La progressività delle sanzioni

Ieri sera, in occasione di un incontro intitolato Il Web interroga Roma Capitale, organizzato da un gruppo di blogger “antidegrado” presso la Casa della Cultura, ho avuto modo di ascoltare e, ad incontro finito, interloquire con il nuovo comandante della Polizia Municipale di Roma, Raffaele Clemente.

L’incontro, nel suo complesso, è stato molto interessante. La giunta Marino sta da mesi cercando di operare una rottura con l’intreccio nefasto tra affari e pubblica amministrazione che ha lentamente trascinato verso il basso la città negli ultimi decenni, col risultato immediato di inimicarsi potentati economici e politici pronti ad approfittare di ogni minimo passo falso (arrivando ad aggrapparsi a questioni francamente ridicole come la sosta vietata della sua Panda in mancanza/ritardo di un rinnovo del permesso).

Quello che è emerso ieri sera è che questo orientamento di rottura è condiviso dagli assessori e dai tecnici della squadra del sindaco, che ad una varietà di temi che spazia dalla viabilità alla cultura, dalle politiche abitative alla sicurezza al decoro urbano, ha dato risposte in linea con le aspettative e le richieste della cittadinanza che (nelle persone dei blogger presenti) li aveva convocati. Per il collettivo #salvaiciclisti ha preso la parola Alfredo Giordani, lamentando una scarsa attenzione alle reiterate richieste di dialogo con l’assessorato alla Mobilità.

Purtroppo, a fronte di una grande determinazione e di scelte di campo estremamente nette (non tutte, per la verità, la questione nuovo stadio della Roma grida vendetta al cielo), la compagine di governo pare afflitta da un grave limite per quanto attiene la sfera comunicativa: non riesce a far comprendere al cittadino medio la portata rivoluzionaria delle scelte che si stanno operando.

Così è per le azioni sulla viabilità, dalle pedonalizzazioni in centro (Fori Imperiali, tridente) passando per la lotta alla doppia fila selvaggia (via Albalonga), agli interventi di riassetto dei bilanci delle municipalizzate, ai licenziamenti degli orchestrali del Teatro dell’Opera e proseguendo quasi ad libitum. Non c’è stata decisione di questa amministrazione che non abbia calpestato, per scelta o per necessità, interessi incistati sotto una cappa di omertà bipartisan.

Proprio per questo, e rispetto all’ambito che sento più prossimo alle competenze maturate in venticinque anni di cicloattivismo, mi sono mosso a suggerire al comandante Clemente un percorso graduale di attacco alle pessime abitudini ed ai malvizi che affliggono la circolazione stradale.

Tale ragionamento non è stato accolto, vuoi per la stanchezza al termine di una giornata molto dura, o forse per la mia incapacità ad argomentare (o per lo spazio decisamente marginale in cui la conversazione si è svolta, che non mi ha consentito di sviluppare l’analisi in maniera estesa). Ho quindi deciso di articolare qui il ragionamento per esteso, chissà che i canali del web non riescano a farlo arrivare a destinazione…

Il punto di partenza della mia analisi nasce dalla considerazione che intervenire su una situazione di inciviltà lasciata sedimentare per decenni non è facile né immediato. Le vite delle persone, col passare del tempo, finiscono per modellarsi sulle abitudini, anche quelle cattive, richiedendo un tempo tecnico per riarrangiarsi in una configurazione diversa. Un mondo, una società, che abbia trovato un suo assestamento basato su regole non scritte non può essere riconfigurata dall’oggi al domani su regole diverse senza produrre crisi e disagi.

In particolare, il lassismo pluridecennale che affligge il rispetto delle regole del Codice della Strada ha prodotto nelle persone abitudini e consuetudini dure a morire, anche in chi desideri adeguarsi ed accetti il buonsenso delle nuove regole. Vale la pena affrontare la questione da una chiave di lettura antropologica.

Quello che è avvenuto con la progressiva rinuncia a perseguire i comportamenti devianti è che diverse persone hanno finito col definire uno status identitario proprio dall’evadere il rispetto di tali regole. Come meccanismo innato nelle creature sociali, tali comportamenti devianti sono stati oggetto di forme di emulazione, col risultato che i “capibranco” hanno finito col ridefinire le norme della circolazione, trascinando con sé il grosso degli utenti delle strade.

Inevitabile, a questo punto, menzionare la teoria delle finestre rotte (un must nelle discussioni sui blog ed i gruppi cosiddetti anti-degrado): sono sufficienti piccole trasformazione per innescare meccanismi emulativi, in un senso o nell’altro. L’illegalità stradale come fenomeno che trascina lentamente con sé l’intera cittadinanza su un terreno di messa in discussione delle regole ed, in ultima istanza, dell’autorità che quelle regole ha definito.

