I Ciclomartiri della civiltà

Nel tentativo, in apparenza pienamente riuscito, di dirottare le discussioni fattive in chiacchiere da bar, è riesplosa sui social network la questione dei “ciclisti indisciplinati”. Al grido di “non possiamo lamentarci degli automobilisti se anche i ciclisti (o essi stessi per primi) si comportano male”, la grancassa del benaltrismo è tornata a macinare chiacchiere e a distogliere l’attenzione dai numeri drammatici dell’incidentalità stradale.

Rispetto a ciò, come prima analisi, se fossimo minimamente capaci di un ragionamento oggettivo, sarebbe sufficiente prendere atto dei numeri relativi a morti e feriti causati dai veicoli a motore e confrontarli coi morti e feriti causati dai ciclisti per chiudere la questione (invece l’abitudine consolidata a spaccare il capello in quattro innesca discussioni interminabili basate sul nulla).

In seconda istanza, se anche diversi ciclisti si “macchiano” di comportamenti non perfettamente ligi alle regole, ammesso e non concesso che tali regole siano state dettate dal buonsenso e non da esigenze meno nobili come favorire la motorizzazione di massa, il problema di far mutare tali comportamenti resta ugualmente insolubile.

In un paese dove evadere gli obblighi è la regola, e chi lo fa se ne vanta, non è semplice costringere una singola categoria di utenti della strada a comportarsi in maniera diversa da tutti gli altri. A maggior ragione non è proponibile che tali obblighi vengano imposti agli utenti più deboli, mentre i conducenti di veicoli a motore, rischiando l’incolumità altrui anziché la propria, continuano a spadroneggiare sulle pubbliche vie.

Ma c’è un terzo punto sul quale l’analisi non si è fin qui minimamente soffermata, e riguarda il riprendersi quegli spazi e quei margini di sicurezza che sono stati negli anni sottratti. Gli automobilisti hanno, nel corso dei decenni, invaso in massa le strade, e con un’arroganza delinquenziale “se le so’ pijiate!” (qualsiasi riferimento a “Romanzo criminale” è, in questa sede, puramente voluto)

Sto descrivendo una categoria di ciclisti che comincio a definire “ciclomartiri”, o “educatori a proprio rischio”. Come quei pedoni che impegnano di prepotenza le strisce pedonali per obbligare gli automobilisti riluttanti a conceder loro la precedenza, esistono ciclisti che effettuano manovre rischiose pur di affermare spazi e modi d’uso delle strade, spesso corretti, per solito impediti dall’atteggiamento “normalmente criminale” altrui.

In questa classe di comportamenti rientrano tutte le azioni che dovrebbero essere consentite se vigesse un’organizzazione del traffico centrata sulla sicurezza dei viaggiatori anziché sui profitti delle case costruttrici e dei petrolieri, con velocità dei veicoli molto più basse delle attuali e maggior tempo ed attenzione a disposizione dei conducenti per gestire la pericolosità intrinseca dei propri mezzi.

Comportamenti, alla guida della bicicletta, come quelli che potevano essere normali un secolo fa: pedalare lentamente, chiacchierare affiancati, impegnare contromano le vie a senso unico (se la carreggiata è sufficientemente ampia), svoltare a destra senza attendere il verde semaforico (quando questo non significhi buttarsi intenzionalmente sotto le ruote dei veicoli che sopraggiungono!), ed altri ancora.

Prassi che in altri paesi a legislazione più evoluta trovano riscontro nelle norme di circolazione, ed il cui senso è sancire una presenza, e dei diritti, anche a costo di mettere a rischio la propria incolumità. Non è bello dirlo, ma l’industria dell’automobile ha dichiarato in anni lontani una “guerra gli umani”, e con la ottusa complicità di molti automobilisti la porta avanti da decenni a spese di tutti. Opporsi a questo stato di fatto, a questa occupazione militare delle strade, non è una passeggiata di salute.

