Cosa ci ha insegnato Mafia Capitale

La vicenda giudiziaria di Mafia Capitale alla fine è arrivata a lambire il mio micromondo di mobilità leggera mai realmente sviluppata e piste ciclabili malfatte e prontamente consegnate al degrado ed all’abbandono. Cito da La Stampa: “Nell’estate del 2013 la cooperativa guidata da Salvatore Buzzi, braccio destro di Massimo Carminati, ottenne un appalto da 800 mila euro per la manutenzione delle piste ciclabili della città.”

La pretesa rete di piste ciclabili del Comune di Roma, come ben sa chi ne percorre tratti per spostarsi da un capo all’altro della città, è uno scandalo a cielo aperto. Disorganica, mal realizzata, composta di segmenti isolati, raramente pulita, sistematicamente invasa dalla vegetazione, dalle auto in sosta, dalle alluvioni del Tevere, dalle bancarelle dell’estate romana, coperta di foglie umide e scivolose in autunno, di cocci di bottiglie d’estate, con la pavimentazione soggetta a crepe e sbriciolamento, intersezioni stradali rischiose e chi più ne ha più ne metta.

Una realtà di pressoché totale abbandono, cui solo le occasionali proteste dei ciclisti valgono ad ottenere interventi di ripulitura estemporanei, che a distanza di poche settimane vedono riproporsi le stesse dinamiche di degrado.

Ora scopriamo che per la manutenzione di tale rete, che a memoria d’uomo non ha mai visto una pennellata di vernice oltre a quelle stese in fase di realizzazione, sono stati stanziati solo nell’estate scorsa 800mila euro. Una cifra incredibile se si considera quanto effettivamente operato nell’arco di un anno e mezzo, ovvero niente di niente (perlomeno a quanto ho potuto verificare di persona percorrendo in diverse occasioni la maggior parte dei chilometri di sviluppo della “rete”).

Un business fantastico, verrebbe da dire: denaro in cambio di niente. Verrebbe anche da domandarsi per quali lavori tale cifra fosse stata stanziata, quali interventi previsti e contabilizzati non siano mai stati realizzati. Magari, se tali informazioni fossero state rese di pubblico dominio, i cittadini avrebbero potuto vigilare e segnalare il mancato intervento agli organi competenti.

È evidente come l’opacità e la mancanza di trasparenza siano alla base della riuscita del “colpaccio”, ma è altrettanto evidente come queste opacità siano strutturali all’operato della macchina amministrativa nel suo complesso. Strutturali per non dire intenzionali. Il timore è che, passata la bufera, il sistema si riorganizzi tale e quale.

Per cui questa è la prima lezione: siamo stati menati per il naso, tutti, per almeno un decennio. Non è una bella sensazione se si considera l’arco temporale. Ci si comincia a domandare quanti degli amministratori e tecnici con cui si è discusso di ciclabilità sapessero, o fossero conniventi, o chiudessero volentieri un occhio su incongruenze che dall’esterno non potevano essere altrettanto evidenti, per timore di perdere il posto.

Seconda lezione: il gioco funziona se il contratto è patteggiato dall’amministrazione direttamente con l’esecutore, tagliando fuori la cittadinanza da ogni possibilità di verifica. È necessario, per il futuro, che a fronte di commesse e denaro stanziato dalle strutture comunali venga immediatamente messa in rete la scaletta degli interventi con gli importi e le relative tempistiche.

La terza lezione è più sottile: se è possibile traghettare in tasche private in questa maniera grosse quantità di denaro è solo perché l’opinione pubblica è disattenta. Il caso delle piste ciclabili è in ciò eclatante: queste infrastrutture sono usate con continuità da una minuscola fetta della popolazione ed ignorate totalmente dal rimanente 95~98%.

Una cosa non dissimile da quanto avvenuto per i campi Rom ed i centri di accoglienza dei migranti, situazioni sulle quali la cittadinanza non manifesta interesse né ha potere di verifica e controllo (oltretutto, che ci andrebbe a fare un non migrante in un centro di accoglienza se non direttamente impiegato, e perciò stesso ricattabile?)

È una pulce nell’orecchio che ronza molto forte: sottintende il rischio che simili “drenaggi di denaro pubblico” possano ripetersi, in futuro, con gli stessi identici meccanismi. Non già ruberie in senso stretto, ma investimenti in opere di poca o nessuna utilità e potenziale eco mediatica, buone per consentire al politico di turno di farsi bello davanti alle telecamere.

L’attuale livello di allerta della cittadinanza sulle piste ciclabili è drammaticamente basso, le competenze in merito scarsissime, ed il rischio di ritrovarsi a breve l’avvio dei lavori per sistemazioni costose e totalmente inutili, per contro, decisamente alto.

Nel momento storico attuale, l’attenzione sviluppatasi intorno al Viadotto dei Presidenti, un’infrastruttura periferica abbandonata (sicuramente non prioritaria per le necessità della ciclabilità romana) che si vorrebbe riqualificare col coinvolgimento di nomi altisonanti dell’architettura italiana, sembrerebbe avere tutti i “markers” di un’operazione di questo tipo.

“A pensar male si fa peccato”, sosteneva Giulio Andreotti, ma serve a mantenere alto il livello di attenzione (che poi si abbia o meno ragione, o ne consegua la possibilità di intervenire, è tutto un altro discorso).

(la ciclabile di viale Palmiro Togliatti a giugno 2014
durante la campagna elettorale per le elezioni europee)

3 thoughts on “Cosa ci ha insegnato Mafia Capitale

  1. trovo molto azzeccato il paragone tra le piste ciclabili e i luoghi deputati all’accoglienza/mantenimento di stranieri, profughi, emarginati, nomadi, si parla sempre infatti di terre di nessuno (o terre di mezzo tanto apprezzate dai Carminati&Buzzi&C ?) fuori da ogni controllo e giurisdizione civile

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