Intelligenza e raziocinio

“Intelligenza e raziocinio sono due cose distinte” (M.B.)

Parto da questa considerazione per una riflessione sull’intelligenza che covavo da un po’  e di cui finalmente ho completato il quadro. Ritengo di poter trattare di intelligenza con cognizione di causa, essendo un problema che da lungo tempo mi affligge.

Generalmente si pensa all’intelligenza come ad una dote, un vantaggio, una ricchezza. Se questo era vero in tempi passati lo è probabilmente molto meno ai giorni nostri (soprattutto in Italia, come dimostrano gli alti tassi di disoccupazione intellettuale nel nostro paese). L’intelligenza, come ogni cosa, rappresenta un vantaggio quando è richiesta ed uno svantaggio quando non lo è.

Sul come e perché si sia venuta a determinare una tale situazione contingente posso formulare solo delle ipotesi. Quello che è avvenuto nel corso dei secoli è, a mio avviso, una progressiva crescita del controllo dell’Uomo sull’ambiente naturale: man mano che allevamento ed agricoltura sostituivano caccia e raccolta, la necessità di abilità superiori si è progressivamente ridotta, continuando a far parte del nostro genoma in termini via via più marginali.

È un processo che ho avuto modo in passato di definire “domesticazione umana”. In maniera analoga a come sono state modificate nel tempo le caratteristiche degli animali da allevamento e delle varietà vegetali, rendendole via via più “produttive” e sempre meno adatte alla sopravvivenza nelle condizioni selvatiche di origine, l’umanità ha trasformato sé stessa, privilegiando alcune caratteristiche a sfavore di altre.

Tali caratteristiche di eccellenza sopravvivono ancora, per quanto minoritarie. Le abilità di tipo fisico trovano una canale di esercizio nello sport, nelle discipline agonistiche e nel mondo dell’intrattenimento circense, quelle intellettuali vengono impiegate nella ricerca scientifica, nel marketing in tutte le sue forme e nell’ideazione di nuove varietà di intrattenimento audiovisivo di massa.

L’intelligenza vissuta come “dote” ha però un inevitabile lato oscuro. Il filosofo Friedrich Nietzsche lo ha condensato in uno splendido aforisma:

“Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”

La “stella danzante” è una metafora per il parto artistico, l’opera di genio, l’espressione più alta delle capacità umane, impossibile ai più. Non è casuale il riferimento alla danza, fusione perfetta di intelligenza e controllo del corpo, creatività ed addestramento, una tra le espressioni probabilmente più alte e complete dell’essere umano.

Ma in questa frase è il riferimento all’intelligenza che ne racconta il “lato oscuro”, dal momento che viene definita come “un caos dentro di sé”. Questa è la condizione perenne dell’individuo intelligente: il caos. Da un lato una fame di nuovo, una curiosità inesauribile (molto spesso frustrata), dall’altro un continuo vortice di idee, concetti, significati, interpretazioni, potenzialità, che rende difficile mantenere la concentrazione.

È un po’ il contrario di come l’intelligenza ci viene solitamente raccontata, e non è un caso. Fin dai tempi dell’illuminismo si è voluto far coincidere l’intelligenza con la razionalità, la capacità di estrarre ordine dal caos, di organizzare un’idea coerente del mondo in grado di spiegare ogni cosa, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.

Ma la razionalità non è che una delle possibili forme che l’intelligenza assume dietro la propria pressione, o meglio una delle possibili risposte ai problemi che l’intelligenza stessa produce, a partire dall’affaticamento del cervello.

Un’alternativa è accettare di vivere il caos, non avere punti fermi, riferimenti fissi, osservare il fluttuare continuo dei confini di ciò che si conosce e diventarne parte. Un’altra possibilità ancora è quella di fermare il moto incessante dei pensieri attraverso tecniche mentali, dalla ripetizione di formule verbali, di mantra, alle tecniche di meditazione orientate allo “svuotamento della coscienza”.

Non da ultimo c’è il ricorso alla chimica, alle sostanze psicotrope in grado di alterare i processi mentali, dall’alcool agli stupefacenti. Il caos mentale produce una domanda di stordimento, un’esigenza di rallentamento dei meccanismi mentali. Una ulteriore risorsa in tal senso è ad oggi rappresentata dalle forme di intrattenimento (si veda, in tal senso, il monumentale romanzo dei paradossi “Infinite Jest”, di David Foster Wallace).

La reazione del primo tipo, la razionalità, produce il pensiero scientifico. La seconda, l’accettazione del caos, produce la maggior parte delle espressioni artistiche. La terza è più tipica di un orientamento mistico religioso. La quarta generalmente non produce nulla ed espone al rischio di forme di dipendenza.

Tutto questo ragionare ha finito col dare nuova luce ad una riflessione molto pessimista formulata diverso tempo fa:

“Abbiamo, come specie, la stessa capacità di pianificazione nell’utilizzo delle risorse di una colonia di virus nell’organismo ospite” (M.B.)

Per lungo tempo ci si è illusi che il raziocinio ci avrebbe salvato da noi stessi. Il grande autoinganno dell’illuminismo è stato proprio confidare che la scienza e la tecnologia avrebbero finito col risolvere i problemi da esse stesse creati.

Purtroppo non è così, e per molti e diversi di problemi. In primis c’è il fatto che molti guasti prodotti ex-novo potrebbero, per loro natura, non avere alcuna soluzione (lo stoccaggio a tempo indeterminato delle scorie radioattive prodotte dalle tecnologie nucleari appare essere di questa natura).

In secondo luogo perché anche a quei problemi cui sono applicabili soluzioni dettate dal raziocinio, quest’ultimo potrebbe non essere sufficientemente diffuso da rappresentare una via percorribile. E questo per il semplice, banalissimo motivo che intelligenza e razionalità non coincidono.

Non è la razionalità ad essersi evoluta assieme a noi per garantirci la sopravvivenza, bensì forme di “intelligenza” totalmente irrazionali. L’istinto di sopravvivenza è il primo fra questi, le pulsioni riproduttive e la cura parentale sono altre. In buona sostanza sono proprio le reazioni istintive, ed in altri contesti ed epoche “intelligenti”, che l’evoluzione ha modellato in noi ad impedirci di esercitare quel raziocinio che solo potrebbe (forse) correggere gli eccessi da noi stessi innescati.

Ed il parallelo con la colonia di virus che uccide l’organismo ospite, estinguendosi con esso, non è soltanto un’amara constatazione dei fatti ma anche l’unica possibile evoluzione della situazione attuale. La catastrofe malthusiana è scritta nel nostro DNA.

4 thoughts on “Intelligenza e raziocinio

  1. Già.
    L’utopia razionale della decrescita che soccombe alla distopia oncologica, irrazionale della crescita.
    A volte penso che ci sia proprio una caratterizzazione biologica di evoluzione e di estinzione di specie e che – assolutamente! – la specie Homo non sia affatto diversa dalle altre.

    • La specie Homo non ha motivo di essere diversa dalle altre. L’essere incappati nell’intelligenza non ci rende ipso-facto migliori, anzi! Fin qui ci ha solo reso esponenzialmente più dannosi.

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