Confesso che lo faccio spesso anch’io, fingendo traiettorie d’impatto con automobilisti che non vogliono concedermi la precedenza ed obbligandoli a farmi passare, riprendendomi spazi che a norma dell’attuale CDS non mi spetterebbero (p.e. contromano su strade larghissime, o i famosi marciapiedi…), tenendomi al centro di corsie troppo strette che non consentirebbero ai veicoli dietro di me di sorpassarmi a distanza di sicurezza.

Purtroppo siamo di fronte alla necessità di una campagna di rieducazione di massa degli automobilisti di cui nessuna autorità civile, morale o mediatica, vuol farsi carico. Una necessità culturale che i ciclisti sono lasciati a portare avanti da soli, un pezzettino alla volta, un automobilista al giorno (o un conducente di autobus, se è il caso), ed il cui fine ultimo è, molto banalmente, riportare la civiltà sulle nostre strade.

11 pensieri su “I Ciclomartiri della civiltà

  1. un bell’intervento che sottoscrivo. La propaganda e il miraggio del benessere legato al possesso dell’auto che hanno saturato l’orizzonte dell’italiano lungo sessant’anni e più di “progresso”, non sono facili da …ridimensionare, rivedere e…abbandonare, ma il futuro del traffico cittadino non prevede velocità mediamente superiori a quella delle bici, …..

      • Sottoscrivo tutto quello che hai detto, comunque in Italia abbiamo un CdS alquanto ridicolo in quanto é stato scritto da persone con un deficit mentale grave, per quello che riguarda la (per me odiatissima) capitale siamo al massimo della demenza.

  2. A quello che scrivi aggiungo che c’è anche da considerare che la viabilità è stata ridisegnata a partire dagli anni ’30 con in mente solo l’auto e, qualche volta, i pedoni.
    I sensi unici sono stati inventati per le auto che essendo ingombranti non possono utilizzare nei due sensi una strada stretta. Problema che le bici non hanno. Anche molti sensi unici sono stati pensati per evitare che strade locali diventassero strade portanti di traffico, costringendo appositamente a giri tortuosi per incanalare il traffico motorizzato nelle strade di scorrimento. Se per un motorista fare 200 metri in più è solo una questione di pigiare col piede o con la mano l’acceleratore, per un ciclista, 4 deviazioni di 200 metri sono fatica in più senza alcun vantaggio per il traffico. Anzi, si penalizza inutilmente un cittadino che fa una scelta personale di riduzione del traffico. Nonostante il Cds sia stato aggiornato per lasciare ai comuni la libertà di aprire alcuni sensi unici alle bici, personalmente non l’ho ancora visto applicato da nessuna parte. Anche i semafori sono stati inventati per il traffico veicolare, le bici non ne hanno mai avuto bisogno.
    Per un ciclista educato, il rispettare il codice significa molto spesso mettere in pericolo la propria vita, in una viabilità progettata ignorando i ciclisti. Le città italiane dovrebbero quindi essere obbligate a rivedere progressivamente ma completamente tutta la viabilità per permettere anche ai ciclisti di viaggiare in sicurezza rispettando le leggi, come è avvenuto civilmente in tutte le città del nord europa.

    • Se ti fai un giro nel blog vedrai che sono argomenti che ho già toccato. In particolare una buona selezione di post a tema la puoi avere andando sul menu “#SIC” proprio sotto la testata del blog. 😉

