Bologna senza frontiere

“Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” (F. Nietzsche)

Ritorno dall’appuntamento con la due giorni bolognese di #SIC con una sensazione di intelligenze che si muovono, ingranaggi che girano, articolazioni sociali che si attivano per produrre cambiamento. Al momento credo mi possa bastare.

Per una mentalità razionale e meccanicistica come la mia star dentro un movimento di questo tipo rappresenta una grande fatica. Tendo a ragionare per linee rette, cosa che cozza sistematicamente con la geometria non euclidea del Mondo, dove la via più breve tra due punti è disegnata spesso da curve che non so individuare né tracciare.

Altrettanta difficoltà devono provarla quelle persone che, a proprio agio con le curve e le traiettorie ellittiche, si trovino a misurarsi con la necessità (emersa di recente e all’apparenza un passaggio obbligato) di fissare questa entità amorfa e duttile in una forma definita da regole.

La materializzazione di questo disagio è stata evidente nell’intero arco dei lavori assembleari della domenica, al pari di un bambino che si misuri con l’impossibilità di far passare un pezzo tondo in un foro dalla forma triangolare, mentre le traiettorie di tutti continuavano a curvare intorno all’oggetto della discussione solo per sfiorarlo e proseguire oltre.

Nonostante questo, nonostante il fatto che ci trovassimo tutti a maneggiare qualcosa di sostanzialmente incongruo rispetto a ciò che siamo e vogliamo continuare ad essere, nonostante la riluttanza ed il senso di estraneità, la distanza fisica e mentale rispetto all‘entità che va prendendo forma, ho maturato come il passaggio sia inevitabile.

E non è consolante pensare che la creatura destinata ad emergere da questo processo sarà necessariamente imperfetta, contorta, disfunzionale: l’unico strumento in grado di portarci nella direzione scelta non può nascere che in questo modo.

La macchina lucida e perfetta, organizzata e razionale, progettata e realizzata con logiche ingegneristiche, finirebbe inevitabilmente col portarci dove non vogliamo andare. E’ già successo altre volte, ed è sotto gli occhi di tutti.

Chi ha la testa per l’organizzazione, per i meccanismi, per i giocattoli logici, rischia di perdere di vista le finalità ultime e concentrarsi solo sul “sistema” sviluppato e sulle sue esigenze, finendo con lo strutturare il proprio pensiero intorno all’oggetto della propria creazione anziché ad utilizzare quest’ultimo in maniera strumentale.

Detto in altri termini: certe missioni possono essere portate a termine solo dalle persone “sbagliate”.

Persone che sappiano dove vogliono arrivare pur non avendo la minima idea sul come farlo. Capaci di inventare soluzioni impossibili da un momento all’altro, correndo, saltando, arrampicandosi, nuotando, laddove tutti gli altri viaggiano comodamente su strade che non portano da nessuna parte, lastricate di buone intenzioni.

La logica per tante cose funziona alla grande, ma per tante altre è meglio lasciarla perdere. Domenica sera, sul treno, l’ho fatta sfogare un po’. Si è messa a correre in tondo, come un criceto nella gabbia, senza arrivare a nessuna conclusione. Quando poi è crollata a dormire, sfinita, ha lasciato spazio alle risposte.

La prima risposta “extra-logica” è che questo percorso non è evadibile. Potrà non piacerci, farci sentire inadeguati, risultare incomprensibile ed ingestibile, ma questo è. Bisognerà rassegnarsi all’idea di mandarlo avanti a spinte, calci e testate se non vuole camminare, alternative non ce ne sono.

La seconda è che questo piccolo gruppo di pazzi sognatori incoerenti e sconclusionati è ancora intenzionato a costruire un pezzo di futuro decente, e non mollerà la presa, essendo anche gli unici in grado di ottenerlo (…e per questo non si libereranno di me tanto facilmente!)

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