora (un conto è salire irruentemente in trenta in un autobus semivuoto, un conto è fare la stessa cosa in un autobus già stipato menando dei cartoni e dei colpi di mitra e per chi è a bordo non è affatto “normale”).

        Dunque reagire e difendersi rispetto ad fenomeno violento cercando di contrastarlo in ogni modo possibile è non solo ragionevole (eticamente sostenibile) ma lo è anche anche moralmente.
        Ma questo scandalizza le “nostre” (certamente non mie) convinzioni.

        Io osservo stranito come si sia sovvertito il bilancio e il giudizio etico del problema delle migrazioni di massa a opportunità, la balcanizzazione a “multiculturalismo” (che io non capisco cosa ci sia di culturale in masse di bruti zotici ‘gnoranti che conoscono a mala pena un solo libro raccolta anacronistiche di sciochezzai religiosi violenti, contraddittori e incompatibili con i valori delle società invase).
        Mah.

        Coi Maori o ti sottometti, o soccombi o tenti di reagire affrontandoli: è un gioco a somma zero. Se ti illudi di poterli integrare essi poi tornano e ti fanno fuori , come osservavi.
        Io cito spessissimo quella pagina come segno che stiamo perdendo i lumi della ragione: conosciamo problemi, dinamiche, esito, etc. ma rimaniamo inetti completamente impantanati nelle sabbie mobile dei nostri anacronismi religiosi e morali (uno dei cinque fattori di collasso, appunto, secondo Jared Diamond).
        Un po’ come il fondamentalismo crescitista e quello natalista.
        Ottime autostrade a quattro corsie diritte per La Grande Catastrofe (per dirla alla palestinese che vivono sulla loro pelle gli esiti dellì’immigrazione di massa),

      • (n.b. ho integrato la correzione che segnalavi al tuo post originale)

        Sulle migrazioni stavo semplicemente facendo riferimento al solito Darwin, secondo il quale uno dei principali motori dell’evoluzione sono state le glaciazioni, che hanno spostato avanti e indietro per il pianeta le specie viventi portandole a misurarsi con habitat diversi, predatori diversi, ed in conclusione accelerando le trasformazioni.
        Non so se si possa fare un parallelo diretto con l’umanità, o meglio con le diverse società umane. In ogni caso il bacino del Mediterraneo ha sperimentato un continuo mescolamento di popoli ed etnie provenienti dai quattro angoli dell’Eurasia e dall’Africa. Senza questo rimescolamento (anche spesso conflittuale) il nostro angolo di mondo non sarebbe mai diventato l’avanguardia mondiale dell’innovazione scientifica e culturale. La densità di popolazione a mio parere incide poco, semplicemente perché la nostra specie tende a saturare gli habitat e sfruttare l’intera capacità di produrre cibo: in passato eravamo di meno perché la produzione di cibo in epoche pre-industriali era minore. Quindi la migrazione di popolazioni intere non avveniva in maniera indolore, ma finiva col sottrarre risorse a quelli (pochi o tanti) che precedentemente insistevano sui territori conquistati. In soldoni la sovrappopolazione attuale non aumenta lo stress prodotto dalle migrazioni.

        Quanto al “multiculturalismo”, ho sentito più aliena e lontana la cultura del Nordamerica (che pure ci viene pompata dai mass media ad ogni piè sospinto) di quella del Marocco…

      • C’è ancora un punto: secondo me non “stiamo perdendo i lumi della ragione” semplicemente perché non li abbiamo mai posseduti. Il pensiero scientifico è sempre appartenuto ad una ristretta élite intellettuale, mentre la gran massa della popolazione ne tratteneva solo le ricadute tecnologiche immediate. A comprendere, anche solo per grandi linee, il funzionamento degli oggetti di uso comune sono in pochissimi. La fiducia nella scienza ha soppiantato quella nella religione, ma in assenza di una reale comprensione della complessità filosofica che ciò sottende. Semplicemente la religione non è stata in grado di darci gli smartphone, e la scienza invece sì, quindi la scienza è diventata “meglio della religione” (in una chiave di lettura estremamente superficiale).

  2. Vorrei sottolineare il fatto i pochi bambini italiano vivono “rinchiusi” al’interno di scuole, case, parrocchie, palestre, automobili.I genitori italiani hanno il terrore di vederli girare in strada o nei parchi. Anche l’uso del mezzo pubblico (figurarsi della bicicletta) è visto con terrore.

    • Non solo i bambini.
      Questo scrivevo in un post sei anni fa:


      L’uomo “in scatola”, sigillato ed incapace di avere un contatto sano col mondo che lo circonda, è la paradossale involuzione terminale della nostra specie conseguente all’invenzione del motore a scoppio. L’uomo “in scatola” vive la propria esistenza perennemente confinato, dentro case, uffici, automobili. I suoi contatti con l’esterno sono ridotti al minimo indispensabile e spesso operati in contesti anch’essi completamente artificiali.

      Non venendo mai realmente a contatto con il mondo in cui vive, l’uomo “in scatola” si disinteressa totalmente di tutto ciò che si colloca al di fuori dei propri “contenitori”, ed il suo unico interesse risiede nel potersi spostare, in scatola, da una scatola all’altra.

  3. Al commento: Uomo in scatola? Ti riferisci agli hikikomori o agli automobilisti? Ormai siamo tutti in guscio, comunque.
    All’ autore: Un’ analisi lucida e spietata, complimenti, prendi in considerazione un numero notevole di varianti ma non perdi la visione d’ insieme: non è un paese per giovani. Un giovane che non dovrebbe essere tale.

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