Marrakech, Marocco

Sul come e perché siamo finiti in Nordafrica per una settimana non ho grossi dubbi, tra crisi economica e lavoro incerto la scelta di un viaggio “low profile” era praticamente obbligata. Manu l’ha proposto ed io l’ho accettato. “Quanto potrà essere diversa da Istanbul?”, mi domandavo, avendo quella come unica esperienza di un paese islamico. La risposta è venuta sul posto: completamente.

Come al solito non ho assunto informazioni in anticipo. Non mi piace ritrovarmi in un posto di cui so già troppo, la sensazione è di un continuo dejà-vu anche se non ci si è mai stati, tutto è simile a qualcosa che credi di conoscere ma hai visto solo in fotografia. Preferisco trovarmi di fronte alla realtà senza aspettative né preconcetti.

Un tale approccio non è, ovviamente, privo di rischi. Arrivare nel tardo pomeriggio e trovarsi ad uscire di sera per i vicoli di una casbah affollata, puzzolente, polverosa e male illuminata, in mezzo a motorini e biciclette che sfrecciano tra i passanti, e finire quasi a perdersi in una zona priva di ristoranti (anche a causa del concomitante ramadan) può risultare traumatico.

Ma basta non farsi stordire troppo dalla stranezza dell’intero contesto per ritrovarsi in una realtà, per quanto aliena, ospitale ed accogliente. Potrebbe essere la Roma del primo dopoguerra: quartieri poveri, una miseria dignitosa, una vita fatta più di “essere” che di “possedere”, un viaggio nello spazio e nel tempo.

Marrakech spazza via molte delle illusioni sulla “decrescita felice”, mettendoci di fronte alla crudezza della povertà: motorini fumosi, biciclette scassate, carretti trainati da asini, taxi con venti o trent’anni di onorato servizio sulle spalle, strade malandate, marciapiedi devastati, muri cadenti, infissi in ferro battuto realizzati da veri artisti del recupero, sporcizia, polvere.

Il primo impatto per noi occidentali è dettato dalle forme esteriori, ed occorre un salto di qualità per guardare oltre e riuscire a vedere realmente le persone che popolano questo mondo incomprensibile, a cogliere lo strabordare di umanità che affolla strade e piazze. Anche in questo l’essere facilmente individuati come turisti non aiuta.

Il turista è qui simbolo di ricchezza deambulante, gli si offre di tutto, mercanzie, taxi, una guida nei meandri dei souk, spesso in cambio di pochi spiccioli. A Marrakech una brioche sulle bancarelle di strada costa un Dirham, l’equivalente di dieci centesimi, la stessa cifra che chiedono i mendicanti tendendo la mano.

Ci vuole un po’ per capire come declinare le offerte in maniera netta senza apparire offensivi, magari aggiungendo un sorriso. Alla fine quelli veramente insistenti non risultano poi molti, e giunti a quel punto si riesce a prendere confidenza con la città e, pur rimanendo turisti, a “nuotarci” dentro in relativo relax, ad oltrepassare la prima impressione opprimente di polvere e povertà.

Superato l’impatto con le differenze si cominciano ad intravedere le somiglianze, le affinità. Fatti tutti i distinguo, la vita di una media cittadina del Nordafrica non è poi drammaticamente diversa da quella di un piccolo centro della provincia italiana, con le sue abitudini ed i suoi riti: la passeggiata, il mercato, l’intera rete relazionale interpersonale sempre a portata di mano.

I bambini giocano nei vicoli, ragazzi appena più grandi girano da soli per le strade padroneggiando con agilità invidiabile biciclette mediamente malandate. Intorno alle ore della preghiera si vede gente affannarsi alla più vicina moschea, indossando lunghe tuniche bianche, ricamate. Terminata la preghiera se ne tornano a casa, o alle attività temporaneamente interrotte.

E’ sufficiente un minimo di familiarità per ritrovare, declinate in una cultura per altri versi lontanissima, forme e modi di vita che sono stati quotidiani per tutte le generazioni precedenti al (nostro) boom economico. Quasi tutti si muovono a piedi, vuoi perché le automobili costano e la benzina pure, vuoi perché non c’è necessità di arrivare troppo lontano per trovare quello che serve, vuoi perché la struttura urbanistica impedisce fisicamente di lasciare l’auto troppo vicino casa.

La forma della città vecchia è quella di un borgo medioevale, stradine strettissime e tortuose, molto spesso senza sbocco, con case che non mostrano nulla all’esterno schiudendosi all’interno su spettacolari minuscoli cortili, i ryad, dove affacciano tutte le stanze.

La polvere e l’essenzialità dei muri intonacati a fango, all’esterno, fa da perfetto contraltare alla pulizia ed all’eleganza, per quanto essenziale, degli interni.

C’è, in questo, tutta l’idea islamica della separazione tra dentro e fuori, tra le mura di casa e l’esterno, tra il luogo dove rilassarsi e quello in cui dover affrontare il mondo ostile. Anche se le città offrono situazioni relativamente confortevoli il clima è arido, e il più grande deserto del mondo si affaccia a poca distanza, appena alle spalle dei monti dell’Atlante. Una realtà non ignorabile, né eludibile.

Alla fine torna la domanda che mi pongo al termine di ogni viaggio: potrei vivere qui? Sarei in grado di adattarmi a questo mondo, a questo stile di vita, senza dover diventare troppo “altro” da quello che sono ora? E, se fossi costretto a farlo, ci riuscirei? Risposta che, ovviamente, non mi è dato conoscere.