(il mio sentire anarchico è messo a dura prova dalle considerazioni che sto sviluppando, purtroppo l’anarchia diventa via via più efficace all’aumentare dell’intelligenza media delle persone che la mettono in pratica, e l’intelligenza media necessaria ad operare una soluzione anarchica in una società complessa ed affollata come l’attuale è semplicemente utopica)

La soluzione che si è soliti mettere in atto (o anche non mettere in atto, come è accaduto a Roma) è quella di sanzionare i comportamenti illegali. Ovviamente meno sanzioni vengono elevate, meno i comportamenti nella legalità vengono premiati, comportando uno scivolamento complessivo della collettività verso l’arbitrio. Alla riduzione del numero delle sanzioni si è quindi pensato di ovviare aumentandone l’importo, nell’idea che una grossa sanzione pecuniaria funzionasse da disincentivo anche in un’eventualità estremamente remota di venirne colpiti.

Questo operare indiscriminato, tuttavia, non ha fatto altro che alimentare lo spirito corporativo degli automobilisti, rafforzando la convinzione che le multe occasionali avessero l’unico scopo di far cassa, dal momento che i comportamenti più gravi non venivano minimamente intaccati.

La mia idea, per risollevare il livello di civiltà sulle pubbliche strade, consiste nel discriminare quantitativamente i comportamenti illeciti, e sanzionarli di conseguenza. Non la singola multa, elevata in base a meccanismi di pura casualità, che può andare a colpire indiscriminatamente, bensì un monitoraggio continuo e puntuale che individui, all’interno di comportamenti mediamente (e moderatamente) illegali, le eccellenze negative, ovvero proprio i “capibranco” di cui sopra.

Questo può essere ottenuto in diversi modi. Principalmente, secondo me, con un abbassamento nell’entità delle singole sanzioni che compensi l’aumento del rischio di incorrervi, ma in parallelo con un meccanismo di progressività che vada a colpire con maggior efficacia gli utenti più indisciplinati.

Meccanismo di progressività che può essere determinato sia sul piano quantitativo dal maggior numero di multe elevate (quindi maggior rischio di incorrere in sanzioni per chi assuma costantemente comportamenti fuori dalla legalità), sia mediante l’istituzione di un database in grado di discriminare le abitudini dei singoli utenti. Una sorta di “fedina penale” per quanto riguarda l’utilizzo delle pubbliche strade, che comporti rischi via via maggiori (una cosa non troppo dissimile dal sistema della patente a punti, solo partendo dall’idea che un’automobile in moto in uno spazio abitato equivale ad un’arma).

Sul piano dell’accettazione sociale un sistema del genere sarebbe più facilmente spendibile, perché spezzerebbe il fronte degli automobilisti. Terrebbe conto dell’involontaria deriva verso l’illegalità che ha afflitto l’intera collettività, ma al tempo stesso non penalizzerebbe quegli utenti delle strade più volenterosi di riallinearsi alle regole, ponendoli su un piano di maggior stima e rispetto in confronto ai “criminali” convinti e recidivi.

Sarebbe un po’ un patto con la cittadinanza, in cui l’impegno dell’amministrazione consista nel perseguire con più zelo ed efficacia i comportamenti maggiormente dannosi (guida pericolosa, velocità elevate, sorpassi azzardati, sosta d’intralcio recidiva) e dia tempo ai cittadini di riabituarsi alla necessaria ed inevitabile trasformazione.

In questa direzione, oltretutto, va anche la scelta già operata di inviare notifiche al posto di multe per le fasi di collaudo del nuovo “Street Control”, che attraverso l’automazione nelle emissioni delle multe dovrebbe cominciare a smantellare il vizio sedimentato della sosta in doppia fila, fonte di rallentamenti ed ingorghi, oltreché di situazioni ad alto rischio per i veicoli più lenti (biciclette in testa).

Vista la passione del comandante Clemente per l’informatizzazione delle procedure, mi sono avventurato a suggerirgli che per ogni veicolo circolante il proprietario debba fornire un numero di cellulare, in modo da avvisarlo dell’avvenuta sanzione in tempo reale per mezzo di un SMS. Pensate: lasciare l’auto in doppia fila e tremare ad ogni vibrazione del cellulare per il timore di aver preso una multa…

Clemente, sottoposto ad un set molto meno ampio ed articolato di queste mie proposte, ha mantenuto il suo punto, consistente nell’idea di riportare alla legalità i comportamenti collettivi semplicemente ricorrendo alla leva dell’efficienza sanzionatoria, ovvero aumentando il rischio di venire multati grazie a soluzioni informatizzate.

Che è comunque una soluzione, ma rischia di incontrare forti riluttanze nella cittadinanza (situazione che le forze che si oppongono a questa amministrazione non mancheranno di alimentare e cavalcare). A lui ed al “nuovo corso” legalitario auguro comunque ogni fortuna. La situazione sulle strade ha raggiunto vertici di inciviltà inauditi, se ne rende pienamente conto chi prova a spostarsi in bici a Roma.