  3. Vado controcorrente: a me il ciclomartire non piace. Perché spero non ci sia bisogno di martiri e perché, nello stato pessimo ma attuale delle cose, questo eroe autoproclamato mette a rischio anche gli altri utenti deboli per via della presenza delle auto. Se queste non ci fossero o ci fossero di meno è pacifico che il ciclista, diciamo, disinvolto, sarebbe tollerabile ma questo non è il mondo come è, è il mondo come dovrebbe essere. Nel mondo come è la tirannia delle automobili mi concede una strisciolina dello spessore della mia ruota al margine della carreggiata.Se in una situazione di per sè precaria trovo anche due ciclisti affiancati in amabile conversare e lento procedere sono costretto ad andare nel mezzo per superarli entrambi e rischiare di essere arrotato dalla macchina che sopraggiunge oppure a rassegnarmi ad una velocità da lumaca. Sempre per via dello spazio letteralmente marginale concesso al ciclista non da diporto (quelli la domenica vanno in branchi da otto e intasano le vie) se io non posso spostarmi nè a destra (c’è l’auto) nè a sinistra (marciapiede) non posso gestire un ciclista contromano, o meglio devo scegliere se rischiare la testa andando a destra o sforare nel marciapiede a sinistra e in ogni caso mi ritrovo in torto. Un discorso a parte meritano le piste ciclabili occupate dai pedoni in modalità struscio o da ciclisti affiancati che non si rendono conto (o se ne fregano) che una delle due corsie della pista è riservata ai sorpassi e al senso opposto.
    Concludendo sono d’accordo che la mancanza di spazio attuale sia la causa dei problemi stradali e sia a sua volta causata dalla presenza massiccia di automobili. Sottoscrivo pure che il nostro codice della strada è a tratti burocratico e irrealistico come tutte le leggi italiane, fatte magari senza che si pensi sul serio ad un’applicazione autentica (cioè vicina alla lettera). Però non posso concordare che questa situazione legittimi i ciclisti a ricorrere ad una sorta di diritto consuetudinario fatto da sè: ne va, come ho già detto, degli altri ciclisti e dei pedoni e di tutti quelli che, per minore intraprendenza, sono costretti ad esporsi a rischi eccessivi.

    • Persone e comportamenti posso anche non piacerci, ma continueranno lo stesso ad esistere. E’ il principio dello Yin e dello Yang che ogni cosa generi, alla lunga, il proprio contrario. L’arroganza delle automobili e l’indifferenza dei pedoni hanno prodotto ciclisti sia arroganti che indifferenti, ci piaccia o meno. La moneta con cui paghiamo è quella con cui veniamo ripagati.

      • Reazioni istintive del genere sono senza dubbio naturali, nel senso che seguono la logica occulta e reale delle cose, al di là delle prescrizioni. Ma non mi sembra giusto, sebbene in scala ridotta, abbassarsi al livello degli stessi che critichiamo. Vogliamo cambiare le cose? Diamo l’esempio, per quanto possibile e senza rimetterci le penne. Se ci rifacciamo sui pedoni e sugli altri ciclisti diamo solo l’impressione di essere della stessa pasta dei guidatori, solo senza motore e per questo ancor più frustrati.

      • Questa può essere una chiave di lettura, la contrapposizione: ribattere ad un comportamento scorretto con uno corretto. Ma il rischio è di non essere compresi.
        Un’altra forma di dialogo può consiste nel “parlare la stessa lingua” dell’interlocutore, ovvero comportarsi nella medesima, scorretta, maniera, nella speranza che il subire una scorrettezza inneschi un ragionamento analogo anche rispetto ai propri comportamenti.
        Per dire, l’automobilista medio è molto tollerante rispetto alle scorrettezze degli altri automobilisti (quando non lo investono in prima persona), mentre tende a tollerare poco o nulla nei comportamenti di altre “categorie” di utenti della strada nelle quali non si riconosce. L’autoassoluzione è un meccanismo potentissimo, soprattutto nella cultura italica. Il rischio nel proporre unicamente comportamenti corretti è che non vengano messe in discussione le scorrettezze che gli automobilisti sono ormai abituati a considerare “normali” (si veda a questo proposito il post “Quando le brave persone uccidono“, dove introduco il concetto di “criminale normalità”)
        Personalmente credo che non esista una modalità di dialogo più valida dell’altra, e molto dipende dall’intelligenza e dallo spirito critico degli interlocutori.

  4. Qualunque mezzo utilizzo, a volta cerco di seguire alla lettera le norme e rischio il martirio. Attraverso, a piede, sulle strisce pedonale e si inchiodano urlando “che e’ pazzo?” In bici mi fermo al semaforo prima delle striscia d’arresto e i motorini mi superano per fermarsi davanti sulle strisce con il gas di scarico in faccia. Se mai guido la macchina vado a 30 in zona trenta e chi mi sta dietro si attacca al claxon. Anche le forze dell’ordine, a parte a non disciplinare i criminali, non rispetto neanche loro le leggi. Roma e’ veramente una città sotto sopra. Molto bella, ma…!

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