La forma delle città

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a passeggiare per le strade di Osimo, una media cittadina marchigiana. Un po’ il caldo afoso, un po’ il periodo festivo, un po’ la vicinanza con la splendida riviera del Conero, fatto sta che la città era semideserta, e la massiccia architettura monumentale di epoca rinascimentale contrastava fortemente con l’assenza di persone nelle strade, al punto da produrre un senso di oppressione.

Sono nato e cresciuto a Roma, dapprima nel centro città, accanto al crocevia di piazza dei Cinquecento e della stazione Termini, poi in una semiperiferia caratterizzata da palazzoni affollati e vie sempre movimentate. L’idea di una città senza il viavai nelle strade mi risulta aliena e terrificante.

Da contraltare alla città ha sempre valso per me l’esperienza di innumerevoli estati della prima gioventù spese nel paesino di Pianello, all’epoca molto più affollato, in specie nella stagione estiva, di quanto possa esserlo ai giorni nostri. Un piccolo centro costruito intorno ad un’ampia piazza, dove da sempre convergono in cerca di socialità gli abitanti delle frazioncine sparse sui poggi circostanti.

L’evoluzione degli spazi urbani ha raggiunto un optimum proprio in epoca rinascimentale, lasciandoci in eredità i gioielli di arte e storia che muovono visitatori da tutto il mondo. Un equilibrio di funzioni tra necessità abitative e socialità perfezionato e messo a registro nell’arco di secoli.

Tutto questo è stato prima rimesso in discussione, e successivamente negato, nella furibonda corsa al cemento che ha investito l’intero pianeta in seguito alla seconda rivoluzione industriale, innescata dal petrolio nella prima metà del ventesimo secolo e proseguita in un crescendo apocalittico fino ai giorni nostri.

Semplificando molto, il crollo dei costi delle materie prime e le nuove tecnologie (gli scheletri in cemento armato) hanno consentito un drastico abbattimento nei costi di fabbricazione degli edifici, che si sono tradotti in un aumento esponenziale delle cubature disponibili, che si sono a loro volta tradotte in prime case (sovradimensionate), e subito dopo in seconde e terze case.

Senza considerare la follia di delegare la forma urbana alle fantasie creative dell’architetto o del palazzinaro di turno, che hanno prodotto nei decenni periferie urbane tanto razionali sul piano della resa economica quanto disumane ed invivibili, questo processo ha avuto come principale effetto collaterale la “diluizione” delle presenze umane negli spazi abitati.

Un secolo fa famiglie numerose condividevano spazi ridotti. Avere a disposizione una propria stanza era un lusso che in pochi potevano permettersi (al di fuori delle coppie sposate, che comunque disponevano di una stanza in due). Oggi, per contro, è normale che un “single” occupi un appartamento di 60-80mq. o che un anziano/a continui ad occupare in solitudine la casa in cui, in anni passati, viveva l’intera famiglia.

Questo ha prodotto, lentamente ma inesorabilmente, una dispersione della popolazione con conseguente perdita di “densità” delle città e dei centri urbani, fenomeno ancora più esasperato nelle periferie. A parziale compensazione di ciò un uso massivo dell’auto privata ha fin qui consentito di ricomporre la dispersione urbana con le esigenze di socialità, ma è lecito chiedersi cosa potrà accadere se questo sistema, come è molto probabile, andrà in crisi.

L’ideologia del consumo sfrenato ha modellato l’intero occidente a propria immagine e somiglianza, ma ormai da diversi anni appare incapace di sfuggire ad una crisi da esso stesso generata, ed il futuro non promette inversioni di tendenza, bensì una ulteriore contrazione delle quantità di materie prime ed energia disponibili pro-capite.

Che ce ne faremo allora delle nostre città “gonfiate” oltremisura, delle sconfinate periferie urbane, delle cubature superflue, vuote di abitanti e ormai di nessuna necessità? Vivremo sicuramente “tempi interessanti”… purtroppo nell’accezione cinese del termine.

2 thoughts on “La forma delle città

  1. Un po quel che facciamo dei paesini come il mio, raddoppiato in numero di fabbricati e già in declino demografico. I braccianti e i caporali fuggono dalla bolla che si sgonfia; a restare sono palazzi vuoti, e tra parentesi costruiti così male che c’è il rischio di non poterli utilizzare affatto.

    • È il meccanismo della “bolla”: si scommette sulla fiducia degli acquirenti nel fatto che il bene acquistato conservi il suo valore nel tempo. Poi a un certo punto ci si sveglia tutti e ci si rende conto che ce n’è troppi e nessuno li vuole più: prezzi crollati, risparmi bruciati e ricchezza distrutta.

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