4 thoughts on “La progressività delle sanzioni

  1. L’azione sanzionatoria, severa o meno, è una leva di secondo livello. Al primo posto dovrebbe esserci, riducendo la natura umana ai minimi fattori biologici, una “convenienza” tangibile del rispetto delle regole (di qualsivoglia natura) e non solo il timore di essere perseguiti.
    A Clemente non possiamo richiedere qualità taumaturgiche semplicemente perché per svolgere il suo ruolo non servono. E allora puntare alla tanto decantata “tolleranza zero”, ammesso che si abbiano gli strumenti, può diventare paradossalmente controproducente perchè considerato vessatorio dall’utente medio (basso) della strada.
    La conoscenza dell’indole di questo utente primitivo è di essenziale importanza per incanalare le giuste azioni: se si cominciasse con la repressione la sua risposta reattiva sarebbe la rabbia, la sindrome di persecuzione, financo la violenza verbale e non.
    A questo punto (morto) tenterei la carta dell’anarchia elementare lasciando gli utenti, diciamo per almeno sei mesi, senza alcuna sanzione, in balia delle doppie file, dei veicoli sui marciapiedi, dei passi carrabili ostruiti e del totale mancato rispetto del codice. Insomma affogati nel traffico e caos completo e non parziale come ora.
    Tirate le somme ci potremmo aspettare due conseguenze. La prima ci riporterebbe allo status quo precedente al “blocco delle sanzioni”: nessun insegnamento, tanta rassegnazione e il totale disfacimento di ogni speranza di cambiamento. La seconda, di natura omeopatica, farebbe scaturire il disgusto per un certo tipo di (im)mobilità che, come nei Paesi Bassi ai tempi della crisi petrolifera, fungerebbe da shock collettivo illuminando le menti degli utenti elementari della strada: enorme riduzione dell’uso del mezzo privato motorizzato, investimenti massicci sul tpl, scoperta di una mobilità alternativa e infine, come extrema ratio, timore della sanzione pecuniaria.
    Ecco, forse questa utopia non sarebbe nemmeno sufficiente vista l’abitudine all’orrido che viviamo nelle strade di questa città ma, se per sbaglio, avesse una chance di successo ne varrebbe la pena? Richiamate Clemente tra sei mesi.

    • Temo che quella che chiami “anarchia elementare” differisca poco o nulla dalla situazione attuale. I cittadini finirebbero col non notare alcuna differenza concludendo col ritenere inutile l’istituto della Polizia Municipale e rassegnandosi al caos.

  2. A parte i giochi anarchici (senza frontiere nè fattibilità) Clemente ci vede giusto sull’informatizzazione delle sanzioni.

    Se lo street control potesse essere usato anche da AMA e ATAC di fronte a cassonetti e fermate si raggiungerebbe una capillarità notevole del controllo stradale senza costi aggiuntivi.

    Infine la logistica: la miriade di camioncini e furgoni deve sostare in parcheggi dedicati e pagati dai commercianti tra le 6 e le 8 (o dopo le 18), non in altri orari.

    • L’informatizzazione delle sanzioni è una cosa sacrosanta, che mi trova pienamente d’accordo e non da ieri. La pratica ottocentesca del libretto cartaceo va al più presto sostituita da qualcosa di moderno come tablet e smartphone, così come le carrozze sono state sostituite da automobili con la mappatura delle postazioni degli autovelox. Il punto non è questo ma la percezione che il cittadino ha di queste trasformazioni. Tutti noi abbiamo faticato per adattarci al caos ed abbiamo investito in quest’adattamento tempo, soldi, energie ed intelligenza. Ora si pretende di sostituire in tempo zero un caos collaudato (ed in qualche misura funzionante) con un ordine che non è mai stato sperimentato e la cui funzionalità è puramente teorica (stante l’organizzazione attuale della città bastata sul caos).

      È un punto sul quale mi ha portato a ragionare il “modello a grappolo”: riorganizzare la città separando la rete stradale in viabilità di scorrimento (con limite a 50km/h) e viabilità residenziale (con limite a 30km/h) è possibile solo se si riesce a trasferire i poli attrattivi del commercio nelle aree interne ai quartieri, togliendoli dalle grandi arterie. Il problema è che per cinquant’anni si è fatto l’esatto contrario: i negozi hanno inseguito il traffico veicolare andando a collocarsi sulle arterie di scorrimento anziché nelle aree pedonali, con tutto il corollario della sosta in doppia e tripla fila, rallentamento del traffico, intasamenti, ecc, ecc… (vedi Appia, vedi Tuscolana, vedi Albalonga). Questo ha finito col produrre una deformazione irreversibile del tessuto urbano, e non saranno le multe ad aggiustarla da un giorno all’altro.

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