Conservo però con me, gelosamente, tutto il valore della domanda, le possibilità che da essa si schiudono. L’essere “altro” in un mondo “altro”, non diverso da quelli che, adesso, mi appaiono dissimili. Una goccia di umanità disciolta nell’oceano della diversità, senza nemici, aperta al dialogo, alla perenne ricerca di un benessere diffuso e condiviso fra tutti.

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6 thoughts on “Marrakech, Marocco

  1. Illusioni sulla decrescita felice?
    Direi proprio di no.
    Il Marocco è uno dei moltissimi paesi poveri nei quali una demografia a crescita esplosiva contribuisce a far accrescere l’impronta ecologica e a spingere la povertà diffusa sempre più verso la miseria diffusa e a generare flussi migratori molto aggressivi.
    Non c’è nulla più agli antipodi della decrescita felice della crescita (demografica) tumultuosa.

    Grazie per il resoconto che ho molto apprezzato.

    • Era la bozza di un’idea che ho finito col non sviluppare.
      Tutti i ragionamenti sulla “decrescita felice” si basano sulla convinzione che si possano ridurre i consumi mantenendo “il necessario”, “l’essenziale”.
      La mia perplessità si basa su cosa poi ognuno di noi consideri “necessario” o “essenziale”. Il decoro è essenziale? La cura di sé è essenziale? Il rispetto reciproco è essenziale?
      Il dubbio è che se il benessere massificato può fornire un livellamento dei bisogni (seppur insostenibile e verso l’alto) tale che tutti o quasi finiscano col riconoscervisi, altrettanto non possa accadere con un livellamento verso il basso, dove ognuno/a dovrà stabilire da sé a cosa può rinunciare ed a cosa no.
      Detto in altri termini: la ricchezza produce appiattimento, la povertà porta diversità, e la diversità innesca conflitti.
      Questo per sommi capi, ma dovrò ragionarci su ulteriormente…

      • L’utopia della decrescita felice cozza con la tendenza biologica accrescitiva.
        Purtroppo.
        E’ noto che esiste una correlazione molto forte tra sovrapopolazione e miseria: tutti gli stati miseri sono sovrapopolati.
        Posso osservare che nei territori dai quali viene mia madre, la povertà al limite della miseria era la condizione quasi (purtroppo) naturale ed endemica prima che le famiglie passassero da cinque/sette figli per donna a uno/due.
        Come veniva risolta la miseria? con l’emigrazione (verso Svizzera, Canada, Francia o le città industriali italilane e poi con l’importazione delle risorse (ancora oggi!).
        Io mi sto chiedendo se esistono delle enclavi ad economia dignitosa e sostenibile (in credito locale di biocapacità rispetto all’imprinta) aventi sostanzialmente il primario come settore centrale e fondamentale, necessariamente non massificate, il concetto di società-in-grande è tipica della modenità e della post-modernità) da studiare come esempi di società/culture sostenibili e stabili e aventi una discreta disponibilità di risorse e “servizi” e quindi dignitose.

        L’utopia della decrescita serena sostenibile, a differenza dell’incubo della crescita sempre più infelice, rimane, a mio avviso, un’utopia proprio perché si scontra con il tabù più grande che è quello della stabilità prima e della decrescita poi demografica.
        Purtroppo in centinaia di migliaia di generazioni si sono evoluti gli homo più prolifici e questo è una formazione (imprinting) biologica ineliminabile, genetica, evolutiva, che sarà probabilmente il problema più grande e irrisolvibile a breve e medio termine.
        La ricchezza sì pacifica le genti, ma porta ad un aumento della popolazione e dei suoi consumi che esaurisce le risorse e che riconduce alla povertà prima e alla miseria poi e quindi ai conflitti. E’ solo questione di tempi.

      • Potrei risponderti che la prolificità è inversamente proporzionale al tasso di scolarizzazione, e che l’investimento sulla cultura potrebbe risultare vincente sul lungo periodo. Ma esiste un problema di pressione demografica anch’esso relativamente ingestibile (investire sulla cultura della popolazione locale solo per venire sommersi da migranti semi-analfabeti).
        Le enclavi che vagheggi esistevano nelle Americhe, prima che la pressione demografica, l’avidità e la superiorità militare del vecchio continente le spazzasse via.
        L’unica forma di controllo demografico, e in questo non siamo dissimili da ogni altra forma di vita, è stato operato da predatori macro e microscopici (infezioni), e dalla disponibilità di cibo. L’avvento dell’intelligenza ha (temporaneamente) ridotto questa forma di controllo, senza introdurne altre. Temo anch’io che non se ne verrà fuori “felicemente”.

  2. Non trovo queste foto molto dissimili (a livello di degrado e disordine) da quelle scattate una settimana fa tra i vicoli di ballarò e vucciria.

  3. Evoluzione della specie le societa’piu’ evolute mangiano le altre il marocco mutera’ in quel senso inutile se vivi in miseria vivi in miseria non puoi dire la miseria e’ la linea guida del mondo fai come noi.hanno buone potenzialita’ turimoa finora la religione gli ha bloccati ancora oggi difendono la loro miseriapercje’ 2000 anno fa il profeta faceva cosi….si attivera una forma di nuovo colomialimo

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